Copertina a 4 colori, plastificata
176 Pagg.
Collana: Saggezza - Saggezza buddhista
Argomenti: Buddhismo, Meditazione
Genere: Saggistica
ISBN: 978-88-89382-13-4
«Oggi la scienza occidentale ha accumulato una gran conoscenza tecnologica, ma pare ancora molto limitata riguardo alla comprensione della coscienza: e in assenza di tale approfondita conoscenza, persino l’utilità di un’eccellente padronanza della materia può rivelarsi discutibile – sostiene il Dalai Lama. – Lo scopo principale dell’acquisizione della conoscenza essendo il bene dell’umanità, ritengo importantissimo equilibrare la conoscenza della coscienza, conseguibile attraverso l’esperienza interiore, e la conoscenza della realtà materiale. Se ci avviciniamo alla ricerca scientifica da un lato soltanto, senza tener conto della coscienza interiore, automaticamente trascureremo l’esperienza del nostro sentire; per esempio, le potenti armi distruttive sono davvero una gran conquista da un punto di vista puramente tecnologico, ma rispetto al bene dell’umanità il loro valore è discutibile. Credo che l’indagine o lo studio della coscienza non vada considerato appannaggio soltanto delle religioni, ma che sia importante per la conoscenza tecnica, per la conoscenza umana. In questo senso, la filosofia orientale, e soprattutto la filosofia buddhista, ha qualcosa da offrire al mondo moderno». Questo è l’apporto dell’indagine condotta dal buddhismo su come funziona la nostra mente, indagine che sfocia nell’uso della meditazione quotidiana, che il Dalai Lama espone in questo straordinario libro. Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama, oltre ad essere a capo del governo tibetano in esilio, è uno dei maggiori leader spirituali del pianeta. Ha ricevuto il Premio Nobel per la pace nel 1989 e, nel 2007, il massimo riconoscimento statunitense, la Medaglia d’oro del Congresso, per il suo instancabile operato in favore della pace e del reciproco rispetto dei popoli e delle diverse religioni.
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LE CHIAVI DELLA MEDITAZIONE QUOTIDIANA
CAPITOLO I
Spirito e particolarità
del buddhismo tibetano
Peculiarità del buddhismo tibetano
Ai giorni nostri, con il continuo crescere della violenza e della crudeltà, il messaggio buddhista della non-violenza è molto importante.
Come il Mahatma Gandhi, penso che l’essenza degli insegnamenti del Buddha e di molti altri antichi maestri indiani dovrebbe essere integrata nel campo della vita quotidiana. Prendetene l’essenza e applicatela alla vostra vita professionale; questo è il giusto modo di procedere. Se consideriamo gli insegnamenti spirituali e religiosi come un qualche cosa a sé stante, allora saranno davvero poco utili. E se nella nostra vita mondana ci dimentichiamo della pratica spirituale, anche questo non è giusto.
Se a un certo punto, nei giorni futuri, la popolazione del mondo sarà capace di vivere in armonia, e se tutta l’umanità diventerà quasi come una famiglia fondata su una genuina volontà di cooperazione, senza differenze e conflitti, questa unità sarà eccellente; se mai verrà un tale magnifico giorno, allora potremo abbandonare tutti i nostri retaggi culturali, che ci conferiscono identità distinte. Nel frattempo, però, credo che preservarli sia importante; questo è particolarmente vero nel caso dell’antico retaggio culturale dell’India, che è correlato molto da vicino allo sviluppo della mente; ed è proprio per questa sua correlazione fondamentale che tale cultura dovrebbe affiancare il progresso materiale.
Vi sono due modi per insegnare la dottrina del Buddha: uno è impostato sul rapporto guru-discepoli, e magari comprende una puja, cerimonia di offerte materiali e mentali che sono un segno di rispetto nei confronti dell’insegnamento, oltre che un modo per rafforzare la devozione1; l’altro consiste in un incontro completamente informale, dove il rapporto guru-discepoli non è chiamato in causa. Qui, seguiremo questa seconda via: fate come se ci fossimo riuniti a casa vostra, e stessimo scambiandoci le nostre esperienze e le nostre idee sui modi per ridurre al minimo i problemi quotidiani e accrescere la nostra bontà e la pace mentale. Se conquisteremo la pace della mente, allora ci sarà in casa nostra un’atmosfera più pacifica, il che aiuterà le generazioni future, i nostri figli e i figli dei figli. Non farò dotti riferimenti ai testi, limitandomi a spiegare gli insegnamenti essenziali del Buddha, e sentitevi tutti liberi di fare domande2.
Penso sia importante che abbiate una qualche idea di fondo del Buddhadharma, così come è stato preservato in Tibet, perché si tratta di una tradizione tuttora vivente e non soltanto in quanto trasmissione orale ininterrotta: la nostra piccola comunità di rifugiati conta persone che hanno avuto esperienze straordinarie grazie alla loro pratica meditativa; la tradizione, dunque, è più viva che mai.
Sebbene si tratti di un incontro informale, quale monaco buddhista mi piacerebbe iniziarlo recitando una strofa in lode del Buddha Gautama:
Omaggio al Buddha perfetto,
il filosofo supremo,
che ci ha insegnato l’origine interdipendente,
libera da distruzione e creazione,
scevra dalla non-esistenza e dalla permanenza,
dall’andare e dal venire,
dall’unità e dalla pluralità:
l’acquietarsi di ogni elucubrazione,
la beatitudine assoluta!
Come probabilmente già sapete, due sono le scuole principali del buddhismo: il Mahayana, termine tradotto anche come “Veicolo largo”, e l’Hinayana, o “Veicolo stretto”.
Il sistema del Veicolo stretto venne insegnato dal Buddha Shakyamuni pubblicamente, mentre gli insegnamenti che costituiscono il Veicolo largo furono riservati a coloro che già erano suoi discepoli. Questi ultimi insegnamenti contengono non solo tecniche per addestrare la mente, ma anche il Tantrayana, ossia le tecniche che operano con le energie e i centri vitali del corpo.
Ciò che i tibetani hanno preservato e messo in pratica per molti secoli è un buddhismo completo, in cui sono presenti tutti e tre i livelli di insegnamento [Hinayana, Mahayana e Tantrayana].
Prendiamo, ad esempio, il mio caso. La mia ordinazione a bhikkshu, ossia a monaco, è avvenuta in base al Sutra della disciplina monastica, che è l’essenza degli insegnamenti del Veicolo stretto, nel quale sono comprese le regole comportamentali a cui noi membri della comunità monastica dobbiamo attenerci. La mia vita quotidiana e il mio comportamento sono dunque fondati su questi insegnamenti, giacché ho abbracciato la vita monastica: nella nostra tradizione, un monaco pienamente ordinato deve osservare duecentocinquantatre regole. Inoltre pratico ogni giorno la meditazione del calmo dimorare [shamatha in sanscrito, o shinè in tibetano], e quella della speciale visione penetrante [vipashyana in sanscrito, o lhak thong in tibetano], parte anch’esse degli insegnamenti del Veicolo stretto.
Tuttavia, la mia principale pratica quotidiana è lo sviluppo dello spirito dell’Illuminazione [bodhichitta in sanscrito], fondato sulla compassione [karuna in sanscrito, nyin je in tibetano] e l’amore [maitri in sanscrito, yam pa in tibetano], che appartiene agli insegnamenti del Veicolo largo. Pratico inoltre quanto più posso le sei perfezioni [paramita in sanscrito, phar phyin in tibetano] della generosità, della disciplina, della pazienza (o perseveranza), del vigore (o impegno entusiastico), della meditazione e della saggezza, anch’esse parte del Veicolo largo.
Pratico inoltre lo yoga delle deità, con i mandala, una pratica che proviene dagli insegnamenti del Tantrayana.
In Tibet, dunque, si può simultaneamente praticare l’essenza di tutte e tre le dottrine, e questa straordinaria gamma di tecniche è una peculiarità che rende unico il buddhismo tibetano.
Su cosa verte l’insegnamento del Buddha
Tanto per cominciare in modo semplice, potremmo dire che tutti gli insegnamenti del Buddha Shakyamuni sono riconducibili a due categorie: quelli sul comportamento e quelli sulla visione.
Il comportamento: la non-violenza
Il comportamento insegnato dal Buddha è la non-violenza [ahimsa in sanscrito, tshe med zhi ba’i lam in tibetano], ossia non fare del male, dove il non fare del male agli altri include anche il far loro del bene, l’operare per il loro benessere.
Perlopiù, le principali religioni del mondo concordano sullo scopo di far del bene a tutta l’umanità, insegnando a tal fine la non-violenza, e che bisogna essere calorosi, avere una motivazione positiva e un buon carattere; quanto al modo per riuscirci, tuttavia, le filosofie differiscono, giacché gli esseri umani hanno inclinazioni mentali molto diverse tra loro. Certe filosofie si rivelano più adatte di altre per alcuni, e il fatto che esse siano numerose consente a individui dotati di menti e interessi diversi di mettere in pratica i sistemi più adatti a loro.
Indipendentemente dalle diversità filosofiche, però, il punto principale resta quello di domare la mente, di disciplinarla, e di coltivare il buon cuore, di essere calorosi.
La visione: l’interdipendenza
In questa prospettiva, possiamo dire che esistono due diversi approcci alla spiritualità, due filosofie principali: alcune religioni insegnano che esiste un Dio creatore, di cui noi siamo le creature; ci dicono che tutto, in ultimo, dipende da Dio, e che agendo secondo la Sua volontà si consegue una felicità permanente. Questo approccio attribuisce la massima rilevanza al Creatore, e il ruolo dell’individuo è ridotto ai minimi termini; chi segue tale approccio agirà in base al fatto che tutto sta nelle mani del Creatore, e impronterà il proprio comportamento al non contrastarne la volontà, traendo da ciò soddisfazione mentale e stabilità morale.
Altri però hanno una visione “scettica” delle filosofie religiose, e preferiscono affidarsi all’interdipendenza. Questo è l’approccio dei buddhisti, fondato sul fatto che il tutto non sta nelle mani dell’Onnipotente ma nelle nostre; anche noi ne traiamo soddisfazione sul piano mentale e stabilità morale. Sebbene fare del male agli altri sia contrario all’insegnamento del Buddha, il senso di questa affermazione, da parte dei buddhisti, è un po’ diverso dal caso precedente: il Buddha ha infatti insegnato che tanto la sofferenza (che nessuno vuole) quanto la felicità (che tutti desiderano e a cui tutti tengono) sono il prodotto di cause, e che il nostro destino è nelle nostre mani.
Il solo Creatore, per il buddhismo, è la nostra mente, intrinsecamente pura e dotata di una motivazione altruistica: da essa possono scaturire azioni fisiche e verbali altrettanto positive, capaci di produrre risultati sani, piacevoli e benefici; se però la mente rimarrà rozza ci ispirerà atti violenti, tanto verbalmente che fisicamente, azioni che per loro natura faranno del male o feriranno gli altri, producendo così risultati spiacevoli e dolorosi.
Non possiamo, insomma, prendercela con qualcun altro per la nostra sofferenza, ma con noi stessi soltanto; la responsabilità è sulle nostre spalle: i buddhisti credono nell’auto-creazione, invece che in un Dio Creatore onnipotente.
Ciò non vuol dire che i buddhisti confutino l’esistenza di esseri superiori: fra gli esseri elevati o illuminati, maestri esperti, si annoverano non uno, ma centinaia e migliaia di esseri divini, quali i deva3; questo lo accettiamo. Soprattutto nei Tantra compaiono tante deità, alcune irate e altre pacifiche, ma queste deità, dèi e dee, tutti questi deva e devi, sono manifestazioni di un’unica fonte, o in alcuni casi semplicemente la creazione della nostra mente.
All’insegnamento della non-violenza sul piano comportamentale fa dunque da complemento, sul piano della saggezza, l’insegnamento della visione dell’origine interdipendente4: per “origine interdipendente” si intende, ricordo, che la felicità a cui tanto teniamo è un effetto, ossia è prodotta da una causa, il che vale anche per la sofferenza che non desideriamo affatto.
Sarebbe dunque auspicabile tentare di coltivare la causa della felicità e abbandonare la causa della sofferenza.
L’origine interdipendente viene descritta dettagliatamente come il concatenarsi di “dodici anelli”, il primo dei quali è l’ignoranza, e l’ultimo dei quali è la morte.
Questi dodici anelli5 sono una sorta di ciclo: non nel senso che si comincia dall’ignoranza e si finisce con la morte, completando così il ciclo con il concludersi dell’esistenza, ma nel senso che tutti questi anelli sono come momenti o istanze diverse dell’ignoranza, ciascuna delle quali ha una sua propria forma di azione, che a sua volta darà origine ad una rinascita. Il ciclo è infinito.
Va sottolineato ancora che l’origine interdipendente rende conto di come la felicità e la sofferenza che stiamo sperimentando siano prodotte da cause, e che, come ha spiegato il Buddha nei Sutra, ad azioni specifiche corrispondono specifici risultati, sicché tutti gli effetti, o frutti, sono prodotti delle nostre azioni e cause: a parte questo, non vi è altro Creatore; né vi è alcun “sé” dotato di un’esistenza inerente, ossia indipendente da questo processo di causa-effetto.
Il Buddha ha insegnato che due sono i gruppi di cause ed effetti: uno è il gruppo di cause ed effetti dell’illusione (per esempio, se la causa è un pensiero negativo, il risultato sarà la sofferenza); l’altro è il gruppo di cause ed effetti simili tra loro (per esempio, una causa positiva seguita da un gioioso risultato), ed è quanto è espresso nell’insegnamento sulle quattro nobili Verità, quello con cui il Buddha ha avviato per la prima volta la ruota del Dharma.
Quando abbiamo problemi, uno dei modi per alleviare la sofferenza, se non altro temporaneamente, sarà semplicemente di dimenticarsi di averceli: se la mente è esausta, se è diventata pesante, potete anche andarvene via per il fine settimana o prendervi qualche giorno di vacanza. Tuttavia il sollievo sarà temporaneo, perché il problema, infatti, rimarrà.
Un modo più utile consisterà nell’osservare e analizzare il problema: scoprirete che a guardarlo da troppo vicino potrà apparirvi grandissimo, come qualcosa di insopportabile, ma da una certa distanza sarà ridimensionato. Analizzatelo, rifletteteci sopra. Sarà utilissimo.
Quando, prima di inoltrarsi sul sentiero spirituale, il Buddha Shakyamuni vide la sofferenza terribile degli esseri umani, si rese conto di quanto essa fosse indesiderabile e cercò metodi e mezzi per sconfiggerla; nel corso della sua ricerca, prima di conseguire l’Illuminazione, si sottopose agli addestramenti più severi; per esempio meditò per sei anni senza quasi toccar cibo. Questo ha un grosso significato, perché dimostra che la pratica spirituale richiede un gran coraggio, e bisogna essere pronti a sopportare notevoli difficoltà, cosa illustrata anche dalla vita di molti grandi maestri di tradizioni diverse, che si sottoposero a tanti sacrifici per purificarsi spiritualmente.
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