Copertina a 5 colori, plastificata di Beppe Viello.
232 Pagg.
Collana: Ben-essere
Argomenti: Terapie dolci, AIDS, Medicina complementare
Genere: Saggistica
ISBN: 88-85385-31-1
Cosa succede, se un medico rimette in discussione tutta la sua scienza acquisita, quando il suo migliore amico (medico anch’egli) è abbandonato dalla scienza ufficiale, giudicato inguaribile, condannato dalla società con il marchio dell’AIDS? Cosa succede se alle certezze accademiche si sostituisce una ricerca energetica, nuova, senza pregiudizi, e se al panico si sostituisce l’amore, la comprensione? Succede che Roger Cochran guarisce. E questa è la sua storia. Un’esperienza raccontata in prima persona che sta rivoluzionando il modo di pensare corrente: “L’AIDS non è una malattia fatale e non si muore necessariamente per essa!”
Italiano
Se volete un assaggio...
CAPITOLO IPrima che Roger Cochran entrasse nella mia vita per la seconda volta, nell’agosto del 1986, tutto era rose e fiori. Tuttavia, dopo la sua visita al mio studio di West Los Angeles, sentii che più nulla era uguale a prima. «Dottor Smith...» alzai gli occhi e Janine aggiunse: «Dottore, c’è il signor Roger Cochran. Dice che lei lo conosce...» All’udire il nome di Roger, il mio cuore diede un sussulto. Quando lo vidi, però, non riuscii a riconoscerlo. Se non mi fosse stato detto che era lui, non sarei mai riuscito a capire chi fosse. Roger ed io abbiamo la stessa età e struttura corporea. Tuttavia, l’uomo che stava di fronte a me era un vecchio curvo, emaciato ed affaticato. Ci eravamo laureati insieme presso la Facoltà di Medi-cina dell’UCLA ed immediatamente dopo ci eravamo ritrovati in Vietnam. Prestavamo servizio insieme a Saigon; inutile anche solo il provare a raccontare gli orrori vissuti nel corso di quei due anni. In ogni caso, tutti voi avrete certo sentito parlare e visto molto di più di quanto non aveste desiderato di questa missione fallimentare che ormai fa parte della storia degli USA. Furono molti quelli che, non riuscendo a superare lo stress tremendo del Vietnam, andarono letteralmente in pezzi. Roger Cochran era uno di quei malcapitati. Io ci lavoravo fianco a fianco e, quindi, riuscivo non solo ad identificarmi con lui ma anche a capirlo. Passammo tutti i primi sei mesi della nostra permanenza a Saigon, per molte ore al giorno ma, a volte, anche di notte, a cercare di rimettere in sesto i GI gravemente feriti che “Charley”* aveva tentato di mandare letteralmente in pezzi nel modo più creativamente sadico possibile. Ad un certo punto Roger non fu più in grado di sostenere questo costante ed opprimente fardello e ricorse alla droga. Molti dei medici facevano lo stesso, come pure molti dei soldati addetti al servizio medico ed infermieristico. E come molti GI, d’altronde. La cosa miracolosa era che non ci fossimo tutti dentro. Comunque, come poi accadde, Roger fu uno dei fortunati che venne riabilitato e congedato in modo onorevole. Da Saigon ci portarono tutti in aereo a Vandenberg, e quella notte ci ubriacammo insieme a San Francisco. Fu l’ultima volta che vidi Roger Cochran fino al giorno in cui entrò nel mio studio. Sorrise con la stessa smorfia sbilenca delle labbra che ricordavo e tese la mano: «Ciao, Bob... è tanto che non ci vediamo.» «Roger! — lo abbracciai sentendo distintamente contro di me le ossa delle costole, e quanto scarne fossero le spalle. — Roger — soggiunsi tenendolo ora ad una certa distanza — è davvero passato un bel po’ di tempo. Mi fa piacere vederti...» La smorfia sbilenca lasciò il posto ad un gesto di disperazione. «Sì,... eh? — disse lasciandosi pesantemente cadere sulla sedia — anche se sono conciato così?» «Ma certo... certo.» Era passata la prima ondata di shock ed ero riuscito a riguadagnare almeno un pochino di calma. «Ma, dimmi che stai facendo ora? Che fai a Los Ange-les? L’ultima cosa che so di te era che esercitavi... non mi ricordo più bene dove di preciso... nella Bay Area. Giusto?» Alzò la mano, quasi a fermare la marea di domande che gli avevo rivolto a raffica: «Calma, Bob, non così in fretta. Fammele una alla volta.» «D’accordo, scusa. Ma, che succede? Lavori a San Francisco, no?» Scosse tristemente il capo: «No, non più. Lavoravo su, a San Mateo, fino a circa otto mesi fa... — si strinse nelle spalle. — Poi... beh, poi, ho semplicemente mollato tutto.» Capivo perfettamente la tragica situazione e non lo forzai. Aspettavo, tutto qui. Roger tacque per un po’. Acca-vallò le sue lunghe gambe e poi tornò a distenderle. Respirò profondamente: «Ti starai chiedendo perché sono qui... a Los Angeles... nel tuo studio, no?» «Beh, sì, certo. Ma, Roger, non hai bisogno di un biglietto d’invito per venire a trovarmi. Lo sai, no?» Si guardò intorno ed annuì. Invece di rispondere direttamente, disse: «Sembra proprio che ti sia fatto un bello studio, eh?» «Non male — risposi. — Ho impiegato un po’ di anni per sistemare le cose... ma qui sono contento.» Roger assentì con un movimento del capo, dandomi ragione. Chiese: «Sei specializzato in qualche cosa?» «Nulla. Sono uno degli ultimi rappresentanti di una razza in via di estinzione. Sono un medico generico. Ma va bene così, la gente viene lo stesso; e quel che faccio, lo faccio bene.» «Hai sempre fatto bene tutto quello che hai fatto», ag-giunse Roger senza tuttavia alcuna inflessione di cinismo. «Grazie» soggiunsi, chiedendomi dove volesse arrivare. Non potevo fare a meno di guardare quelle guance così consunte e quegli occhi così infossati. La pelle giallastra indicava solo dolore e sofferenza. Roger mi guardò diritto negli occhi: «Bob, sono venuto da te perché ho bisogno di un buon medico...» «Ma, tu non sei un... Non capisco.» Fece un risolino tra sé e sé, senza alcuna vena di ilarità. «Non mi aspetto certo che tu capisca, Bob. E non è giusto che ti tenga ancora sulle spine. Diciamocelo pure in faccia, Bob, credo di essere stato un po’ sfortunato, perché ce l’ho... me lo sono proprio beccato. Sai, quello di cui parlano tutti...» Aggrottai le sopracciglia e cercai di concentrarmi. Poi, cominciai a mettere il tutto a fuoco: la perdita eccessiva di peso, la situazione di debilitazione generale... «Vuoi dire...?» Annuì: «Eh, sì. L’AIDS. Mi dicono che ho l’AIDS! — e aggiunse con tono apertamente sfacciato — Sai che cos’è? Sin-drome da Immuno Deficienza Acquisita...» Ignorai il suo tono sarcastico: «Non capisco...» «Neanch’io. Neanche gli altri, sembra. Non so come me lo sono beccato, e neppure se sia quel che sembra. Comunque, qualsiasi cosa sia, Bob, mi sta facendo fuori. Ecco perché sono venuto qui, amico mio.» Respirai profondamente: «Ma, Roger, non mi è mai capitato di dover curare un paziente affetto da AIDS. Non so nulla della malattia o della sindrome, o di qualsiasi cosa esso sia. Sono solo un medico generico...» «C’è solo una cosa sulla quale hai ragione, Bob, e lo ammetti: non sai nulla dell’AIDS. Sono pochi i medici che ne sanno qualcosa, però non vogliono ammetterlo. Tutto quel che fanno è prescriverti medicine su medicine nella speranza che alcune funzionino. E, invece, tutte quelle medicine non servono a nulla. Sono pronto a metterlo per iscritto.» Non risposi. Non sapevo che cosa dire. «Però ti sbagli su una cosa, Bob: ti ho sempre detto che sei il miglior medico che io conosca, quello che riesce a fare le migliori diagnosi; il miglior medico non specialista... quello che con i pazienti si comporta meglio di tutti gli altri. Ecco perché sono venuto da te.» Mi accorsi che Roger stava facendo sforzi per parlare e respirava affannosamente. I suoi gesti si facevano via via più lenti e pesanti: «Un giorno mi sono detto: vediamo se il vecchio dottor Bob Smith riesce a capirci qualcosa. Quindi sono qui, dottore; sono nelle tue mani. Vedi che puoi fare, d’accordo?» Anche qualora non mi fosse mai capitato di udire una implorazione d’aiuto, ora non potevo di certo sbagliarmi: questa, lo era sicuramente. La mia assistente, Janine, era ancora lì, visibilmente provata: era assai toccata da ciò che aveva udito. Io inclinai il capo verso di lei annuendo, e lei sembrò svegliarsi improvvisamente dalla trance. Mi allungò la cartella clinica di Roger e, lentamente, uscì dalla stanza. Strinsi il ginocchio consunto di Roger e dissi con tutto l’entusiasmo di cui ero capace: «Vecchio mio, non preoccuparti, vedremo che cosa fare per risolvere anche questa. Siamo riusciti a portare a casa la pellaccia dal Vietnam e, se ce l’abbiamo fatta lì, dovremmo essere in grado di farcela anche con questo AIDS. Giusto?» Roger si era affaticato troppo rapidamente. Annuì debolmente: «Sì, certo, Bob. Certo.» E questa fu la scena introduttiva ad una fase della mia vita che mi avrebbe assorbito completamente, giorno e notte, per mesi. |
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