Copertina a 4 colori, plastificata
448 Pagg.
Collana: Ben-essere
Argomenti: Medicina, Psicosomatica, Terapie dolci
Genere: Saggistica
ISBN: 88-87622-96-5
TERZA EDIZIONE, RIVEDUTA E AMPLIATA DALL’AUTRICE.
Leggere i sintomi come messaggi del corpo: una chiave semplice, fondata su un’enorme casistica, per comprendere cosa c’è dietro una malattia e guarire. Dieci anni di lavoro nel campo della microbiologia hanno fornito all’Autrice il rigore e il metodo d’indagine e di analisi necessari per questa ricerca, durata a sua volta diciannove anni. L’esperienza personale della malattia (cancro, mal di schiena cronico, depressione nervosa e una quantità di operazioni) e l’autoguarigione completa che ne è seguita l’hanno condotta a testare con altri la sua convinzione: VI È UNA CORRELAZIONE fra sintomo e causa profonda, confermata dal vissuto personale di migliaia di uomini e donne che si sono rivolti a Claudia Rainville. Se siete fra coloro che s’interrogano sul senso profondo della loro malattia, questo libro potrebbe condurvi alle cause ultime e dare il via ad un vero processo di autoguarigione.
Italiano
Se volete un assaggio...
METAMEDICINA: OGNI SINTOMO E’ UN MESSAGGIO
PROLOGO
«Ciò che chiamiamo malattia è la fase terminale di un disturbo molto più profondo e perché un trattamento possa avere davvero successo è evidente che non basterà curare la sola conseguenza senza risalire alla causa fondamentale che andrà eliminata».
Dottor Edward Bach
che cos’è la metamedicina©*?
Il termine “Metamedicina” è formato dal prefisso greco meta, che significa “al di là” e dal sostantivo “medicina”, che significa “l’insieme dei mezzi messi in atto per prevenire, guarire e alleviare le malattie”.
La Metamedicina va al di là della semplice cancellazione del dolore o della scomparsa dei sintomi, incentrandosi sulla ricerca del fattore responsabile dei disturbi.
In Metamedicina, il dolore, il malessere o l’affezione sono considerati segni precursori dell’incrinarsi dell’armonia in una parte dell’organismo, e far scomparire questi segnali senza ricercare l’informazione di cui sono forieri sarebbe come disinserire l’allarme antifumo dopo che ha rilevato un focolaio d’incendio. Ignorando l’allarme, rischiamo di trovarci nel bel mezzo delle fiamme, ed è precisamente quanto fanno coloro che inghiottono una medicina senza cercare di capire quale sia l’origine del segnale. Questo non implica automaticamente che sia necessario rifiutare una medicina che potrebbe darci sollievo: significa invece non limitarsi a voler cancellare il dolore o a voler far scomparire i sintomi, ma voler eliminare anche ciò che ha potuto originarli.
A titolo d’esempio vi racconto un’esperienza personale, vissuta all’età di undici anni: avevo un orzaiolo dopo l’altro e una compagna di classe mi suggerì di rivolgermi a una sua zia guaritrice, che avrebbe potuto liberarmene. Andai a trovarla, e la donna si limitò ad appoggiare il suo anello d’oro nel punto in cui stava spuntando un nuovo foruncolo dolorosissimo; mi disse: «Vai e non ringraziarmi», cosa che io feci. Da quel giorno, non ho mai avuto un altro orzaiolo.
Mi aveva guarita? L’interrogativo è tutto qui.
Far scomparire un sintomo, un dolore o una manifestazione non significa necessariamente guarigione perché la causa che gli ha dato origine può ripresentarsi dopo un certo tempo, in modo più ampio oppure sotto una nuova forma. Fu proprio ciò che accadde a me: la mia fiducia nelle qualità terapeutiche della donna era stata sufficiente per annullare del tutto quel “segnale” del mio organismo, ma la causa che l’aveva originato non era stata eliminata sicché, in seguito, ebbi una tonsillite dietro l’altra. Questa volta mi rivolsi al medico di famiglia che mi prescrisse in un primo tempo delle compresse di iodio, che mi diedero ben poco sollievo. Poi passò agli antibiotici, i cui risultati furono piuttosto effimeri; la soluzione definitiva era di farmi operare di tonsille. L’intervento chirurgico ebbe luogo, ma la causa del problema era ancora lì sicché, in seguito, si manifestarono faringiti e laringiti.
Le cartelle cliniche sono piene di storie di questo genere; per esempio, c’è il caso di una donna a cui trovano un piccolo nodulo al seno, durante un esame di routine: il medico le raccomanda di fare una mammografia, poi una biopsia; diagnosi: fibroadenoma, ossia un piccolo tumore di natura benigna. La paziente si sente rassicurata.
Qualche anno dopo la stessa donna scopre un’altra protuberanza sul seno: non si preoccupa, pensando che si tratti probabilmente di un altro piccolo tumore benigno ma, questa volta, il seno le fa male; inoltre compaiono gangli ascellari, il che la spinge a recarsi nuovamente dal medico. Dopo gli esami adeguati, la diagnosi è: cancro.
A questo punto, interviene il chirurgo eliminando il tessuto anomalo dal seno. La paziente viene sottoposta per un anno a trattamenti di radioterapia e chemioterapia, dopo di che sembra si possa cantar vittoria. La paziente conduce una vita normale. Poi compaiono dolori alle anche, e si scopre che si tratta di un cancro alle ossa: pochi anni più tardi, la donna muore per un cancro generalizzato.
Ben inteso, non tutte le storie vanno così: non è che tutti quelli che hanno gli orzaioli finiscono necessariamente per avere in seguito tonsilliti o laringiti, e chi ha un piccolo tumore benigno al seno non necessariamente svilupperà un cancro. L’evoluzione della manifestazione è determinata dalla causa stessa che può essere temporanea o prolungata: sono le cause di grande intensità o che vengono alimentate a dar luogo a una serie di manifestazioni o a malattie gravi come il cancro, la sclerosi, eccetera.
Fintantoché si interviene sull’effetto o sulle manifestazioni che, sempre nel caso del nostro esempio, sono l’estrazione del fibroadenoma, l’asportazione del seno, i trattamenti di radioterapia e chemioterapia, la causa continua a lavorare e a propagarsi proprio come un’erbaccia che viene tagliata senza estirparne le radici.
Teniamo a mente che non vi è alcuna manifestazione (dolore, indurimento, sanguinamento, eccetera) priva di causa; ogni causa produce effetti che a loro volta generano nuove cause e ancora più numerosi effetti.
Cosa avrebbe potuto fare quella guaritrice che avevo consultato quando avevo undici anni per condurmi verso una vera guarigione? Avrebbe potuto certamente usare l’anello d’oro che aveva posato sul mio orzaiolo ma, in seguito, avrebbe dovuto farmi delle domande, aiutarmi a scoprire e poi a eliminare il fattore responsabile di questi orzaioli.
Queste ultime due tappe corrispondono all’approccio tipico della Metamedicina, che può essere usato da medici, infermieri, terapeuti, guaritori, pranoterapeuti e così via per guidare la persona che si è rivolta a loro nel processo di recupero della salute. Volutamente uso il verbo “guidare”, perché l’unica guarigione vera è l’autoguarigione.
Non si può guarire nessuno contro la sua volontà, e soltanto la volontà sincera di guarire può motivare una persona a operare i mutamenti necessari nei suoi atteggiamenti, nel suo sentire e nelle emozioni responsabili della sua sofferenza.
come può intervenire la metamedicina in un processo
di guarigione?
La Metamedicina aiuta a ricostruire la storia di un disturbo, di una malattia o di un mal-essere profondo risalendo per quanto possibile alla comparsa dei primi sintomi; a questo scopo si usano le chiavi che orientano il “colloquio pertinente”, necessario per scoprire la o le cause del male.
Quale “colloquio pertinente” avrebbe potuto mettere in atto la guaritrice se fosse stata al corrente della Metamedicina? Servendosi della simbologia del corpo e delle sue manifestazioni, avrebbe saputo che, giacché il disturbo mi colpiva gli occhi, la causa aveva a che fare con qualcosa che vedevo; inoltre avevo continue infezioni, di conseguenza mi avrebbe chiesto se c’era qualcosa che vedevo e che mi mandava in collera, o mi addolorava o mi faceva provare vergogna. Era proprio questo il mio caso: verso l’età di undici anni, assistevo continuamente a scene di violenza in famiglia, e quando vedevo mia sorella con il sangue al naso per ore perché era stata picchiata, provavo una collera furibonda nei confronti di mio fratello che esprimeva la propria sofferenza attraverso la violenza. E tuttavia avevo troppa paura di lui per osare dire anche solo una parola: la collera nel vedere quelle scene si manifestava dunque attraverso gli orzaioli, e la mia impotenza nell’esprimerla si traduceva in tonsilliti, faringiti, laringiti. Non appena quel fratello si allontanò dalla famiglia, quando avevo quindici anni, tutto cessò.
In un primo tempo, la guaritrice avrebbe potuto dunque farmi prendere coscienza di questa collera che ribolliva in me e, in una seconda fase, avrebbe potuto aiutarmi a liberarmene facendomi capire quale fosse la ragione del comportamento aggressivo di mio fratello: non era forse stato picchiato anche lui? Non portava forse in sé una grande sofferenza, che esprimeva attraverso la violenza perché si sentiva incapace di liberare le lacrime? In tal modo, invece di giudicare mio fratello, avrei potuto comprenderlo... Chissà?! Se si fosse sentito compreso e amato, forse questo l’avrebbe aiutato, e avrebbe aiutato anche noi...
È notevole come l’aiuto che si può dare a una persona tramite la Metamedicina spesso finisca per avere ricadute positive sulle persone che la circondano. Non bisogna però credere che la Metamedicina sia un approccio semplicistico, anzi: non si limita a una causa che produce un effetto, perché un sintomo, un dolore o una malattia possono risultare da un insieme di fattori riuniti.
Era il caso dei miei orzaioli: c’era una seconda causa che scoprii continuando le mie ricerche, ed era connessa ad un senso di vergogna. Infatti, nel periodo degli orzaioli (mi erano venuti tra gli undici e i quattordici anni) avevo una gran difficoltà nell’ortografia, e i professori sbandieravano in classe i miei errori di francese o mi rimproveravano davanti a tutti. Va detto che storie simili possono produrre manifestazioni molto diverse a seconda delle persone: ad esempio, lo stress emotivo dovuto alla perdita di un figlio in un incidente può, per una madre, dar luogo a un cancro al seno e, per un’altra, provocare un fibroma uterino; per un’altra ancora, interverrà una depressione nervosa. Nel primo di questi casi, la madre può essersi sentita responsabile o addirittura colpevole dell’incidente occorso al figlio; nel secondo caso può essersi sentita impotente di fronte alla sofferenza del figlio e aver tenuto dentro un profondo dolore; infine, nel terzo caso, forse quel figlio era la sua ragione di vita e la morte del bambino può averle tolto il gusto di vivere, da cui è derivata la depressione.
Una stessa malattia può a sua volta avere cause molto diverse; ad esempio l’asma può esprimere, in una persona, un senso di oppressione perché si sente limitata nel suo spazio; questo spazio può riguardare tanto un bisogno di libertà quanto il bisogno di essere riconosciuto, o di avere un posto tutto per sé. In un’altra persona, può essere collegata a un senso di colpa profondo relativo alla propria nascita (se questa persona per esempio si è creduta responsabile della sofferenza di sua madre): a causa di questo senso di colpa, la persona si vieta di vivere appieno, e lo fa impedendosi di respirare bene. In un altro caso, potrà trattarsi del bisogno di ottenere attenzione o di un mezzo per porre fine ad un conflitto fra i genitori; in un altro caso ancora tale disturbo potrà essere legato alla paura di perdere una persona affettivamente indispensabile. Per questo ci serviremo della simbologia del corpo e delle sue manifestazioni per orientare il colloquio, che è l’unico a consentirci di ricostruire la storia personale per scoprire la causa inerente.
qual è il ruolo dell’operatore nella metamedicina?
Consiste nell’accompagnare la persona nel suo cammino,
— aiutandola a cercare il fattore che ha causato lo spezzarsi dell’armonia del suo organismo e ha generato la sofferenza morale o fisica;
— conducendola a prendere coscienza dell’atteggiamento mentale responsabile;
— aiutandola a liberare l’emozione o il sentimento collegato a quell’atteggiamento, per esempio una preoccupazione repressa, una paura alimentata, un segreto mai rivelato, un rancore non liberato, un senso di ingiustizia, un senso di colpa, eccetera;
— guidandola nel processo di trasformazione di una convinzione che non le è di aiuto, della dolorosa chiave di lettura di un evento passato;
— incoraggiandola a prendere una decisione che le sia favorevole, o a fare un’azione precisa che comporterà il ristabilirsi dell’armonia e, di conseguenza, il ritorno della pace interiore che si manifesterà con uno stato di benessere.
Tutto questo può aver luogo soltanto in un clima di fiducia, di accoglienza, senza giudicare, in cui l’operatore può assumere il ruolo di consigliere, confidente, e a volte offrire la tenerezza di una madre, senza mai oltrepassare i limiti del suo status di accompagnatore.
Tutto ciò richiede sia compassione che distacco: compassione per comprendere la sofferenza dal più profondo del cuore, la sofferenza che l’altro a volte si rifiuta di sentire; il distacco per non approfittare del proprio ruolo di accompagnatore per esercitare la nostra volontà al posto della persona che si è rivolta a noi.
Non ci si improvvisa operatore di Metamedicina, lo si diventa gradualmente con l’esperienza e con lo sviluppo del proprio sentire. Questo avviene grazie all’amore e al desiderio sincero di contribuire a un maggiore benessere delle persone che ci chiedono aiuto.
Una guida non può condurre gli altri in territori che non ha prima esplorato lei stessa, e un operatore di Metamedicina, di conseguenza, dovrà aver imparato ad autointerrogarsi sull’origine dei suoi disturbi o delle sue malattie assumendosi la responsabilità delle propria vita, della propria salute e della propria felicità.
Torna indietro