Copertina a 4 colori, plastificata
80 Pagg.
Collana: Oltre la vita
Argomenti: Morte, Relazioni, Stress
Genere: Manualistica
ISBN: 88-87622-65-5
Dell’Autrice di Palla di Sogno, Canto di commiato è un piccolo, prezioso strumento da usare quando vi trovate accanto a qualcuno che lascia questo mondo e non sapete più cosa dire, cosa fare, come accompagnarlo, come consolare le persone che gli stanno intorno, come trovare voi stessi consolazione. Quando la stanchezza di una lunga assistenza si fa sentire, quando la mente pare svuotata e incapace di produrre un pensiero che non sia banale, Canto di commiato vi viene in aiuto per riaccendere dentro di voi l’ispirazione, per farvi ritrovare il dono di rasserenare e rasserenarvi momentaneamente perduto.
Italiano
Se volete un assaggio...
CANTO DI COMMIATO
Davanti al blocco di marmo bianco, il mio braccio rimane immobile… Esito a dare il primo colpo di scalpello. Da dove cominciare? Da quale parte scalfire la pietra liscia? Dove aprire la prima falla? Su quale faccia provocare un’inguaribile ferita? E poi, lo posso fare? Dove forare per imprimere la traccia indelebile dell’anima in questo libro nuovo, che aspetta d’essere scritto, ora, da me?
Il braccio cala di colpo, il marmo urla. E urlo anch’io, proiettata a tutta velocità, con il vuoto sotto i piedi. Vertigine. Vertigine delle cose ancora increate che vivono tuttavia già nel tempo futuro. Esiste un libro, lo so. Ma io non ci sono ancora e, i miei reiterati colpi di scalpello sembrano appena alterare la massa compatta della pietra che ora è viva e dolente.
Chiedo le parole necessarie, parole nuove per lacerare le spesse tenebre. Parole per attraversare l’indifferenza, il grigiore e il cinismo. Un colpo dopo l’altro, tra una scossa e un contraccolpo, a poco a poco la pietra incomincia a cedere. Sono io che offro minore resistenza.
Un attimo di pausa. Il marmo respira e accarezzo la sua superficie spoglia. Polvere argentea sulla mia mano. Una mano pallida, piena di segreti di roccia e di travaglio. Non sono le parole, allora, a venire, ma il silenzio, nella sua interezza. Un silenzio come carne viva. Io sono soltanto, ormai, questo vuoto assoluto appena dischiuso che mi si dispiega dentro e dinnanzi. Il tempo annega, l’apnea si prolunga.
E poi, d’un tratto, nel mezzo dell’assenza di ogni cosa, vengono a me delle immagini, con il loro peso di odori e colori. Il ventre mi si contrae, ritornando vivo.
Tutto, ora, precipita.
****
Eccomi di nuovo in questa stanza. Rolande è morta da poco… Sono passati soltanto trenta minuti. Un tumore maligno al fegato operato l’anno scorso, e poco dopo le metastasi. Per la medicina, il suo era un classico caso di cancro generalizzato: niente di più banale. È rimasta in ospedale solo cinque giorni, e adesso è già tutto finito. Sì, Rolande se n’è andata in un baleno, e apparentemente non si è accorta di nulla. In realtà, tutto è accaduto precisamente come aveva desiderato e chiesto: «Non voglio sapere niente di quello che mi accadrà — ci aveva detto pochi mesi prima. — Vi avverto, soprattutto non parlatemi della malattia e delle sue conseguenze, ho già abbastanza paura così!». Ecco perché nessuno di noi aveva osato affrontare, davanti a lei, la realtà della sua morte che si avvicinava. Obbedienti alle sue ultima volontà, tutti avevamo fatto finta di niente. Zitti, dunque: non era quello che voleva lei, dopo tutto? Aveva così paura della morte! Povera Rolande… la si poteva capire.
Ma, per dirla tra di noi, tenerle nascosta la gravità della sua situazione ci aveva fatto comodo; era stato tanto più facile, tanto più… comodo tacerle la verità! Sì, fino all’ultimo, con aria convinta e con grandi e confortanti sorrisi, avevamo continuato a rassicurarla: tutto stava andando per il meglio, certamente sarebbe guarita, e naturalmente nel giro di poche settimane — perché no? — avrebbe potuto riprendere una vita normale. Che tono lieve avevano avuto le belle parole destinate a lenire la paura, inventate man mano! E come avevamo recitato bene quell’indecente commedia! Quasi quasi ci credevamo sul serio, alla favola assurda della sua imminente guarigione!
E allora? Buon per noi! Avevamo evitato, così, le ondate di emozioni che sempre accompagnano l’annuncio di una diagnosi infausta. Eravamo scampati ad eventuali crisi di nervi o a spiegazioni tanto penose per Rolande quanto per noi. Dopo tutto, era stata lei a chiederci insistentemente di non spaventarla… Allora, perché mai farsi dei problemi di coscienza, ora, per non aver saputo parlare con lei delle cose vere prima che se ne andasse? Avevamo fatto la cosa migliore, senza dubbio.
È solo mezzogiorno e gli altri, i parenti stretti, hanno già svuotato la stanza dei suoi effetti personali. Tutto è stato infilato alla rinfusa in grossi sacchi di plastica: i vestiti, il pettine, lo spazzolino da denti, il profumo che sa di buono, la crema per le mani, le pantofole nuove… Hanno persino gettato in pattumiera una bella scatola di cioccolatini appena iniziata, che le era stata regalata ieri. Come se quegli innocenti cioccolatini potessero essere portatori di un microbo pericoloso, da sradicare subito, per non rischiare di portarsi dietro la sua morte fino a casa!
Ormai non c’è più nulla nei cassetti di metallo verde. No, non hanno dimenticato niente… Un ultimo sguardo impotente al corpo inerte di Rolande, e sono usciti senza una parola, per paura di scoppiare di nuovo a piangere. Sento il loro dolore, la loro impotenza, non capiscono. Devono andare all’ufficio amministrativo, al primo piano, dove avranno delle formalità da espletare, dei documenti importanti da firmare… Tanto vale andarci subito, così si finisce prima. Poi ci sarà da avvertire gli altri parenti e gli amici, da organizzare i funerali, da scegliere la bara… Ho detto loro di non preoccuparsi, che sarei rimasta ancora un po’ lì, e questo pare averli rassicurati.
Eccomi dunque da sola, davanti al corpo senza vita. Dio, come tutto è vuoto e freddo, qui, e che improvviso mal di pancia mi ha preso stamattina. Ho voglia di una cosa sola: scappar via al più presto, come gli altri, dimenticare ciò che è accaduto, immergermi fra i rumori della strada, nel caos della città. Sì, qualsiasi cosa, tranne che il silenzio opprimente della morte che mi torce le budella. Penso che, salita in macchina, prima ancora di avviare il motore, prenderò un disco di musica rock e lo metterò a tutto volume. Aprirò tutti i finestrini, e magari anche il tetto, se necessario! Rumore... mi ci vorrà un sacco di rumore per cacciar via dalla testa il silenzio di questa stanza, che ora si fa greve, invadente, quasi insopportabile.
E tuttavia esito ad andarmene… è strano, ora che tutto è tranquillo mi sembra di sentire la presenza di Rolande. È come se… se fosse ancora qui, da qualche parte… Sto dando i numeri? È come se… se Rolande mi girasse intorno! Tutti i miei sensi sono in allerta; non oso più muovermi, a malapena oso respirare. Ho l’impressione che Rolande… fluttui nello spazio della stanza! Oscilla e si dondola da sinistra a destra, dal basso in alto, come un palloncino cieco, non più attaccato al filo. Va, viene, si ferma esitante. Come descriverlo meglio? Rolande è qui. La sento che passa e ripassa vicino ai miei capelli.
Sono concentratissima… Rolande è certamente smarrita, disorientata. Mi chiedo se si rende conto davvero di essere appena morta. Sta forse cercando di comunicare con me? Forse si sta chiedendo perché io non la veda, perché non le parli. Sento sempre di più la sua angoscia, mescolata alla mia. Non capisce cosa sta accadendo, ne sono sicura. Che posso fare per lei? Non lo so! Queste sono cose di cui non parla mai nessuno. Eppure sento l’urgenza, Rolande ha davvero bisogno di aiuto… e anch’io!
Nessuno ha saputo prepararla né assisterla nella sua dipartita. Ora me ne rendo conto perfettamente. È da qui che viene tutta la confusione. Ma non si impongono le proprie convinzioni né il proprio modo di vedere o di comportarsi a coloro che circondano un morente: la chiusura dei parenti prossimi a qualsiasi concetto di sopravvivenza dell’anima era così plateale… Ho potuto solo rispettare ciò che facevano… o non facevano. Ad ogni buon conto, onestamente, per me è stato più facile così.
È passata quasi un’ora dalla morte di Rolande…
Quando penso che soltanto tre giorni fa diceva che per il suo compleanno si sarebbe ripresa... Aveva persino deciso di invitarci al ristorante per festeggiare i suoi settantasei anni… «Qualsiasi ristorante, sceglietelo voi! Anche il più bello, anche il più caro, non ci sono problemi!», aveva detto. Eppure, doveva pur sospettare che sarebbe stato impossibile. Le sue condizioni generali peggioravano così in fretta… E noi, per farla contenta, facevamo finta di credere a quella serata, e favoleggiavamo, ridendo, di stravaganti menù e di prezzi mirabolanti nei ristoranti più eleganti della città. Come avevamo potuto accettare, senza colpo ferire, l’assurda idea che davvero un’ammalata di una tale gravità non si rendesse conto di nulla?
Rolande era una donna semplice, una buon madre di famiglia che aveva fatto, nella sua vita, il meglio che aveva potuto. Era cattolica di tradizione, ma ormai, da anni, non più veramente praticante. In quanto al senso della sua esistenza, anche qui aveva sempre preferito non porsi troppe domande: «Ciò che si ignora, non può farci male!», soleva ripetere.
Alla fine, era come tutti gli altri: aveva paura di cambiare, paura di sconvolgere la sua quotidianità. Niente rischi… Aveva preferito vivere in sordina, camminare a passettini misurati o ricacciare i suoi sogni più belli in un angolino nascosto della mente. Di distinguersi dagli altri o di disturbare qualcuno, non se ne parlava nemmeno! Il suo vasto mondo personale si riassumeva nei parenti stretti, nei figli, nei nipoti, oltre a qualche vicino e pochi conoscenti. Il suo universo si fermava lì. Questa era stata la sua scelta di vita. Cambiare radicalmente il suo modo di pensare e di vedere le cose sarebbe stato troppo complicato, troppo pericoloso. Per questo, quando il medico le aveva detto della sua malattia, lei aveva preferito ignorarla, addirittura negarla. Aveva forse creduto, in questo modo, di proteggersi o di sbarazzarsene? Oh Rolande, quanto bene le avevo voluto…
Qualcuno mi ha detto che, se non ci sono catastrofi di grandi proporzioni, sono più di duecentomila le persone che solitamente muoiono ogni giorno sul pianeta. Il che significa più o meno settanta milioni di esseri umani all’anno che sperimentano il grande viaggio. Sono tanti. Più del doppio dell’intera popolazione canadese! So anche che in Occidente quasi tutte queste persone, come Rolande, muoiono negli ospedali o negli ospizi. Morti banalizzate, abborracciate, svuotate di significato. Morti subito cancellate dal nostro quotidiano, morti respinte, eliminate, che ci si affretta a dimenticare. Sì, la morte la viviamo così, nelle nostre società cosiddette “moderne ed evolute”. E certo Rolande non ha fatto eccezione.
La guardo… Il suo corpo immobile diventa sempre più rigido. E tuttavia mi sembra di non potermene ancora andare, è come se fosse troppo presto. Seduta su una scomoda sedia, osservo Rolande che cambia, che muta colore. Il corpo si starà raffreddando, ma non andrò a verificare… Prima ho chiesto una candela a un infermiere: mi ha risposto che non ce n’erano, e che, comunque, in ospedale sono proibite, per i rischi d’incendio. Ho avuto l’impressione che mi guardasse con aria sospetta… o che mi considerasse, come minimo, una seccatrice. Mi sembra, tuttavia, che la presenza di una semplice fiamma avrebbe potuto accendere un po’ di calore in quella stanza, un barlume di speranza.
Eccomi qui, senza parole e senza reazioni. Non c’è proprio nessun’immagine trascendente che mi venga in mente. Nel cervello che gira a vuoto mi si snocciolano solo delle banalità. Produco solo pensieri senza né capo né coda. In quest’istante così essenziale per Rolande, io mi sento svuotata, arida, incapace di aiutarla, di accompagnarla… Eppure sono l’unica che sia rimasta con lei, l’unica che forse potrebbe tentare qualcosa.
La sento ancora vicina, e così disorientata.
È curioso come la morte, di solito, non faccia rumore. Pare anzi che, in quel momento, non “faccia” proprio nulla. Uno si aspetta che il mondo si fermi, che tutto gli crolli addosso, e invece no, la terra non trema, né il cielo si oscura! Niente adagio di violino che sorge dal nulla, come per miracolo, nella stanza. La vera morte ordinaria, vissuta in un ospedale, è molto meno poetica, molto meno affascinante di quella che si vede nei film!
Per Rolande, come per tutti, d’altronde, infatti nulla accade come al cinema: l’ultimo accompagnamento musicale alla morte lo fa la televisione della stanza di fronte, che adesso manda in onda una pubblicità per un collare antipulci, cantata dai cani. Mi fa star male. Più di quanto pensavo. Tutto è così banale e insignificante che mi vergogno di noi davanti a questa donna appena morta. La vergogna è ancora più forte perché questo istante, che dovrebbe invece essere per lei il più sacro di tutti, all’improvviso prende l’odore ridicolo degli spaghetti in scatola riscaldati nel microonde accanto alla sala infermieri.
Sussulto. Un addetto alle pulizie è appena entrato senza bussare, e svuota rumorosamente la pattumiera. Ecco, ci siamo: è davvero la fine dei cioccolatini… Che peccato, la scatola era nuova… Ma cosa succede? Perché mai sto a preoccuparmi dei cioccolatini sprecati? È assurdo, è… triviale! Non mi capacito! Mi sembra che dovrei avere pensieri decisamente più elevati. Non sarà che comincio ad aver fame… Fame? Beh, davvero… mi faccio proprio schifo…
L’inserviente butta uno sguardo indifferente al letto, poi esce. Non una parola, non uno sguardo comprensivo, neppure un saluto per buona educazione. La porta sbatte di nuovo. Dopo tutto, in un ospedale, la morte è semplicemente normale. Non vuoi mica che gli inservienti si strappino i capelli ogni volta che un vecchio tira le cuoia!
Dio mio, ma perché non mi viene neppure un pensiero profondo? Aspetto… Forse avremmo dovuto comprare dei fiori… chissà, anche una rosa, una sola, farebbe la differenza. Avremmo potuto metterla sul davanzale, per nascondere il muro di cemento di fronte.
Immobile e raggelata sulla sedia rigida, ora vedo soltanto quel muro di città, strisciato di sporco, pieno di buchi arrugginiti. La mia mente, incapace di sostare, vaga e incomincia a vederci dei faccioni mostruosi, dei paesaggi danteschi… Tutto si presenta alla rinfusa: la morte, la paura, i film del terrore, l’inferno, gli spettri, i vampiri… E incomincio ad aver paura. Penso che, in fondo, sono qui da sola con un cadavere, e che non so che cosa può accadere. È terrificante! No, tutto questo non ha davvero senso: sto proprio delirando! Mi precipito a chiudere la tenda.
Mi tranquillizzo. Finalmente un po’ di calma in corridoio. Rolande è ancora presente, la sento vicina. So che ha bisogno del mio aiuto. Ma non so davvero cosa fare, né cosa dire! È come se non trovassi le parole per placare questa mia anima e dirigerla verso l’alto. Non sarà l’atmosfera dell’ospedale a svuotarmi così di energia?
Sul comodino c’è un rosario di plastica bianca ancora avvolto nell’imballaggio di carta arabescata. Il cappellano dell’ospedale deve comprarli a dozzine al supermercato per poterli distribuire così, gratuitamente, durante le visite! Quando è venuto, poco fa, Rolande era ancora viva. Ci ha chiesto come si chiamava e, senza guardarci, ha abbozzato un’estrema unzione alla veloce prima di parlarci con frasi e parafrasi sapienti della volontà del suo Dio misericordioso che riprendeva con sé la sua… serva. Lo percepivo a disagio, come se non riuscisse a sopportare le nostre lacrime. Brandiva Dio contro di noi, come uno scudo, forse per non doverci abbracciare… Adesso che ci penso, mi sembra che avesse davvero paura della morte; forse quel mestiere non fa per lui…
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