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Akhenaton, il folle di Dio
Meurois-Givaudan, Daniel
ART. 000085
Copertina a 4 colori, plastificata
352 Pagg.
Collana: Libri di Anne e Daniel Meurois-Givaudan
Argomenti: Antico Egitto, Esoterismo, Reincarnazione
Genere: Saggistica
ISBN: 88-85385-80-X

Ancora una volta, leggendo negli Annali dell’Akasha, Daniel Meurois rivive un’esistenza precedente. Circa 3500 anni fa egli era un sacerdote-terapeuta del tempio di Aleppo. Venne convocato alla corte di Akhenaton, il leggendario Faraone che si accingeva a restaurare il culto dell’Uno, e cercava per questo uomini che già fossero volti all’Uno. Gli insegnamenti del Faraone-Avatar, che la storia ha cercato di cancellare, rivivono per noi in un affresco che si legge d’un fiato, come un romanzo, e si rivelano di grande utilità ancora oggi.

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Prezzo 18,50
Se volete un assaggio...

AKHENATON

CAPITOLO I
———————————
La notte di Alpu

È stato molto tempo fa. Un passato così remoto, che soltanto la memoria del Tempo ne conserva la traccia... Un passato così remoto che i libri antichi non ne conservano neppure più l’autentico segno. È accaduto davvero tanto tempo fa, e forse solo le pietre che sonnecchiano tra la sabbia o certi sguardi scolpiti nella roccia potrebbero ancora testimoniare.
Eppure, mi ricordo... Perché un cuore non cancella mai ciò che ha intessuto con altri cuori. Mi ricordo perché il tempo è un fiume strano, a volte soddisfatto di vederci camminare e seminare fra i suoi meandri.
È stato dunque tanto tempo fa... circa tremilaquattrocento dei nostri anni, nel deserto fra il Tigri e l’Eufrate... In un luogo in cui il sole dardeggia instancabile e il vento turbina fra le rocce dall’eternità.
Camminavo da... non so... ma camminavo da solo, sebbene mi fossi unito a un gruppetto di nomadi e alla loro carovana di cammelli. Volevo raggiungere Alpu*, una grossa borgata nel mezzo del deserto. La pista vagamente segnata tra il pietrisco delle pianure e lungo i fianchi di montagne aride, era interminabile. Non avevo nessuna voglia di chiacchierare o ridere con i miei compagni di viaggio; erano forse gli anni ad avermi reso taciturno? Forse avevo l’anima troppo colma delle gioie e delle ferite di tutta una vita... Volevo arrivare ad Alpu. Questo era tutto e, nel profondo, mi auguravo che lì potessero aver termine i miei giorni.
Sapevo che mi stavano aspettando; se non altro, lo speravo... purché tutto fosse rimasto come prima, e nulla, nessuno, fosse cambiato. All’entrata della città doveva ancora esserci la grande casa bianca dal tetto largo e piatto; c’erano ancora i fichi, tutt’intorno? Una luna prima, avevo fatto spedire una tavoletta d’argilla, sigillata con il mio anello. L’avevano ricevuta? I pensieri si coagulavano; non sapevo neppure più se il mio cuore era felice o sofferente.
Finalmente, la sera di quell’ultimo giorno, mentre il sole si tingeva di porpora, comparvero davanti al nostro gruppetto le prime terrazze della città di Alpu. Sulla strada che andava allargandosi, eravamo diventati via via più numerosi, come se lo stesso deserto avesse spontaneamente generato una grande quantità d’anime. Ben presto mi trovai circondato da una folla di mercanti e contadini che affrettavano il passo. A parte le colonne di donne che camminavano fiere, portando un enorme fastello di grano sul capo, non vi era più nulla che mi fosse familiare: nuove dimore si ergevano da una parte e dall’altra e gli accampamenti dei pastori avevano trasformato la città, estendendola molto al di là di ciò che ricordavo. Avrei ritrovato la grande casa dei fichi?... Esitavo a dire la mia casa, tanto le stelle erano corse sulle mie spalle dal giorno in cui ero partito. Allora ero giovane, ma era un altro tempo, forse un’altra vita... Sì, certo, un’altra vita.
A destra e a sinistra della strada cominciavano a crepitare i fuochi dei nomadi. Ricordo che mi offrirono un po’ di quell’allegria che mancava alla mia anima. Forse fu l’odore del fuoco capace di evocare tanti ricordi a farmi raddrizzare la schiena e allungare il passo.
D’un tratto, nella moltitudine dei passanti, una voce bussò alla porta della mia anima: era intessuta di fermezza ed esitazione, di timidezza e forza:
«Nagar... Nagar-Teth...!»
Mi fermai, e mi guardai intorno.
«Nagar-Teth... sei proprio tu?»
Scorsi sul margine della strada una piccola figura tutta avvolta in un velo scuro; era seduta su un pietrone e sembrava guardarmi fisso, come se mi stesse aspettando.
«Sei proprio tu?»
Mi avvicinai lentamente, poi posai ai miei piedi la sacca di tela, esitando a muovere un altro passo. La donna abbozzò un gesto, si alzò e il velo le cadde a terra: allora potei distinguere il suo volto, un bel volto ovale incorniciato da una massa di capelli grigi che scendevano a ciocche sulle spalle. Era un volto che conoscevo, già segnato dal tempo, ma che portava intatto, negli occhi, il guizzo della giovinezza. Non dovetti cercare nella memoria... tutto riaffiorò come un’ondata, tutto riemerse d’un tratto, senza che me ne avvedessi, cancellando ogni cosa intorno a me.
Era proprio Tyrsa, la Tyrsa dei miei giovani anni, mia sorella, la mia amica, la mia complice... Già, come la chiamavo? Forse soltanto Tyrsa, non ricordavo più...
Il suo volto si illuminò e potei leggere un “sì” grande e lungo negli angoli ridenti degli occhi. Non ricordo nessun abbraccio: era troppo intenso... troppa gioia e troppa sofferenza... e, soprattutto, era passato tanto tempo!
Restammo a guardarci così, in silenzio, per qualche istante, poi mossi un passo verso di lei e volli indurla a riprendere la strada con me.
«Mi porti a casa?»
«Non c’è più la casa», disse sorridendo con aria stanca.
«Non c’è più la casa?»
«No, non c’è più nessuna casa. Guarda, ora viviamo là. Vieni, seguimi».
Seguii dunque Tyrsa abbandonando la strada per scavalcare qualche ammasso di pietre, alla volta di una tenda accucciata in un avvallamento del terreno, una di quelle tende da nomadi, tutta fatta di tela e di pelli, color della terra. Un timido fuoco ne rischiarava vagamente l’entrata; fu lì che volli sedermi. Senza che ci scambiassimo altre parole, Tyrsa mi servì una ciotola colma della bevanda calda, rossa e speziata che aveva allietato tutte le sere della mia gioventù.
«Che cos’è successo?», ebbi infine il coraggio di chiedere.
«Sono state le Teste Gialle*, Nagar. Sono venuti qui, molti anni fa... E come hai potuto vedere hanno messo radici. Ci hanno portato via tutto. E quello che non hanno preso, l’hanno distrutto. Il Faraone non ci ha protetti affatto, in quel frangente, lo sapevi? Nessuno ha capito».
«Lo so, Tyrsa... È andata così... probabilmente non poteva andare diversamente! Ha tentato...»
Tyrsa rimase interdetta alle mie parole: mi guardava fisso, forse per cercare in fondo ai miei occhi ciò che la vita non aveva cambiato. Non riusciva a capire.
«Ha voluto tentare...», ripetei ancora.
«Ma chi, Nagar? Spiegami!»
Le risposi, credo, con un sorriso perché le parole non venivano. Allora calò fra noi un silenzio così lungo che per un attimo ebbi paura che Tyrsa e io fossimo diventati due estranei.
«E nostro padre, Sekhmet? — chiesi, infine — Dov’è? Dimmi!»
Tyrsa abbassò lo sguardo.
«Come probabilmente già sai, non c’è più... Quando ci hanno portato via la casa era già vecchio: resse male la vita sotto questa tenda. Non che il suo cuore fosse amaro, ma il suo corpo era consumato. Sono ormai più di cinque anni che è tornato nel paese senza ombra...»
Tyrsa mi raccontò allora dettagliatamente come nostro padre Sekh-met se ne fosse andato, dopo aver opposto una resistenza passiva alle Teste Gialle, all’abbandono della casa, alle magre risorse della famiglia, ormai impoverita.
Sì, avevo immaginato che non avrei più rivisto Sekhmet, ma non avevo voluto pensarci per non aprire una piaga prima di avere la certezza che quella piaga avesse una sua ragion d’essere... Ora il dubbio era certezza. Stranamente non mi faceva male: anzi, sentii un’onda fresca passare per il cuore come il frullo d’ali di un uccello che prende il volo. Volevo ricordarmi solo la bellezza del suo sguardo azzurro, e nient’altro.
A Sekhmet dovevo tutto o quasi. Era stato il mio padre adottivo, dal giorno in cui mi aveva visto vagare da solo per una strada nei dintorni di Alpu. Certamente non dovevo avere più di dodici anni e non sapevo nulla del mio passato: esso era come coperto da un velo, e niente sembrava poterlo sollevare. I miei primi ricordi, dunque, risalivano all’epoca in cui lo avevo visto per la prima volta camminare a fianco del suo asino sul pietrisco del deserto; avevo fame, sete e caldo, e la mia memoria non conteneva altro che la strada. Vedendomi, non aveva detto una parola: il suo sguardo aveva immediatamente colto il medaglione di bronzo che portavo al collo, appeso a una stringa di cuoio. Non sapevo né da dove venisse né cosa significasse; era un modesto pezzetto di metallo vagamente circolare che portava impressa una stella a otto raggi. Aveva corrugato la fronte prendendolo in mano, ed era stato in base a quel semplice segno che Sekhmet aveva deciso di portarmi con sé.
Era stato quello il vero giorno della mia nascita, il giorno in cui avevo cominciato ad avere una mia storia. Da allora ero vissuto sotto il suo tetto in compagnia di sua figlia Tyrsa e dei suoi quattro fratelli. La moglie di Sekhmet era morta di parto alcuni anni prima...
Mentre i miei pensieri viaggiavano nel passato, Tyrsa mi versò un’altra scodella di bevanda speziata.
«Ricordi?» disse, prendendomi la mano. Il suo sorriso era improvvisamente diventato così radioso che pensai che mi avrebbe spazzato via all’istante tutta la nostalgia dall’anima.
«Raccontami — continuava a chiedermi — raccontami! Dimmi della tua vita, Nagar!»
Ma non potevo... Quello che avevo nel cuore era contemporaneamente così pesante e così leggero... Una strana unione di sole e nuvole, di speranza e amarezza. E non aveva nome... Non sarei mai riuscito a parlarne...
Il fuoco crepitava all’entrata della tenda. Tyrsa aveva ravvivato la fiamma gettandovi un po’ di escrementi di vacca secchi. Alzai il capo come ad inspirare più profondamente l’aria della notte che allargava piano il suo mantello, e captai con lo sguardo lo scintillio della prima stella sopra il profilo delle montagne.
«C’è l’hai ancora?» mi chiese con voce allegra Tyrsa.
«No — risposi senza riflettere, sicuro che si riferisse al medaglione— no, non ce l’ho più».
«L’hai perso?»
«L’ho regalato... So che a Sekhmet non sarebbe piaciuto, ma c’è la saggezza dei libri, quella dei templi... e poi c’è la saggezza che si incontra lungo la via. Ha una sua storia per ognuno di noi».
Tyrsa fece un segno affermativo col capo.
Credetti per un attimo che sarebbe bastato, che avesse già capito l’essenziale di quanto sarei mai riuscito a esprimere. Non aveva forse bevuto alla mia stessa fonte?
Nostro padre Sekhmet non era stato un uomo come gli altri. In gioventù, già prima di sposarsi, aveva viaggiato molto, come suo padre prima di lui. Diceva di essere “Ishva”*, il che significava, per noi, che era detentore di molti segreti. E, infatti, erano tanti: eppure, nel corso degli anni, ce li aveva rivelati tutti. In realtà Sekhmet era stato sacerdote, nel senso che lo era stato fin dalla nascita. Era nato sacerdote. Aveva fatto parte di quei rari uomini per i quali il sacro e il profano si mescolano eternamente. Per Tyrsa e per me, nonché per alcuni altri, era dunque stato un ponte e ci aveva fatto passare incessantemente dall’umano al divino, tanto era vasta la sua conoscenza degli ingranaggi dell’anima del mondo.
Sotto il suo tetto, regnava l’abbondanza. Eravamo ricchi non solo dal punto di vista materiale, ma anche di conoscenza. La nostra famiglia, la famiglia che era diventata mia, era molto rispettata ad Alpu.
Sekhmet celebrava quotidianamente in un tempio scavato nella roccia: ero cresciuto in quell’ambiente, senza neppure capire perché... perlomeno, finché non ebbi quattordici o quindici anni, quando mio padre annunciò che gli era stato detto che avrei dovuto studiare la medicina e gli astri nel gran Tempio della città; esso era sede di una scuola sacerdotale dove già erano tracciati il mio futuro e la mia prosperità; era un onore, e non mi restava che obbedire. A quei tempi, a quindici anni, si diventava uomini, capaci di prendere in mano le redini della propria vita, di lavorare duramente e di ingoiare le lacrime. A quindici anni si poteva pensare a cercar moglie... Ma io sarei diventato sacerdote, un sacerdozio che lasciava ai comuni mortali l’amore umano.
Attizzando continuamente il fuoco, Tyrsa, che sembrava leggermi nel pensiero, incominciò a rievocare la nostra giovinezza. Forse cercava un modo per rendermi più socievole... Sicuramente, con quella mia sacca di tela e il mantello impolverato dalle sabbie di tutti i deserti, avevo un’aria stralunata. In verità, mi sentivo come un albero carico di fronde, in cerca di una terra abbastanza profonda per piantarvi le radici. Avevo dato e ricevuto tanto amore, ed ero così stanco... Avevo anche navigato fra onde così amare che Tyrsa se ne accorse, e preferì parlarmi di sé.
«Non mi chiedi nulla, Nagar-Teth? Sai... l’anno in cui sei partito mi sono sposata, contrariamente ai voti che avevo preso. Mi sono allora allontanata dal servizio del Tempio, e questo a nostro padre non è andato giù. Mio marito era un mercante opulento, che aveva la sua bottega sulla strada principale; commerciava in oro e in pietre. Era un uomo simile a molti altri in questa città, ma per un attimo avevo confuso i suoi gioielli con quelli che scintillano in cielo. Dei tre figli che mi ha dato, me ne resta uno. E quanto a lui, quando le Teste Gialle hanno invaso Alpu, è stato il loro primo bersaglio: aveva troppo oro per non ispirare la bramosia. Così, vedi, mi è rimasto solo un figlio, al quale nostro padre ha avuto appena il tempo di insegnare i primi rudimenti della medicina delle piante. Gli insegnerai il resto, Nagar?»
Sul momento non seppi che rispondere. Ero un po’ sorpreso dalla richiesta, e scrutavo la fiammella che illuminava gli occhi di Tyrsa.
«Sì, certo...» dissi, infine.
«Torni a vivere con noi, vero? Mio figlio e tanti altri sarebbero felici di ascoltarti. Non sei forse diventato “sacerdote del Faraone”? Qui, dicono così...»
Sussultai.
«No, Tyrsa, no... Non pensarlo nemmeno. Non sono mai stato il sacerdote del Faraone. D’altronde, non c’erano più sacerdoti...»
«Non c’erano più sacerdoti?»
«No... o perlomeno era ciò che desiderava... era ciò che il Faraone auspicava».
«Allora l’hai conosciuto davvero! Dicono che se ne sia andato sul-l’altro versante della vita: è vero? Dicono anche che il nuovo re è ancora giovane, appena in grado di regnare! È vero anche questo?»
«Sì, Tyrsa, tutto quello che dici è vero. Colui che ho conosciuto, amato e servito è tornato sulla barca di suo Padre. È a causa sua che tutto è accaduto e che tutto sarebbe ancora potuto accadere».
«Me lo racconterai, Nagar?»
Ancora una volta un nodo mi serrava la gola. Che ne era stato del Nagar-Teth di un tempo, così padrone di sé e tanto orgoglioso? La sua sicurezza e la sua serenità sembravano essere state spazzate via dai venti carichi di sabbia; le scene e le parole della mia gioventù mi venivano incontro, come la risacca delle onde sulla riva; la loro eco era confusa, come un rumore di passi nei lunghi corridoi di pietra dei templi di Tebe.
Tyrsa cuoceva i pesci sulla brace, ed io mi rivedevo nella mia veste bruna, mentre i sacerdoti di Alpu mi insegnavano la natura dell’uomo, la diversità dei suoi corpi e l’impronta lasciata dalle stelle nel profondo della sua anima. Consentii allora alla voce di Sekhmet di ritornare pian piano a me, per insegnarmi a usare gli oli che curano l’anima, oli preparati e alimentati da interminabili salmodie durante la luna piena.
«Nagar-Teth — mi aveva detto un giorno Sekhmet con aria solenne — verrà il tempo in cui penetrerai il segreto del medaglione che porti al collo, dal quale ti riconobbi come uno dei miei. Non fu tanto la stella ad attrarmi, quanto il segno molto meno visibile, inciso sull’altra faccia. Vedi questa strana croce, che resta sempre contro il petto? Non ci pensi mai, ma è proprio questa croce in movimento* che imprimerà in te un destino altrettanto strano. È per questa croce, e grazie alla stella che la ricopre, che sono stato messo sulla tua strada; una strada che proseguirai da solo, perché io sono soltanto una pietra miliare posta sul bordo. Tuttavia, figlio mio, non dimenticare una cosa: la strada non è tua. Sarai sempre e soltanto un suo servitore. Certamente, incontrerai chi ti chiamerà “maestro”, ne sono certo. Ma tu saprai ciò che quella parola significa davvero, di quale peso essa carichi il corpo, e che cosa esiga dall’anima. Saprai chi è il Maestro...»
«Prendi, Nagar», disse Tyrsa, distogliendomi dai miei sogni ad occhi aperti. Mi mise in mano una focaccia di grano su cui era disteso un pesce, profumato di brace e spezie.
«Mangia — continuò con fermezza — il tuo corpo ne ha bisogno... Sai che è stato un puro caso che sia venuta in possesso della tavoletta con il tuo sigillo, una settimana fa? È per questo che ogni giorno, sorvegliando le pecore, restavo sul margine della strada, a cercarti con lo sguardo. Non osavo immaginare che saresti tornato... Allora, per ingannare l’attesa e l’impazienza, ho cominciato a rievocare il giorno in cui te ne sei andato. Sono trascorsi più di vent’anni, Nagar! Te ne ricordi? La tua conoscenza delle piante, degli oli e di ciò che dà vita ai nostri corpi aveva già varcato i confini di Alpu; la tua reputazione si era estesa, viaggiando con le carovane. Chi fu a parlare di te in riva al Nilo? Non lo sapremo mai, ma non dimenticherò quale colpo fu per noi sapere che il Faraone ti voleva per una delle sue Scuole. Partire per Tebe, in piena Terra Rossa! Non potevi neppure rifiutare... era un ordine formale! D’altronde non opponesti alcuna resistenza. Prendesti la tua veste azzurra da sacerdote-istruttore, un mantello, qualche ciotola e il grosso anello d’argento ornato del suo sigillo; e te ne andasti all’istante, spinto da chissà cosa».
«Neppure io sapevo da cosa, Tyrsa...»
«E poi passarono i mesi, gli anni. Di quando in quando ci giungeva l’eco della tua vita, delle tue responsabilità. Ci fu anche qualche foglia di palma scritta di tuo pugno, con il tuo sigillo impresso... Ma era come se te ne fossi andato in un altro mondo, senza alcuna promessa di ritorno.
L’abbiamo accettato con serenità perché ti amavamo e sapevamo anche che malgrado la distanza e il tempo non ci avresti dimenticati.
Ricordo ancora le tue parole, quel mattino in cui ci lasciasti, sulla porta di casa; dicesti semplicemente: “Non parto per me. Ci sono mo-menti, nella vita di un uomo, in cui sentiamo che dobbiamo affidarci all’ignoto, perché ciò che non conosciamo è il richiamo di un destino a cui non possiamo sfuggire. In verità, non è dal Faraone che sto andando, ma verso la luce che voglio servire meglio che posso”. E così dicendo toccasti con il dito il medaglione che portavi al collo. Poi ti voltasti pian piano e raggiungesti la carovana che ti aspettava oltre i fichi. Nei primi giorni maledissi il Cielo, lo maledicevo anche perché vedevo che mio padre era agitato quanto me. Per la prima volta compresi che tutto il suo sapere, il nostro sapere, era incapace di lenire un vero dolore... Compresi anche che forse era per questo, perché ne avevi avuto il presentimento che volevi spingerti oltre quel sapere e te ne eri andato così in fretta, delegando in quello stesso giorno tutte le tue funzioni. Soltanto i nostri fratelli e pochi amici apparentemente non provarono dolore; senza che tu neppure lo sapessi, tu, il trovatello di cui non si sapeva nulla, avevi preso tanto posto! Tu, che avevi imparato così in fretta da Sekhmet e dai sacerdoti, come se seguissi una tua traiettoria alla quale nessuno avrebbe potuto opporsi! Tu, che avevi sempre negli occhi qualcosa che dolorosamente richiamava “qualcos’altro”! Hai trovato quello che cercavi Nagar? Hai potuto servire quel Sole che sognavi?»
Mi risistemai il mantello e fissai Tyrsa nel profondo degli occhi.
«Sì, sorellina, l’ho trovato... Quello che ho trovato era così immenso che mi ci sarei potuto perdere. E ho trovato così tante strade che portano al Cammino, e la mia anima è volata così in alto nell’azzurro che alla fine mi è mancato il fiato... ci è mancato, Tyrsa! C’eravamo quasi riusciti, capisci? C’eravamo quasi riusciti!»
«Riusciti a fare cosa, Nagar? Di chi, di cosa parli?»
Gettai i resti del pesce nel fuoco che crepitò più forte, poi levai lo sguardo alla volta celeste. Ormai era notte fonda. Sopra le nostre teste il fumo dell’accampamento si perdeva in volute sottili nel velluto.
Finalmente sentii che la fronte e le tempie si rilassavano; in quel-l’angolo di mondo regnava una dolcezza umile che non avevo più visto da tanto tempo, fino a dimenticarne il profumo. Avrei accettato di aprirmi ad essa, di abbandonarmici? A volte è difficile allargare la mano quando è chiusa a pugno, anche se abbiamo assaggiato tutti gli amori, tutte le tenerezze! La Luce, non possiamo trattenerla dentro di noi: la possiamo invitare, possiamo lasciarla agire a modo suo, può visitare anche i nostri angoli più reconditi, seminando a volte il turbamento... Anzi: soprattutto il turbamento; e poi possiamo dirle: «Fai di me ciò che vuoi, sei a casa tua». Ma mai possiamo trattenerla! L’oceano non appartiene alle onde...
Finalmente, quella sera, quella notte, mentre mi guardavo i piedi che giocavano con la sabbia alla luce delle fiamme, il pugno interiore accettò di distendersi, di aprirsi. Allora mi coprii la testa con uno scialle di lana e cominciai a parlare lentamente, una parola dopo l’altra, una perla dopo l’altra, come un vecchio dal cuore di bambino. Fu così che cominciai a narrare a Tyrsa la storia di Nagar-Teth, la vera storia di coloro che avevano tanto amato il Sole...



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