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Dove va l'anima dopo la morte
Boni, Cesare
ART. 000220
Copertina a 4 colori, plastificata
466 Pagg.
Collana: Oltre la vita
Argomenti: Morte, Testi sacri, Storia delle religioni
Genere: Saggistica
ISBN: 978-88-89382-43-1

La paura della morte fa parte del naturale istinto di sopravvivenza dell’uomo, ma l’Occidente non ha solo un comprensibile timore per un processo che non conosce: è ossessionato dal mito dell’eterna giovinezza, vede la morte come la fine della vita, e dunque la tratta come un argomento tabù. Eppure i grandi libri sapienziali di tutte le tradizioni e i grandi saggi di ogni epoca dicono esattamente l’opposto, descrivendo una dimensione eterna della vita, che già esisteva ben prima della nascita e non finirà con la nostra morte. Questo libro è uno studio serio, profondo e comparato dei più grandi testi sapienziali di tutte le tradizioni che ci descrivono, minuto per minuto, il viaggio dell’anima dopo la morte, una ricerca condotta meticolosamente da uno dei più brillanti tanatologi italiani.

Cesare Boni ha confrontato i suoi studi con il professor Moody, la dottoressa Kübler-Ross e il dottor Melvin Morse ed i maggiori studiosi occidentali di questa fase dell’esistenza umana; è stato per anni docente alla scuola di specializzazione in Psicologia del ciclo della vita dell’Università Statale Federico II di Napoli e dei corsi di perfezionamento in Tanatologia della stessa università. Insegna nei corsi di formazione per medici e operatori sanitari i diversi ospedali e ASL italiane.

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DOVE VA L’ANIMA DOPO LA MORTE


CAPITOLO I

La paura della morte


Alcuni anni fa fui chiamato a Napoli a tenere dei corsi sulla morte ed il morire. Uscii dall’albergo ed entrai in un bar alla Riviera di Chiaia. Posai la mia borsa in terra ed ordinai un caffè. Ero abbastanza assonnato, ma questo non mi impedì di notare che tutta la gente intorno a me si era improvvisamente spostata in fondo alla sala e mi guardava in modo strano. Nessuno si avvicinò al banco del bar fino a che non ebbi bevuto il caffè, ripreso la cartella e lasciato il locale. Solo allora mi resi conto che sulla borsa avevo scritto in lettere maiuscole: “CORSO SULLA MORTE”.
Da anni studiavo questa materia, ma da poco tempo la insegnavo. Sapevo quanto fosse difficile per la gente non solo approfondire questo argomento, ma addirittura parlarne o sentirne parlare, come se al solo pronunciare la parola “morte” si rischiasse di tirarsela addosso, ma non ne avevo mai avuto una esperienza così precisa.
Perché la gente ha tanta paura della morte?
Mi sono fatto questa domanda per la prima volta a dodici anni. Il pensiero della morte mi aveva spesso sfiorato in quel periodo. In fondo la guerra era finita da poco e la morte mi era stata vicina durante i bombardamenti e durante la guerra di liberazione dall’occupazione tedesca. Però ero ancora bambino e l’idea della morte era molto vaga e sempre rivolta ad altri, finché non mi capitò di conoscerla molto da vicino nell’aprile del 1947, durante un’operazione chirurgica.
Malgrado i medici avessero fatto ogni tentativo per salvarmi, fui dichiarato morto. Mi ritrovai fuori dal corpo. Non so veramente come avessi fatto ad uscire, e all’inizio non ero nemmeno consapevole di essere uscito. Ricordo solo che vedevo i membri dell’équipe medica in grande agitazione. Li osservavo dall’angolo alto della stanza. Ricordo ancora il grande orologio che segnava le 11.15. Sentivo le loro voci divenire sempre più concitate. Vidi, ma in maniera assolutamente distaccata, il chirurgo, uno dei migliori d’Italia senza dubbio, tentare il massaggio cardiaco, l’assistente fare tutti gli interventi che il capo équipe gli ordinava. Il respiro era cessato e l’elettrocardiogramma non dava più segnali. Per molti minuti, forse mezz’ora, continuarono incessantemente a provare a riportare in me una qualsiasi attività vitale. Poi desistettero ed il mio corpo fu coperto con un lenzuolo e portato in una stanzetta vicina. Spostandomi senza camminare, passando attraverso le porte e le pareti come se fosse la cosa più naturale del mondo, seguii il mio medico di famiglia che aveva assistito all’intervento fino a quella che era stata la mia camera. Lo vidi abbracciare mia madre e darle la notizia. Fui fortemente impressionato dal dolore di mia madre. La mia attenzione era vivissima. Osservavo e registravo ogni particolare. I colori di ciò che vedevo erano molto più vivi, ed anche i suoni erano differenti, come se vibrassero in una specie di eco armonioso, ma profondo.
Durante la mia morte avevo avuto una serie di esperienze molto chiare e molto precise, ma nessuna poteva essere considerata paurosa. Anzi, dopo un disagio iniziale piuttosto vivo, aveva prevalso un senso di assoluto benessere, di libertà e di facilità di movimento, di pace, di espansione e di vita. Mi ero sentito profondamente vivo e pervaso da un senso di assenza di tempo e di spazio. Eppure vedevo, sentivo, provavo sensazioni e pensavo, in una condizione però che nulla aveva a che fare con il nostro modo di vedere, di sentire, di articolare pensiero. Tutto ciò mi era parso nuovo, ma non pauroso. Era diverso, ma dov’era la morte? Eppure mi ero reso subito conto di essere morto, benché mi sentissi allo stesso tempo ben vivo.
Riprenderò in un’altra parte del libro le mie esperienze, ma ora mi preme approfondire la domanda che era venuta spontanea alla mia mente di adolescente quando alcuni giorni dopo avevo contemplato il mio viaggio nell’aldilà.
Perché la gente ha tanta paura della morte? Perché la gente non ne vuole parlare, né sentir parlare?
Persino i miei genitori, i miei professori, i sacerdoti che mi insegnavano le Scritture della mia tradizione non sapevano nulla del fenomeno chiamato morte e si sentivano a disagio quando ne parlavo. Perché?
Seppi poi che non era una reazione tipica occidentale. Ho avuto infatti continue occasioni di vivere in Oriente ed essere in contatto con gli orientali e con le loro tradizioni. La morte è temuta da tutti. La Katha Upanishad, la scrittura del Vedanta completamente dedicata alla morte, inizia infatti con un’affermazione molto chiara (1,2,7): «Molti non riescono neppure a udir parlare (del passaggio all’aldilà); molti, pur udendone parlare, non sanno intenderlo; una rarità è un maestro capace che sappia spiegarlo; una rarità chi, istruito da un esperto, giunga a conoscerlo».
Nel Mahabharata al saggio Yudhisthira fu chiesto: «Di tutte le cose della vita, qual è la più stupefacente?» Yudhisthira rispose: «Che un uomo, vedendo gli altri morire intorno a lui, non pensi mai che anch’egli morirà». Il dottor Weisman, qualche anno fa, in un simposio sulle cure palliative, cominciò il suo intervento dicendo: «Ciò che mi colpisce del nostro sistema è che la gente è più preoccupata di come morirà che non del fatto che certamente morirà».
I grandi saggi, i grandi maestri dello yoga insegnano che due cose dovrebbero essere contemplate continuamente: la nostra natura divina (il nostro Sé) e la nostra morte. Maometto, il Profeta, era ben consapevole di questo, e in maniera niente affatto morbida continuava a ripetere ai suoi discepoli: «Ricorda spesso la morte». Questo è perché chi ha avuto nascita certamente morirà. Il Corano (3,185) dice: «Ogni anima assaggerà la morte, nessuno le sfuggirà». E non possiamo nemmeno predire quando sarà il momento. Il Corano (31,34) ci ricorda: «Veramente, nessuno se non Dio conosce quando verrà la nostra ora; Egli conosce ogni cosa, dalla sorgente della pioggia a ciò che avviene nell’utero materno. Nessuno sa ciò che gli accadrà domani né in quale terra morirà. In verità solo Dio è onnisciente, conosce ogni cosa».
Il Corano incoraggia la gente a non temere la morte ma ad accettarla con pazienza e certezza perché la morte fa parte del processo della vita, e ad avere sempre in mente l’idea serena che la morte non è la fine della vita. Parlando dei morti dice: «Non credete che i vostri amati abbiano cessato di esistere. I morti, e lo dico in verità, sono più vivi di coloro che vivono» (Corano, 3,169).
La dottoressa Elizabeth Kübler-Ross, in un’intervista a Marino Parodi nella rivista “Liberal”, ha detto: «Io stessa ho vissuto ben quattro esperienze di uscita dal corpo. Proprio come succede con la morte, la mia coscienza abbandonò il mio corpo. Mi ritrovai proiettata nel cosmo, una dimensione di conoscenza e di felicità impossibili a descriversi. Tanti anni fa, nel corso di una discussione con mio marito Manny circa la vita dopo la morte, egli si volse verso mia figlia Barbara dicendole: “Va bene, se ciò che tua madre afferma è vero, dall’aldilà vi manderò un segnale. Nella prima neve che vedrete dopo la mia morte, vedrete fiorire delle rose rosse”. Ora cinque anni or sono, il giorno del funerale di Manny, nevicava. Come il corteo giunse al cimitero, tra la neve, che vediamo? Rose rosse. Alzando lo sguardo al cielo dissi: “Grazie Manny”» (Le grandi interviste di Liberal, Elizabeth Kübler-Ross, 9 settembre 1999, pag. 87).
La paura della morte fa parte del naturale istinto di sopravvivenza dell’uomo, ma da noi in Occidente non vi è solo timore per un processo che non si conosce, una paura dell’ignoto, vi è una vera e propria ossessione . Credo che essa sia dovuta ad un errore fondamentale e cioè al ritenere che la nostra esistenza si svolga nel seguente modo:





Si pensa che la vita cominci con la nascita, prosegua per un certo numero di anni, contati dal nostro destino, e termini con la morte. La nascita diventa così l’inizio della vita, la morte diventa così la fine della vita.
In questa vita noi ci identifichiamo con ogni cosa che abbiamo, che siamo, che saremo. La morte diventa la fine di tutto, la separazione totale dal nostro corpo, dai nostri averi, dai nostri familiari, dai nostri sentimenti. Si vede la morte come la completa separazione e da questo problema di separazione nascono per estrapolazione tutti gli altri nostri problemi, le nostre paure, le nostre ansie, le nostre angosce. Tutto ha origine da un problema di separazione che noi identifichiamo con la morte, ma che, vedremo in seguito, è assai più profondo, assai più lontano della nostra morte e della nostra nascita. È un problema che risale alle origini dell’universo.
Per questo la morte è diventata la nostra peggior nemica. È così che la vediamo perché è così che ci viene insegnata. Esattamente l’opposto di quello che dicono i libri sapienziali di tutte le tradizioni ed i grandi saggi di ogni epoca: «La morte non è la fine della vita. È invece un aspetto della vita. È qualcosa che accade nel corso della vita. È necessaria per la nostra evoluzione. La morte non è l’opposto della vita. È solo una fase della vita. La vita continua a fluire senza sosta» (Swami Sivananda ); «Perché gli uomini muoiono lamentandosi tanto? Come si insegna ai bambini la matematica, la scrittura e tutto ciò che deve essere imparato bisogna insegnare loro anche la grande dignità della morte… Noi non sappiamo vivere e per questo non sappiamo morire. Finché avremo paura della vita, avremo paura della morte» (Sri Aurobindo ); «La nascita non arresta la morte. La morte non arresta la nascita» (Dogen ); «Colui che sa che l’anima è saggezza, senza vecchiaia, eternamente giovane, non teme la morte, poiché sarà libero dai propri desideri; immortale, perché saprà di essere l’unica cosa esistente, libero da ogni mancanza» (Atharva Veda, 10,8,43-44).
Benché le nostre tradizioni religiose, le grandi scuole di pensiero ci dicano che la vita non finisce con la morte, esse creano al contempo una profonda divisione tra quello che chiamiamo vita e quello che chiamiamo morte. Basti vedere una cerimonia funebre.
Ricordo ancora quell’urlo angosciato del sacerdote che quando ero ragazzo declamava il “De Profundis”: «Domine, Domine qui sustinebit?» «Signore, Signore, chi sosterrà il tuo giudizio?», o cantava il Dies irae, “il giorno dell’ira di Dio” .
Il peccato, la paura, il giudizio, la punizione, l’eternità della punizione. Che follia!! Che spaventoso errore, che ha percorso i secoli, le generazioni, con un profondo senso di sadismo, che ha rovinato intere esistenze solo per poter esercitare un potere sulla vita. Che follia rendere la morte terribile, senza in realtà sapere cosa sia, come sia, solo per poter controllare, gestire la vita della gente, pur non sapendo in realtà neppure cosa sia la vita, né la sua ragione vera, né perché vi sia una vita in questo corpo ed una vita in un’altra dimensione. Allora vi dovrebbero essere due vite, perché è così che ci viene insegnato: questa vita e l’altra vita, senza conoscere né l’una né l’altra, ma volendole controllare entrambe.
Ben ragione aveva Confucio quando diceva: «Non potrà mai conoscere la morte chi non sa che cosa sia la vita. Conoscete la ragione della vita e conoscerete la ragione della morte».
E questo errore, questa eccessiva paura della morte, invece di essere di aiuto per una vita migliore ha creato un attaccamento ancor più profondo alla vita. Provate a sentire, nelle sale d’aspetto di un qualsiasi gabinetto di analisi, le vecchiette senza alcuna erudizione parlare tra loro di “trigliceridi, colesterolo, proteinuria, velocità di sedimentazione, TAC, risonanze magnetiche, eccetera”, come se fossero ricette del loro prontuario di cucina.
Sri Ramana Maharshi , il grande saggio di Arunachala, lo conferma in una sua risposta: «La paura della morte non è mai stata d’aiuto né per la morte né per la vita. Non ha mai generato in noi un senso di non attaccamento. Quindi non è mai stata utile a nessuno, anzi è stata sempre profondamente nociva».
Tutto ciò avviene perché siamo profondamente convinti di avere una sola vita e questa vita è identificata con il nostro corpo, e questo corpo ci verrà tolto con la morte e quindi cerchiamo di tenerlo vivo ad ogni costo, anche riparandolo e sostituendone i pezzi come se fosse una vecchia automobile. E se la gente non ci vuole dare i pezzi del suo corpo, noi ci organizziamo per toglierglieli per legge. E questo senza sapere nemmeno con certezza se il donatore (!) è morto quando gli espiantiamo gli organi. Ci dicono: “organi vivi espiantati da un corpo morto”. Una vera follia!! E siccome ben pochi ci credono, noi creiamo una commissione di luminari che capiscono di organi, ma non di vita e tanto meno di morte, e stabiliamo che il donatore (!) è morto per legge.
Nel suo intervento al IV Congresso internazionale sull’NDE (Near Death Experience) a S. Marino (anno 2000) la dottoressa Renata Paolini ha detto: «La saggezza popolare dice che l’unica cosa certa della vita è la morte. Da qualche decennio non è così. La tecnologia che domina la nostra vita ha, in un certo senso, fatto a pezzi la nostra morte, trasformando l’epilogo naturale in un processo artificiale d’approssimazione nel quale si distinguono almeno due diversi “gradi”: la morte del cuore e quella del cervello.
[…] La morte che privilegia il criterio neurologico è stata letteralmente coniata in laboratorio negli USA, sul finire degli anni sessanta, e poi esportata in tutte le parti del mondo in cui dilaga la pratica e/o l’esigenza del trapianto di organi umani. Essa rappresenta il trionfo delle nostre sofisticate tecnologie di diagnostica e rianimazione che ci consentono di dichiarare morto il cervello mentre il resto del corpo ancora vive: in particolare, il cuore ancora batte, il sangue circola, i polmoni respirano, sia pure con l’aiuto della ventilazione meccanica, le mani, i piedi, il tronco sono ancora mobili, le ghiandole sessuali continuano a secernere ormoni, eccetera. In altre parole, interi organi sono integri dal punto di vista cellulare e temporaneamente funzionanti. Non a caso i protocolli medici prevedono la necessità da anestetizzare il “morto” per impedirne tutte quelle reazioni che potrebbero disturbare le operazioni di espianto quali: la tachicardia, ipotensione, sudorazione, movimenti sia spontanei sia per effetto di riflessi. Non a caso, la donna in morte cerebrale è in grado di portare avanti la gravidanza, se debitamente assistita. […] La macchinosità dell’accertamento e l’intreccio dei criteri e sottocriteri neurologici cui esso è vincolato per legge non riescono ad occultare la seguente verità: il presunto morto è tale per definizione medico-legale. In realtà è un moribondo. E non potrebbe essere altrimenti perché la bontà dell’espianto di cuore, fegato, polmoni, reni esige organi vivi. Se tali organi venissero espiantati da un morto sarebbero morti anch’essi e, quindi, inutilizzabili per un successivo trapianto. […] Una morte convenzionale, dunque. Una convenzione stipulata all’interno della oligarchia medica internazionale, a proposito della quale sono doverose alcune considerazioni sia di merito sia di metodo…»



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