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Come aprire la mente, come aprire il cuore
Tenzing Gyatzo, XIV Dalai Lama
-15%
ART. 000076
Copertina a 5 colori, plastificata, con foto di Fabio Gariffo
160 Pagg.
Collana: Saggezza - Saggezza buddhista
Argomenti: Cultura tibetana, Gelugpa, Spiritualità
Genere: Saggistica
ISBN: 88-85385-73-7

Come aprire la mente è un piccolo e conciso tesoro di saggezza. Spiega come vi sia un duplice livello di comprensione della verità, e come si possa scoprire la propria vera natura (la stessa del Buddha) praticando insieme l’etica, la progressiva stabilità nella meditazione e la via della saggezza.

Come aprire il cuore è un insegnamento del Dalai Lama sul modo pratico di generare nel proprio cuore un senso di amore e compassione per tutti gli esseri, che vada al di là del compatimento emotivo e che possa estendersi persino ai propri persecutori.

“Aprire la mente ed il cuore” sono certamente due punti-chiave irrinunciabili del Buddhismo, ma anche consigli estremamente utili per tutti noi in un mondo dove ignoranza, sofferenza e incomprensione rischiano di travolgerci.

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Capitolo I

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Introduzione alle varie tradizioni

del buddhismo tibetano

Se volessimo definire brevemente le varie scuole che, nel nostro Paese, detenevano la nobile tradizione della Dottrina del nostro Maestro, l’eccelso Buddha, basterebbe dire che nelle tre regioni del Tibet non vi era un luogo dove non predominasse il Dharma di Buddha, che infatti illuminava tutto, come il sole a mezzogiorno.

Possiamo distinguere due periodi, noti come e “l’antica” e “la più recente” diffusione della Dottrina.

Il trentatreesimo re tibetano, Chögyal Songzden Gampo, salì al trono all’età di tredici anni e costruì la maggior parte dei templi di Lhasa e di Tradrag, oltre a molti altri templi come Tadul e Runon. Fu lui a inviare in India il suo primo ministro, Thomi Sambhota, perché imparasse il sanscrito e la lingua scritta. Questi elaborò la scrittura tibetana sul modello di quella indiana e redasse otto trattati di grammatica. Il re convocò dall’India l’Acharya Kumara e il bramino Shankara, e dal Nepal l’Acharya Shilamanju, che iniziarono la propagazione della Dottrina e la traduzione di molti insegnamenti di Buddha, sia dei Sutra che dei Tantra. Nonostante lo studio della Dottrina non fosse allora né notevole né approfondito, lo stesso re istruì molte persone fortunate, soprattutto sugli insegnamenti del Grande Compassionevole.

Quando salì al trono il trentasettesimo re, Trisong Deudzen, la sana Dottrina fu diffusa con molto fervore. Egli invitò l’abate Shantarakshita di Zahor, nell’est dell’India, e il grande Acharya Padmasambhava. L’abate, l’Acharya e centootto famosi dotti indiani — come l’Acharya Vimalamitra, Shantigarbha, Dharma-kirti, Buddhaguya, Kamalashila, e Vibuddhasita — insieme ai traduttori tibetani Vairochana, Nyangjnana Kumara, Kawa Peldzeg, Chogro Lui Gyeltsen e Shang Yeshede — tradussero vari gruppi di insegnamenti dei sutra tratti dai Tre Canestri della Disciplina, dei Discorsi e della Conoscenza, oltre a vari gruppi di Tantra e ai loro principali commentari. Su questa base essi fondarono grandi centri di studio e di pratica.

Il quarantunesimo re, Triralpa Chen, decretò che ogni monaco dovesse essere mantenuto da sette capifamiglia e costruì un gran numero di templi. Egli usava visualizzare le due “assemblee” degli “immacolati oggetti di devozione” alle due estremità della sciarpa di seta che gli annodava i capelli, e li venerava con grande rispetto. Onorò il prezioso insegnamento del Vittorioso con innumerevoli azioni, ed invitò anche molto dotti indiani, come l’abate Acharya Jinamitra, Surendrabodhi, Shilendrabodhi e Danashila che, insieme agli abati tibetani Ratnarakshita e Dharmatashita e con i traduttori Jnanasena e Jayarakshita, revisionarono le traduzioni eseguite dai dotti e dai traduttori dei regni precedenti e le unificarono secondo i testi del Mahayana e dell’Hinayana, chiarendo i punti rimasti oscuri nella lingua tibetana. Seguendo l’ordine del re, divisero la “Madre Estesa” (il Sutra della Perfezione della Saggezza) in sedici parti. Anche la maggior parte degli insegnamenti tradotti in precedenza vennero unificati secondo la terminologia revisionata, e il prezioso insegnamento del Buddha si diffuse sempre più in tutto il Tibet, la Terra delle Nevi. Questa fase è conosciuta come “l’antica diffusione dell’insegnamento”.

Il quarantaduesimo re, Langdarma, proibì invece l’insegnamento di Buddha. In quel periodo Marshakya, Yogejung e Tsangrabsel, eredi del lignaggio del grande abate Shantarakshita, fuggirono a Domey, dove ricevettero l’ordinazione monastica completa dal grande lama Gongpa Rabsel. In seguito a ciò, sorsero progressivamente molte comunità monastiche. Più tardi, con l’arrivo nell’Alto Nagri di Dharmapala, Sadhupala e altri, e con la venuta del grande erudito kashmiro Shakyashri, si formarono in Tibet ulteriori lignaggi d’insegnamento della Dottrina e la comunità monastica andò espandendosi sempre di più.

Da allora affluirono in Tibet molti dotti e molti realizzati indiani. Viceversa, molti esperti traduttori tibetani si recarono in Nepal e in India a prezzo di notevoli fatiche. Essi si prosternavano davanti ai dotti e ai realizzati deponendo ai loro piedi degli oggetti d’oro come offerta; ricevettero molti insegnamenti sui Sutra e sul Mantra segreto, che in seguito tradussero e diffusero in Tibet. Da queste persone si sviluppò gradualmente un lignaggio di studiosi e di yogi, che ripristinò il prezioso insegnamento dopo quel periodo di particolare declino. L’insegnamento di Buddha, ormai completamente rifiorito, diventò nel Tibet come un sole splendente. Questo periodo è conosciuto come “la più recente diffusione dell’insegnamento”.

All’interno della trasmissione tibetana della Dottrina si formarono varie scuole, che assunsero nomi differenti. Per esempio, la Nyngmapa ha preso il nome dal periodo in cui è sorta; Shakyapa, Taglungpa, Drigungpa, Drugpa e Gandenpa hanno preso il nome dal luogo di origine; Karma Kagyupa e Bulukpa derivano dal nome dei maestri che diedero loro inizio; Kadampa, Dzochenpa, Chogchenpa e Shijaypa sono nomi dati in base alle loro regole. Queste tradizioni del Dharma possono essere raggruppate anche come “antichi” e “nuovi” sistemi di insegnamento.

In che cosa differiscono i due gruppi di sistemi? Gli insegnamenti Mahayana che fiorirono in Tibet comprendono i Sutra e i Tantra, però mentre non c’è differenza nella presentazione dei Sutra secondo le scuole antiche o le nuove, la differenza principale si manifesta nella diffusione dell’insegnamento Mahayana del Mantra segreto. Come ho spiegato in precedenza, le traduzioni del Mantra segreto, dalla prima propagazione fino all’arrivo del pandit Smirti, sono conosciute come “le antiche traduzioni” e i detentori del lignaggio della pratica e degli insegnamenti erano noti come Nyingmapa. Le traduzioni del periodo del traduttore Rinchen Zangpo sono conosciute come “le nuove traduzioni”, e risalgono al 978 d.C. In seguito Drogmi, Tanango, Lodrag Marpa e altri tradussero in tibetano molte raccolte di Tantra e poco a poco diffusero ampiamente gli insegnamenti delle nuove traduzioni.

Tra le molte scuole della Dottrina che sono esistite in Tibet, le quattro più diffuse ancora ai giorni nostri sono la Nyingma (fra le scuole “antiche”) e la Kagyupa, la Sakyapa e la Gelugpa (fra le scuole “nuove”).

Nell’810 arrivò in Tibet dalla terra di Ugyen il grande Acharya Padmasambhava. Egli fondò otto grandi centri di insegnamento intorno a Samye e tradusse molti Tantra e Sadhana. Per i suoi venticinque discepoli principali e per un seguito di esseri fortunati, in ogni centro di insegnamento egli girò la ruota del Grande Veicolo Segreto del Vajra, da cui nacque il lignaggio del Mantra segreto della tradizione Nyingma.

Marton Chökyi Lodro nacque nel 1012 e si recò tre volte in India, dove studiò ai piedi del grande dotto Naropa, di Maitripa e di molti altri guru. Egli tradusse e commentò molti testi autorevoli. Il lignaggio che proviene da lui, attraverso Jetsun Milarepa e l’incomparabile Dagpa Hlaje, è conosciuto come la tradizione Kagyupa, che a sua volta comprende quattro sottoscuole maggiori e quattro sottoscuole minori, come la Kamtsangpa, la Drigungpa, la Talungpa e la Drugpa.

Gonkonchog Gyalpo, nato nel 1034, studiò ai piedi del traduttore Drogmi e ricevette la trasmissione degli insegnamenti del “Sentiero e frutto” provenienti dall’abate di Nalanda, Shri Dharmapala, conosciuto anche come il Mahasiddha Virupa, e dal grande dotto Gayadhara. Questo è il lignaggio della tradizione Sakya ereditato e conservato dai cinque patriarchi Sakya.

Nel 1039, il grande maestro di Vikramalashila, Dipamkara Shrijnana, arrivò in Tibet e diffuse gli insegnamenti profondi dei Sutra e dei Mantra. Il lignaggio proveniente dai suoi tre discepoli Kudron Tzondru Gyuondrug, Ngog Lotsawa Lodan Sherab e Dromtonpa Gyalwai Jungne è noto con il nome di Kadampa.

Il grande Jamgon Tsongkapa, nato nel 1357, fu il detentore di questo lignaggio. Tramite l’ascolto, la riflessione e la meditazione, egli chiarì tutti i dubbi sulle parole del Tathagata e sugli autorevoli commentari esplicativi che erano stati tradotti in Tibet dalla lingua indiana. Stabilì che il significato degli insegnamenti profondi doveva essere insegnato nei dettagli e senza errori. Il suo lignaggio, ereditato da Gyaltsab, Kaydrub e altri, è conosciuto come la tradizione della montagna di Ganden.

Qualcuno potrebbe pensare che le tradizioni tibetane Sakya, Gelug, Kagyu e Nyingma siano completamente differenti tra loro e in disaccordo nella presentazione della base, del sentiero e del risultato, come può avvenire tra scuole buddhiste e non-buddhiste. Tuttavia non è così, e può essere chiaramente dimostrato. Ai giorni nostri, per esempio, possiamo vedere che gli aeroplani sono diversi nella forma, nel colore e nelle dimensioni; anche le parti meccaniche e la forma del modello possono variare secondo l’esperienza o l’ingegnosità dei produttori. Tuttavia, all’atto pratico, indipendentemente dal tipo di aereo, non vi sono differenze nella funzione (volare nel cielo) sfruttando l’energia del vento e del fuoco. In tal senso possiamo affermare che gli aerei sono tutti uguali. Allo stesso modo, le tradizioni della Dottrina buddhista in Tibet possono essere un po’ diverse in relazione all’esperienza e ai mezzi abili utilizzati nel guidare i discepoli lungo il sentiero dei grandi maestri realizzati che ne furono i fondatori, ed esistono differenze minori di terminologia e usanze: ma in sostanza la realizzazione ultima di queste tradizioni è sempre la stessa natura di Buddha. Come vedrete, gli stadi della pratica che permettono la realizzazione non sono altro che la pratica combinata dei tre Addestramenti superiori, nel rispetto dei quattro sigilli della visione della realtà che è stata riconosciuta come verità. Non esistono dissensi riguardo la pratica che combina Sutra e Mantra insieme, e in definitiva si tratta solo di forme diverse di un’unica tradizione, dal momento che tutte hanno in comune la stessa sorgente.

Qualcuno ha chiamato “lamaismo” la dottrina del Tibet, come se non avesse a che fare con l’insegnamento di Buddha. Questo non è vero, perché è stato Buddha stesso a insegnare in origine la raccolta di Sutra e di Tantra che costituiscono la fonte originaria di tutte le tradizioni buddhiste del Tibet. Nel periodo intermedio della diffusione, i grandi dotti indiani riaffermarono e insegnarono il significato dei Sutra e dei Tantra sulla base dell’applicazione della logica tramite la triplice analisi corretta, mentre grandi realizzati e yogi misero in pratica le istruzioni profonde e ottennero valide realizzazioni nel loro flusso di coscienza.

In definitiva, fu grazie alla bontà di quei re e ministri del Tibet, veri e propri Bodhisattva della Terra delle Nevi, e grazie anche alla bontà dei traduttori del passato che gli insegnamenti originari dei maestri indiani vennero tradotti in tibetano. I traduttori, certo non motivati da interessi economici e senza nemmeno curarsi delle privazioni e dei rischi fisici che correvano, si recarono in India e in Nepal come un’inarrestabile fiumana; qui, ricevettero gli insegnamenti di eruditi e realizzati famosi, non prima di aver loro formulato per ben tre volte la richiesta. Questi insegnamenti autentici vennero tradotti in tibetano e adottati come fondamento della pratica dell’ascolto, della riflessione e della meditazione: i lama non hanno mai inventato qualcosa che sia in contraddizione con la Dottrina; tant’è che, se sorgesse il minimo bisogno di chiarire i dubbi circa i punti salienti della Dottrina o di definirne la fonte, qualunque buddhista tibetano, quale che fosse la sua scuola di appartenenza, farebbe riferimento all’insegnamento di Buddha o alle opere degli eruditi o realizzati indiani.




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