Copertina a 4 colori, plastificata
288 Pagg.
Collana: Ben-essere
Argomenti: Medicina complementare, Emozioni, Psicologia
Genere: Saggistica
ISBN: 978-88-89382-11-0
A dieci anni dal suo primo best seller internazionale Ascolta il tuo corpo, Lise Bourbeau lo completa con Ascolta il tuo cuore, in cui si sofferma sulle tre dimensioni dell’uomo:
• l’ESSERE,
• il FARE,
• l’AVERE.
Non è la conoscenza teorica che migliora la nostra qualità di vita, ma il suo diventare azione: è ciò che SIAMO che determina quello che FACCIAMO per AVERE ciò che vogliamo nella vita. Come in Ascolta il tuo corpo, anche qui Lise Bourbeau, fondatrice della scuola Écoute ton corps, suggerisce, alla fine di ogni capitolo, degli esercizi alla portata di ciascuno di noi affinché la lettura del libro non rimanga una conoscenza teorica ma si trasformi SUBITO in azione che migliora la vita.
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ASCOLTA IL TUO CUORE
Avere convinzioni e paure
All’inizio dei tempi l’essere era puro spirito, ossia luce. Volle e decise di vivere l’esperienza d’essere dio nella materia, e a tal scopo si creò un corpo mentale, un corpo emozionale e un corpo fisico, che costituiscono le tre dimensioni del mondo (o piano) materiale. L’essere si è così individualizzato sempre più, allo scopo di vivere ogni sorta di esperienza sul pianeta Terra, un pianeta fatto di materia, e popolato, appunto, da individui umani.
Creandosi questo corpo materiale, l’essere si è creato anche un’anima, da cui deriva la nozione della dualità, conseguenza della sua separazione dallo spirito. L’anima rappresenta infatti il piano sottile del mondo materiale, ossia l’aspetto emozionale e mentale dell’essere umano. Secondo il progetto originale, l’essere avrebbe vissuto ogni sorta d’esperienza sul piano materiale disponendo del libero arbitrio, ossia del potere di scelta: l’essere individualizzato avrebbe avuto, cioè, la libertà di scegliere il tipo di esperienza da vivere nella dimensione della materia, e il modo di viverla; avrebbe anche esercitato il libero arbitrio rispetto alla durata di tali esperienze.
Purtroppo, la maggior parte degli esseri sono talmente scesi dentro la materia da dimenticare chi sono davvero: ossia il Divino, che sperimenta la materia! La maggior parte degli umani ha dunque dimenticato l’essere, perché ha cominciato a identificarsi con la propria dimensione mentale, concettuale, credendo di coincidere con quella. Perché? Perché la mente concettuale è la dimensione più alta e più potente all’interno dell’universo materiale.
Prendiamoci qualche minuto per ripassare di cosa si tratta: la mente concettuale umana, detta anche “mente inferiore” o “ordinaria”, “piccolo io” o “io inferiore”, “intelletto” o “memoria”, è ciò da cui provengono le forme-pensiero o elementali, le credenze, le paure e l’ego. La funzione principale della mente concettuale umana è prima di tutto raccogliere e accumulare tutte le informazioni che i sensi fisici e i desideri del corpo emozionale sono in grado di captare: la mente concettuale è, dunque, in primo luogo, memoria.
Tutto ciò che è stato recepito dai sensi fisici, e tutto ciò che il corpo emozionale ha esperito in questa vita e in quelle che l’hanno preceduta, viene dunque registrato nella nostra memoria, la mente concettuale. La funzione della mente concettuale è semplicemente registrare queste esperienze e servirsene, se necessario, senza giudicarle in termini di buone o cattive. Il suo apporto più prezioso consiste nell’aiutarci a ricordare che siamo esseri di luce, desiderosi di vivere esperienze di amore e armonia.
Una persona ben centrata, ovvero consapevole della propria realtà divina, può vivere soltanto governata dall’amore. Chi è centrato ama se stesso e gli altri, e concede a sé e agli altri di vivere ogni sorta di esperienza senza colpevolizzazioni: non è abitato dal giudizio ma solo dalla constatazione, che lo aiuta a restare centrato e quindi ad essere se stesso. Quando le esperienze diventano dolorose, quando non siamo in armonia, vuol dire che abbiamo dimenticato il Divino o l’amore.
Ogni esperienza registrata dalla mente inferiore, ogni pensiero, diventa una forma-pensiero o elementale, che dimora intorno alla persona: la forma-pensiero, o memoria, ha la funzione di aiutarci quando ce n’è bisogno; è necessaria per poterci destreggiare sul pianeta Terra, se non altro per ricordarci del nostro nome, di come si fa a scrivere, a parlare, eccetera.
Tuttavia, invece di servirsi della memoria solo per memorizzare le esperienze vissute o gli incidenti occorsi, gli umani hanno incominciato a pensare che la realtà si riassumesse nell’esperienza vissuta, e invece di relegare quest’ultima nella memoria e servirsene al bisogno, danno un’importanza eccessiva a qualsiasi incidente doloroso si produca nel loro universo fisico o emozionale, decidendo: «Non bisogna che questo incidente si riproduca, quindi non lo dimenticherò. Ho troppo paura di soffrire di nuovo, se dovesse riaccadere». Ma più amplifichiamo una cosa, ossia più ripetiamo a noi stessi “non bisogna” oppure “non devo”, più quella forma-pensiero cresce, trasformandosi in una credenza, o convinzione, fortemente radicata. Come tutto ciò che vive sul piano materiale, anch’essa cresce in proporzione a quanto viene nutrita. Una convinzione o credenza è una memoria alla quale consentiamo di dirigerci.
Facciamo l’esempio di un bambino piccolo, nato in una famiglia in cui i genitori sono già molto presi da altri figli, dal lavoro, dalle loro attività, eccetera: il bambino non arriva nel momento giusto, e infatti nessuno ha veramente il tempo di occuparsi di lui. La sua esperienza può diventare questa: si sente di troppo, e messo da parte; ha l’impressione di passare inosservato nell’affanno delle attività quotidiane dei suoi, e si chiede: «A cosa servo?»
Se in quell’istante decide di essere davvero di troppo, che nessuno lo ama perché nessuno ha tempo per lui, quella decisione (ossia quella forma-pensiero) diventerà tanto più forte quanto maggiore sarà l’energia con cui l’alimenterà. Diventato adulto, è molto probabile che ripeta l’esperienza di sentirsi di troppo e non amato, perché è ciò che aveva deciso di credere da piccolo.
Quasi tutti quelli che vivono una situazione del genere dicono: «È normale crederci: continua ad accadermi!» Pensano di credere che le cose siano così perché questo è ciò che accade loro, ma in realtà è tutto il contrario: l’esperienza si replica perché sono loro a credere di essere di troppo e non amati; ed è precisamente di questo che bisogna prendere coscienza. Infatti, se consentiamo a una forma-pensiero di trasformarsi in convinzione, essa diventerà la nostra signora e padrona, e ci dirigerà impedendo che a guidarci sia la nostra luce, il nostro essere interiore.
Quando dico “ci siamo dimenticati di quello che siamo”, intendo proprio questo. È detto che ci accade sempre ciò in cui crediamo, e non ciò che vogliamo: perché? Perché, se lasciamo che sia la mente inferiore a dirigerci, le deleghiamo il nostro potere creativo; e giacché la mente inferiore altro non è che memoria, potrà dirigere le cose solo sulla base delle esperienze passate, già registrate, sicché non potrà far altro che ricreare quelle stesse esperienze.
È interessante osservare che, appena una convinzione incomincia a dirigerci, iniziamo ad avere paura; perché? Perché non siamo più guidati dalla nostra luce interiore, e quindi siamo “al buio”, anche se abbiamo sempre il potere di scegliere fra la luce e il buio, fra l’amore e la paura, fra le felicità e l’infelicità.
Ora mi dirai: «È importante, però, credere in qualcosa. Da quando ero piccolo, mi hanno sempre detto che è importante credere in me stesso, credere nella vita, credere nella felicità, credere in Dio». Certo, sono d’accordo con te. L’essere umano, diventando sempre più consapevole, usa le mente inferiore per discernere quali, fra le sue convinzioni, sono benefiche per lui; è sempre la mente inferiore a giudicare che cosa è bene e che cosa è male, e soltanto in seguito, quando l’essere umano sarà totalmente consapevole, saprà intuitivamente che cosa è bene per lui, senza doverci credere. Alcuni cominciano col dire: «Credo d’essere capace di affrontare quella situazione», e poi lo fanno. Incominciano, cioè, dal credere, fino al giorno in cui sono in grado di dire: «Ora ne sono capace».
“Sono capace” è un’affermazione molto più potente di “credo d’esserne capace”. Fintanto che siamo nell’ambito del credere, c’è il rischio del dubitare, ossia di credere qualcos’altro. Questo si applica anche a Dio: la gente comincia con il credere in Dio, fino al giorno in cui è capace di percepire e sapere: «Io sono il Divino, sono l’espressione di Dio sul piano materiale», cosa che è molto più potente. Credere è dunque una tappa necessaria per giungere al sapere; quando possiedi credenze o convinzioni davvero benefiche, quali «credo di esserne capace», sai che, se non altro, ti condurranno a qualcosa di gradevole.
Tuttavia, è importante essere consapevoli che qualsiasi credenza o convinzione alimenta la paura che qualcosa di sgradevole possa
prodursi se si agisce contrariamente
alla propria convinzione.
Alcune di queste credenze richiedono sforzi maggiori per riuscire a liberarsene, perché vengono alimentate simultaneamente da milioni di persone. Eccone alcuni esempi:
• credere che quando siamo in mezzo alla corrente prenderemo il raffreddore;
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