Copertina a 5 colori, plastificata, di Marc Desplanque.
270 Pagg.
Collana: Saggezza - Saggezza buddhista
Argomenti: Religione, Cultura tibetana, Spiritualità
Genere: Dizionario
ISBN: 88-85385-47-8
Sì, "A... come Buddha": perché la buddhità non è qualcosa che si acquisisce al termine di estenuanti fatiche mistiche, ma è qualcosa di innato, presente in noi fin da principio... Lama Jigmela ha un linguaggio semplice, venato di buonumore. E ci apre le porte del buddhismo tibetano rispondendo con franchezza a tutte le curiosità che mai avremmo osato esporre... da A... come Animali (gli animali meditano?) a S... come Segreti (come viene riconosciuto un piccolo tulku, cioè un lama reincarnato?) a P... come Poteri (è vero che i lama possono levitare? E viaggiare fuori dal corpo?)... Ma, attenzione: la saggezza del lama consiste nel trasformarci mentre ci risponde... é un libro che non vi lascerà come eravate prima di leggerlo...
Italiano
Se volete un assaggio...
A... come AnimaliSecondo gli insegnamenti del Buddha gli esseri senzienti vivono in sei regni, e uno di questi è quello degli animali. La natura della loro coscienza non è diversa dalla nostra, dal momento che è anch’essa radicata nella natura buddhica; differisce soltanto la loro visione del mondo, e quindi le loro reazioni. Questo significa che vi è solo una differenza esteriore fra la coscienza di un essere umano e quella di un animale. In realtà, l’una e l’altra sono oscurate dalle emozioni e dall’ignoranza, le quali impediscono il manifestarsi della loro saggezza naturale; e se il desiderio e l’attaccamento sono più tipici del genere umano, l’ignoranza rappresenta l’ostacolo principale per gli animali. Buddha si riferiva sempre a tutti gli esseri senzienti, intendendo quindi anche gli animali, e ci ha insegnato che dovremmo perseguire la liberazione dalla sofferenza e dall’illusione non solo per noi stessi, ma anche per tutti gli esseri senzienti. A causa del suo karma passato, l’essere umano ha sviluppato una visione del mondo che gli consente di governare il suo stesso karma molto meglio di quanto possa fare un animale, sicché siamo re-sponsabili karmicamente anche per gli animali. Secondo gli insegnamenti del Buddha, quattro sono gli ingredienti per realizzare la nostra vera natura: la stessa natura buddhica, che è propria di tutti gli esseri dal momento che è ovunque vi sia coscienza; questo prezioso corpo umano, che ci consente di realizzare più facilmente la vera natura della mente, e di cercare co-scientemente gli insegnamenti di cui ab-biamo bisogno per influenzare direttamente il nostro karma; a tale scopo, abbiamo bisogno dell’aiuto degli altri, soprattutto di un insegnante o di un amico spirituale; e, infine, abbiamo bisogno delle istruzioni adatte perché pur avendo un maestro, se costui non è in grado di comunicare con noi, non ci sarà di alcun aiuto. Teoricamente, gli animali non potrebbero quindi essere in grado di realizzare la verità; ma fortunatamente vi sono esseri in grado di comunicare con loro, trasmettendo le istruzioni giuste per uscire dall’illusione. Il Buddha stesso entrò nel loro regno in modo da fornir loro degli insegnamenti, e così fecero molti bodhisattva, come San Francesco nella tradizione cristiana. Ma anche senza essere un bodhisattva, possiamo aiutare facilmente gli animali a procedere verso la realizzazione. Il nostro karma, come il loro, si co-struisce con azioni e reazioni: se qualcosa ci piace creiamo attrazione, attaccamento, se invece non ci piace creiamo avversione; quando non vogliamo sapere, creiamo ignoranza. Per mezzo di questo gioco di azioni e reazioni, possiamo risvegliare la loro intelligenza, e nell’interferire con loro su un piano psichico possiamo a nostra volta far sì che la nostra visione delle cose sia più positiva, più calma; possiamo diventare più aperti; questo probabilmente incoraggerà il nostro cane a fare altrettanto. Non esiste soltanto la comunicazione verbale. Ricordo che il Karmapa aveva un alano, ma non poteva portarlo con sé in Sikkim; sicché rimase in Francia, con un brutto eczema. Chissà quali benedizioni aveva ricevuto il cane dal Karmapa prima che si separassero, perché se ne stava tutto il giorno seduto nell’erba, come un certo lama di nome Phurtsela. Phurtsela infatti aveva l’abitudine di meditare a quel modo, seduto nell’erba, e forse il cane stava facendo altrettanto... o forse era soltanto un po’ triste... Ma per tornare alla comunicazione non verbale, quel cane era allergico a qualche erba, sicché non riusciva a liberarsi dall’eczema: non gli era piaciuta l’iniezione che il veterinario gli aveva fatto in una prima visita sicché, in occasione delle altre visite necessarie, non appena qualcuno pensava «Bisogna che porti di nuovo il cane dal dottore», l’alano scompariva; se ne stava lontano finché, apparentemente, si era dimenticato della faccenda; mi toccò sviluppare una forma di non-pensiero per poterlo acchiappare e portarlo dal veterinario senza pensare a ciò che facevo! Se davvero non ci fosse modo di comunicare senza parole con gli animali, certamente questo cane non sarebbe corso via al solo mio pensiero di “veterinario”! Una volta mi regalarono una femmina di pastore tedesco, ancora giovane: era molto aggressiva e sviluppò un grande attaccamento nei miei confronti sicché ogni volta che partivo per un viaggio soffriva moltissimo. Presi a meditare tenendomi il cane vicino, che a poco a poco cominciò a rilassarsi, ad accettare con equanimità la mia presenza e la mia assenza, diventando un animale felice ed amabile. Aveva percepito ciò che volevo condividere con lei: non ci fu bisogno di parole. In realtà, c’è anche un altro modo per comunicare con gli animali, che è quello dell’intuizione diretta: essi possono “gustare” direttamente la qualità della vostra realizzazione. Spesso gli yogi indiani vivono in ritiro, fraternizzando con gli animali selvatici e pericolosi della foresta: essi si acquietano allo scopo di potersi avvicinare agli yogi, i quali non esercitano alcuna forma di addestramento. Sono gli animali a cercare la loro vicinanza. Il XVI Karmapa aveva questa particolarità, e gli animali solevano avvicinarsi a lui spontaneamente, oppure era la gente del posto che glieli portava; vicino a Rumtek, in Sikkim, dove viveva il Karmapa, c’è una vasta foresta popolata da numerosi animali; spesso accadeva che essi si recassero dal Karmapa prima di morire, in modo ch’egli potesse aiutarli. Come sapete, noi Tibetani seguiamo per tutta la vita una pratica speciale allo scopo di poter essere coscienti nel momento del trapasso, giacché pensiamo che durante la nostra morte sia più facile liberarci dall’illusione del samsara (ovvero il mondo condizionato): non appena la mente si libera dal corpo, essendo meno condizionata può realizzare più velocemente la sua stessa natura. Chi ha ben praticato durante la propria vita, potrà rimanere diversi giorni nella posizione del loto, essendo clinicamente morto ma senza rigor mortis, e con la mente ancora ben presente, completamente consapevole, non più condizionata dai sensi, anche dopo la cessazione di tutte le funzioni corporee: questo significa che la mente non verrà imprigionata nello stato del Bardo, quello stato allucinatorio fra una morte e una rinascita. Infatti, al momento del trapasso c’è come un black-out della mente, e ci si risveglia nel Bardo. In tale stato, le allucinazioni dipendono dal karma passato, dalle abitudini coltivate durante la vita. E dal grado di consapevolezza che avremo di fronte a queste allucinazioni dipenderà la qualità della nostra rinascita. Se riusciremo ad evitare il black-out della mente potremo riconoscere queste allucinazioni per ciò che sono, ossia un prodotto della mente stessa, e realizzeremo nella morte quella liberazione dall’illusione che non saremo stati in grado di conseguire durante la vita. Lo stato di meditazione durante e dopo la morte è detto samadhi e significa poter andare da un’esistenza all’altra — positiva — senza passare attraverso lo stato del Bardo. (Potete trovare ulteriori ragguagli leggendo “M come Morte & Morire” e “P come Poteri”, in cui si parla dello Yoga del Sogno, anche se qui ci riferiamo più ad una forma di meditazione che non allo Yoga del Sogno). Nello stato del Bardo, ci vuole un certo tempo prima di capire che si è morti; e solitamente si prova un senso di grande perdita che ci rende irrequieti, sicché per un certo periodo ci aggiriamo in cerca di ciò che ci manca; in seguito, pian piano, questa sensazione muta e ci avviamo verso un’altra incarnazione che corrisponderà proporzionalmente alla nostra consapevolezza. Siccome la mente è libera dal corpo, e quindi è meno condizionata e più chiara, può ricevere abbastanza facilmente una comunicazione non verbale, ed è per questo che i lama cercano sempre di contattare la mente del deceduto subito dopo la sua morte, in modo da accrescerne la consapevolezza e guidarlo velocemente fuori dal Bardo. La via d’uscita è probabilmente più facile per gli animali, giacché pur avendo abitudini ed attaccamenti proprio come gli esseri umani, ne hanno comunque di meno; ad esempio, non devono affrontare l’attaccamento per la casa, i soldi, per una posizione sociale, una bella macchina, per la terra, e così via! Il samadhi è il risultato di determinate istruzioni ricevute dai praticanti soprattutto durante la loro vita, ed è fisicamente caratterizzato da alcuni punti che restano caldi nel corpo umano, soprattutto il chakra del cuore e due punti sul collo, proprio sotto le orecchie; questo (perlomeno per quello che riguarda il chakra del cuore) accadeva anche a quei gatti e a quei cani che andavano a morire vicino al Karmapa: dopo il trapasso, invece di afflosciarsi, i loro corpi rimanevano in quella che probabilmente corrisponde alla loro posizione meditativa, per intenderci quella della sfinge. Potevano restare così da dodici ore a tre giorni e la stessa cosa avveniva per gli uccelli che, tuttavia, il Karmapa adagiava dentro ad un bicchiere quand’erano ancora morenti, in modo da sostenerli nella loro posizione “seduta”. E soltanto quando la fase di meditazione post mortem era conclusa, la testolina dell’uccello ricadeva verso il basso. Il Karmapa sapeva quale animale aveva bisogno di un’istruzione particolare, di un aiuto maggiore: gli animali, proprio come gli umani, non sono tutti uguali. C’erano uccelli in grado di affrontare il trapasso in una gabbia, ed altri ch’egli preferiva tenere fra le mani, tirando loro con grande delicatezza le piume sul capo e recitando dei mantra per loro fino al momento del passaggio. Poi, la testa dell’uccello morto continuava a rimanere ben eretta, in posizione meditativa. Persino il suo cane, che era molto malato e molto teso all’avvicinarsi della morte lontano dal Karmapa, riuscì a ritrovare completamente la calma e ad affrontare il trapasso con grande pace. Ecco che tipo di influenza il Karmapa poteva avere sugli animali. Aveva anche un altro cagnolino, molto vivace, che fu trovato morto sotto un tavolo; morto sì, ma pur sempre ancora nella sua posizione di meditazione. Più tardi, si afflosciò. C’erano poi i cinque pechinesi che erano con il Karmapa quando fu il suo momento di lasciare il corpo: fra la sua morte e la cremazione del corpo trascorsero diversi mesi, ma due di questi cani morirono il giorno stesso in cui il corpo fu cremato, pur essendo in perfetta salute: era questo il segno di un legame spirituale forte e diretto con il Karmapa, giacché avevano scelto di andarsene proprio nel momento stesso in cui il principio cosciente del Karmapa lasciava questo mondo. Anche il XIII Karmapa aveva un rapporto meraviglioso con gli animali: passava lunghi periodi in ritiro insieme ad un gatto, un coniglio ed un uccello: attraverso il modo in cui egli li educava, lasciò un insegnamento prezioso per la nostra stessa educazione. Non era un pazzo, semplicemente egli sapeva che gli animali possono evolversi spiritualmente, ed aveva trovato il modo appropriato per comunicare con loro. Era in grado di comprendere quale fosse l’emozione che li turbava e di aiutarli a trasformarla. Tutto questo accadeva attraverso un profondo contatto mentale, al di là delle parole. Ma non c’è bisogno di essere il Karma-pa: quando in casa nostra ci sono degli animali, prima di tutto potremmo insegnar loro a vivere in modo non conflittuale con gli esseri umani; ma è necessario essere consapevoli che essi si imbevono letteralmente dei nostri comportamenti, e che quindi possiamo inquinare la loro coscienza. Dovremmo essere coscienti della nostra responsabilità nei confronti di ciò che essi possono diventare. Addestrare un cane o un gatto per a-iutarli ad evolvere è bene, ma resta ancora da capire una cosa: dobbiamo dar loro il tempo perché imparino e si evolvano. Di solito l’addestramento di un animale si riassume nel forzare le tappe dell’evoluzione: c’è un dato ritmo da mantenere, e non si prende in considerazione il carattere dell’animale. Lasciate che siano ciò che sono, e se ci vogliono tre anni per completare la loro educazione andrà bene lo stesso. Ricordo due cagnolini tibetani che abbaiavano sempre durante gli insegnamenti: il traduttore non riusciva nean-che a sentire il lama, e gli allievi mal sopportavano i cani. Sarebbe stato facile addestrarli a non entrare nel tempio, ma questo addestramento fu sostituito da un sacco di pazienza e un atteggiamento educativo, sicché, ora, i due cani hanno sviluppato una migliore comprensione, una maggiore intelligenza e hanno imparato a non disturbare. Una volta, in Svizzera, il Dalai Lama stava dando un’iniziazione a circa quattrocento persone sotto un tendone: a quell’epoca gli Occidentali non erano tanto abituati ai Tibetani, ed essendo un po’ condizionati dal fatto che i cani non possono entrare nelle chiese, provarono curiosità e forse un certo timore circa l’eventuale reazione del Dalai Lama quando videro entrare un cane. Ma per molti di loro c’era una sorpresa in arrivo: il cane si diresse proprio verso Sua Santità, il quale semplicemente interruppe l’insegnamento, infilò una mano nel suo abito monacale e ne estrasse un pezzo di pane che offrì all’animale. Dopodiché riprese ad insegnare. Dovremmo ricostruire daccapo le no-stre relazioni con gli animali: amarli senza senso di possesso, ma anche smettere di credere che un cane ben addestrato impressioni favorevolmente gli altri sul conto del suo padrone. Quando un animale manifesta rabbia e un temperamento possessivo, possiamo insegnargli la calma: a seconda del modo in cui viviamo con loro, possiamo consentire che risolvano tutte le tensioni, e questo è il Servizio che possiamo rendere agli animali. Quando un animale se ne sta in pace, non dovremmo andarlo a disturbare per il nostro piacere, altrimenti saremo re-sponsabili delle emozioni che gli causeremo. Ricordate sempre che le emozioni creano il karma. Si potrebbe ribattere che, ad ogni mo-do, gli animali sono naturalmente aggressivi, che le fiere mangiano altri animali, e così via: ma la loro violenza è diversa dalla nostra, perché è solo ricerca di cibo. Il Buddha dice che la sofferenza propria del regno degli animali sta giustappunto nel fatto che devono mangiarsi l’un l’altro. Avevo un gatto domestico che catturava i topi anche se lo nutrivo abbondantemente; il cibo che gli davo, evidentemente, non era sufficiente a farlo smettere perché aveva bisogno di una garanzia: quella che il cibo gli sarebbe arrivato sempre. Aveva bisogno di essere certo che avremmo continuato ad occuparci di lui. Gli animali ci insegnano anche qualcosa sul nostro conto: basta osservare i nostri atteggiamenti! All’inizio, quello è il nostro cane, un’estensione di noi stessi, qualcosa di cui ci prendiamo cura e che nutriamo, ma con un desiderio di annessione, proprio come per una bella macchina o per un amore esclusivo unicamente riservato a noi. Poi, a poco a poco, cominciamo a chiederci che cosa sarebbe bene per il nostro cane, ed ecco che sboccia dentro di noi un atteggiamento di Servizio; passiamo da un amore condizionato all’amore incondizionato, alla vera compassione, dove l’unica soddisfazione è il fatto di aiutare gli altri. E con gli animali, questa compassione può essere scoperta con maggiore facilità, giacché chiedono molto meno degli esseri umani. Questa opportunità è il loro insegnamento principale nei nostri confronti. Non si dovrebbe usare un animale per il proprio piacere: una volta il XVI Karma-pa ci dispensò un insegnamento proprio quando vide una scimmia ammaestrata, costretta ad esibirsi per strada per divertire la gente. Egli disse che quando si co-stringe a tanto un animale, l’animale soffre, e dal momento che non può reggere questa sofferenza, gli nasce dentro una fortissima rabbia nei confronti degli uomini. Di solito negli animali le emozioni sono solo temporanee e meno negative di quelle che conoscono gli umani, ma in questo caso la rabbia non scompare e si accumula nella mente della scimmia per poi rimanifestarsi nello stato del Bardo, sicché la sua mente avrà tendenza ad incarnarsi in un regno più basso di quello degli animali, e fra esseri che avranno come emozione fondamentale proprio la rabbia; questo regno esiste, ed è uno dei sei regni di es-seri senzienti di cui ha parlato il Buddha. È il regno degli spiriti “affamati”. Quello fu un esempio di sofferenza davvero non necessaria, e di cosa ne sarebbe derivato. Lo possiamo applicare ai circhi, ma anche a noi stessi quando disturbiamo senza necessità un animale, o lo sovraccarichiamo pesantemente per sfruttarlo nel trasporto. Se possibile, non dovremmo mangiarli. È vero che i Tibetani sono carnivori, ma in realtà sono condizionati dalla loro cultura (in cui, ad ogni modo, si preferisce uccidere un solo yak che nutrirà una famiglia intera piuttosto che tanti pesci per nutrire un uomo soltanto) e dalla cultura occidentale, nella quale la gente mangia qualsiasi tipo di carne senza essere consapevole di ciò che fa. Anche i nativi americani avevano l’abitudine di mangiare animali, ma dal momento che erano in grado di mettere in atto una comunicazione non verbale, solevano chiedere il permesso prima di farlo. Una volta, in Tibet, c’era un macellaio che aveva il compito di uccidere le capre per l’intera comunità; ma un giorno, dopo aver lasciato in giro uno dei suoi coltelli, vide una capra che cercava di nasconderlo, ricoprendolo di terra. In quel preciso istante egli comprese che quella capra era un essere cosciente, sicché abbandonò il suo mestiere, andò in ritiro e divenne un grande yogi. Non si dovrebbero usare gli animali per il proprio tornaconto: se l’intenzione della scienza medica è buona quando vuole eliminare la sofferenza dell’umanità, il modo in cui ci si serve degli animali nei laboratori non è né corretto né necessario: non ci si può aspettare di eliminare la sofferenza creando altra sofferenza, proprio come non si può eliminare la violenza usando violenza. Secondo la nostra tradizione, la scimmia dell’esempio di cui sopra può rinascere in un regno più basso, e questo può accadere anche ad un uomo: possiamo rinascere quali animali, e non mi sto riferendo soltanto al caso dei bodhisattva! (Altre informazioni, a questo proposito, si trovano in “R come Reincarnazione”). Proprio come il Buddha stesso insegnò il Dharma in tutti i regni, un bodhisattva può rinascere sotto forma di animale allo scopo di favorire l’evoluzione in questo regno; non esiste nessun modo particolare per sapere se un animale è un bodhisattva reincarnato, ma è vero che, di quando in quando, capita a tutti di incontrare animali speciali. Ad esempio, i canarini del XVI Karmapa: a Rumtek, tutti sapevano che si sarebbero presi cura degli uccellini caduti dal nido nella foresta, di qualsiasi specie fossero. Una volta toccati da una persona che avesse tentato di rimetterli nel nido, la madre non si sarebbe più occupata di loro, sicché la gente soleva portare gli uccellini al monastero sapendo che i canarini regolarmente li avrebbero allevati. Quelli di voi che hanno un cane generoso, tranquillo, di animo gentile, stanno — credo — già pensando che deve trattarsi di un bodhisattva... ma ricordate che gli animali imitano sempre il comportamento degli umani, e forse, se il vostro cane è buono, calmo e generoso, è solo perché lo siete anche voi! |
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