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Vado e torno
La verità della vita e della morte vissuta e raccontata da un ragazzo, per i ragazzi e per gli adulti
Boni, Cesare
Campanella, Kicca
Novità
ART. 000222
Copertina a 4 colori, plastificata
100 Pagg.
Collana: Oltre la vita
Argomenti: Morte e rinascita
Genere: Narrativa
illustrazioni: Inserto con illustrazioni a colori
ISBN: 978-88-89382-49-3

Enrico cade accidentalmente in un fiume e sarà salvato dal suo cane. Avrà però avuto il tempo di fare una NDE, un’esperienza di prossimità della morte, un’esperienza né paurosa né tragica, ma di grande libertà interiore e di grande crescita. Dopo l’incidente gli pare d’avere un nuovo paio d’orecchie e due occhi nuovi: il mondo infatti non è più lo stesso di prima, perché visto attraverso nuovi valori.
La storia, omaggio appassionato alla vera natura delle cose e degli uomini, si ispira a personaggi e fatti reali e consente di affrontare, anche con i più giovani, il grande “non detto”, la grande paura: cosa ci aspetta “dopo”.
Formulato espressamente per un pubblico di adolescenti e pre-adolescenti e corredato di note-guida per genitori e insegnanti, il libro è già in uso in molte scuole italiane sia come testo di studio che di libera lettura.


Cesare Boni, tanatologo, per anni docente alla scuola di specializzazione in Psicologia del ciclo della vita dell’Università Statale Federico II di Napoli, è autore di Dove va l’anima dopo la morte.

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                                                  VADO E TORNO



Introduzone

Durante la scorsa estate mio figlio si è trasferito da Milano a Roma con la sua famiglia: moglie, figlioletta di dodici anni, maschietto di otto e un vecchio cane, Ercole, malato di cuore. Verso Firenze si è fermato per il rifornimento. Ad alta voce ha annunciato: «Pipì stop per tutti». Ovviamente anche per Ercole, che da circa un’ora era diventato molto silenzioso. Sollecitato a scendere, non si è mosso. Era morto. Il vecchio cuore non aveva retto allo stress del viaggio.
Mio figlio ha avvisato la famiglia: «Ercole è morto». Jimmy, il piccolo, ha reagito negando: «Non è possibile, papà». «Sì, Jimmy – conferma il padre. – Sai, era vecchio, malato, è morto”. Il bambino continua a negare: «No, papà, non è possibile, nessuno gli ha sparato».
Ecco come i nostri figli, i nostri nipoti, vedono la morte, perché solo così viene loro presentata in televisione, al cinema, ed anche nei videogiochi. Si muore soltanto ammazzati. Non vi è più un vecchio che muore circondato dai giovani.
In questo ultimo secolo è cambiato anche il rapporto età-morte. Agli inizi del ’900 la mortalità infantile era alta, come anche quella giovanile. Vi erano malattie come la tubercolosi, la sifilide, il tifo, la polmonite, la dissenteria o il colera che mietevano vittime tra i bambini e tra i giovani.
Da vecchi si moriva poco perché non si arrivava che raramente a veneranda età. Era un avvenimento vedere una vecchietta di novant’anni. Oggi è molto più frequente. A volte ci arrivano anche i maschi.
Ma perché vi dico tutto questo?
Perché ho scritto questo libro con il prezioso aiuto di una ricercatrice di Parma, la dottoressa Campanella?
Perché i bimbi, i ragazzi, ma anche i loro genitori e spesso anche i loro insegnanti, hanno un’idea completamente distorta della morte.
Ormai si muore quasi sempre in ospedale, anzi si muore quasi sempre soli in ospedale, perché gli orari di visita della giornata sono estremamente ristretti e la morte ha il brutto vizio di non poter aspettare. Quando deve arrivare, arriva, senza badare agli orari di visita. Così i familiari si trovano il più delle volte un letto vuoto e rifatto, o più spesso sfatto, il che è ancora più tragico, e devono andare a cercarsi il loro caro in qualche squallido seminterrato o garage adibito a camera mortuaria. Non vi è più una morte assistita, tantomeno una morte accompagnata.
Il corpo del morto è un rifiuto che deve essere il più presto possibile nascosto, il più presto possibile eliminato.
Così tutto può tornare come prima.
Così la società tenta di sfuggire, di esorcizzare questo ineluttabile momento di vita.
Purtroppo per la società tutti coloro che nascono devono morire. Così si gonfiano i cimiteri e si sgonfiano le coscienze.

Ma torniamo ai nostri ragazzi: vedono la morte solo in televisione, una morte sempre più violenta, sempre più al rallentatore, con schizzi di sangue e smorfie di dolore.
Dov’è finita la morte naturale?
Ha fatto scalpore, quasi scandalo, qualche anno fa, un film, Le invasioni barbariche, dove si trattava della morte di un malato oncologico con una visione umana, anche compassionevole.
Cosa c’è più di umano nella morte oggi? Nulla!
Accompagno i morenti e insegno l’accompagnamento dei morenti negli hospices, negli ospedali e anche in casa. Durante l’ultima fase della vita del paziente su questo piano di esistenza, parlo a lungo con i familiari per far sì che la morte sia accettata in modo attivo non solo dal paziente ma anche da chi resta. In questi discorsi cerco di far presente che l’ultimo atto d’amore verso il vecchio nonno è la possibilità, da parte dei familiari, di rinfrescare la salma, di profumarla e di vestirla.
Da anni non sono più i giovani a vestire il padre o il vecchio nonno: si delega questo ultimo atto d’amore a qualche extracomunitario di qualche agenzia specializzata.
Ma, se siamo arrivati a questo punto con i nostri ragazzi, non è colpa loro. I film li facciamo noi adulti, e così i telegiornali, le leggi, le consuetudini. Noi le facciamo, noi le cambiamo.
Come tutti voi, sono un animale socievole e vado spesso a casa d’altri. Ebbene, sono molto rare le famiglie che hanno ancora in salotto o in camera da letto le fotografie dei nonni. Sono sparite completamente.
I ragazzi, dei loro nonni, delle loro famiglie d’origine, non sanno più nulla, a volte nemmeno il nome o il cognome del nonno, se è morto prima della loro adolescenza. Si è così persa completamente la consapevolezza del ciclo della vita, quel ciclo che permette al seme di divenire albero per tornare ad essere seme e poi ancora albero, all’acqua di divenire vapore, poi nube, poi nuovamente acqua.
Ma non basta!
Avete sentito la frase che si dice ai ragazzi il 2 novembre, il giorno della celebrazione dei morti: «Andiamo al cimitero a trovare il nonno»? E parte tutta la famiglia, quando va bene, perché ormai i giovani al cimitero si vedono sempre meno.
Si parte tutti per andare a trovare il nonno. Come se il nonno fosse là.
Se ci pensiamo bene non possiamo non riconoscere che questa nostra espressione di vicinanza, di rispetto, di affetto per i nostri vecchi, manifestata un giorno all’anno, è un atto di ipocrisia. Da quei vecchi abbiamo spesso ereditato, all’atto del concepimento, i caratteri specifici del nostro corpo fisico, o le tendenze mentali che abbiamo manifestato durante la nostra gestazione e poi nella vita su questa terra.
Spesso abbiamo ricevuto da loro la casa in cui abitiamo, o quella del mare, i mobili o qualche altro bene, gioielli, quadri, quando ci siamo divisi con i fratelli la loro eredità. Eppure pensiamo a loro concretamente una sola volta all’anno, con una assurda affermazione: andiamo al cimitero a trovare il nonno, come se vivesse là, chiuso in una cassa, dentro a una gabbia di cemento armato, ad essere consumato da… è meglio non pensarci.
Ma sarebbe bene pensarci, perché di questa situazione non è responsabile la società in senso anonimo, ma io come padre e anche come insegnante.
Quando il manoscritto è stato pronto, ho voluto confrontarlo con il giudizio che ne potevano dare i ragazzi. Ho quindi spedito a presidi e insegnanti delle scuole medie di diverse zone d’Italia venti copie, con la preghiera di leggerne alcuni pezzi significativi agli alunni: Enrico, il protagonista del libro, ha infatti la loro età. Dodici manoscritti su venti mi sono stati restituiti non aperti, con una nota che diceva che questo argomento non poteva essere toccato in classe, perché gli insegnanti non erano preparati e le famiglie avrebbero reagito molto male.
Questo è ciò che insegniamo della morte ai nostri ragazzi. La violenza, la bruttezza, la cronaca nera sono sempre più presenti nei nostri telegiornali, come se tutta questa sollecitazione del violento fosse giornalismo o almeno fosse un bene per la società.
Ecco perché i nostri adolescenti, come noi d’altronde, hanno tanta paura della morte, e sperano di esorcizzarla non parlandone, negandola, non conoscendola.
Eppure anche loro muoiono o moriranno.
Cosa abbiamo fatto per loro, cosa abbiamo fatto per noi, per conoscere questa importantissima fase di vita che chiamiamo morte?
Per gli adulti ho scritto un libro, Dove va l’anima dopo la morte, in cui ho fatto conoscere la verità su ciò che è questo fenomeno così universale, che pone termine alla straordinaria avventura nel nostro corpo. È uno studio comparato di ciò che dicono su questo argomento tutti i grandi testi dell’umanità.
Quando ero ragazzo, ho avuto, durante un’operazione a Torino, una lunga esperienza di morte (Secondo la consuetudine moderna, dovrei piuttosto dire di NDE, Near-Death Experience, o esperienze di pre-morte). È stata molto speciale, ma totalmente diversa da come mi avevano descritto la morte. Non è stata né paurosa, né terribile, non sono stato sottoposto ad alcun giudizio di condanna o di evoluzione. È stata un’esperienza di profonda libertà, di totale meravigliosa apertura, di assenza di limite, non costretta in direzioni o dimensioni, dove energia, luce, suono, forma, colore, erano vissuti insieme, in un’esperienza olistica che su questo piano di esistenza non è descrivibile con le parole della nostra lingua.
Questa esperienza diretta mi ha spinto a ricercare un approfondimento e un chiarimento, prima presso i miei educatori (famiglia, professori, sacerdoti) e poi, siccome nessuno di loro conosceva la natura e la verità della morte, nei libri sapienziali di tutte le tradizioni.
Ho trovato che, sia pur con semantiche diverse, tutti questi libri di saggezza dicevano che la morte non è un mistero. Non solo si può sapere tutto sulla fase di avvicinamento alla “soglia”, ma anche ogni cosa del processo di mutamento del nostro stato coscienziale. Possiamo conoscere ogni particolare del nostro viaggio al di là del passaggio ad una dimensione che si manifesta più felice, un’esperienza di pura esistenza, pura coscienza, pura beatitudine. I libri che ho preso in esame spaziano dall’Estremo Oriente al più lontano Occidente, dallo Zen di Dogen ai grandi scritti di Confucio e Lao Tze, dai quattro Veda ai sei sistemi della filosofia indiana, dalla Bhagavad Gita allo Shivaismo del Kashmir, dal Libro egiziano dei morti al tibetano Bardo Thödol, dalla Thorà alla Cabbala, dai quattro Vangeli ai testi gnostici, dall’Apocalisse al Corano, dai mistici cristiani ai Padri della Chiesa, dai maestri hassidici o alchimisti agli uomini-medicina dei nativi americani. Tutti ci dicono una indiscutibile verità: che la vita è eterna, ininterrotta, inestinguibile, mai nata. La morte, non essendo quindi in nessun modo la fine della vita, non può essere la nostra grande nemica; è anzi una grande sorgente di opportunità per realizzare il solo scopo della vita che è la conoscenza della nostra vera natura, il ritorno alla coscienza dell’Uno da cui deriviamo.
«Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza»
dice Dante nell’Inferno, facendo parlare Ulisse.
È una sollecitazione che ha pervaso ogni momento della mia vita e che oggi, con questo libro, si manifesta come richiamo per genitori, insegnanti e ragazzi.

Di ciò che sia la morte, come ho detto, nessuno vuole saper nulla, allora la si chiama “un mistero”.
In fondo, nella tradizione cristiana ci dicono che esistono così tanti misteri che uno di più, pensiamo, non può farci danno. Poi un giorno, all’improvviso, questo “mistero” bussa alla nostra porta. Dobbiamo veder morire un nostro caro, dobbiamo affrontare questo grande senso di separazione, di distacco che a volte ci strazia profondamente il cuore. Allora cerchiamo un significato, cerchiamo di sapere. Disconoscere l’avvenimento non è più possibile, non possiamo più negare a noi stessi una realtà cosi evidente. Eppure tutto è sempre stato molto chiaro dall’inizio: se vogliamo, possiamo sapere! I grandi Maestri di tutte le tradizioni, i grandi libri di tutte le culture ci descrivono i passaggi della morte ed il viaggio dell’anima nell’aldilà con estrema precisione. E quel che è più sconvolgente è che ci dicono tutti la stessa cosa. Persino gli uomini-medicina, gli sciamani delle tribù native del Nord America che non conoscevano né la lettura, né la scrittura, ma solo la raffigurazione visiva, ci dipingono le fasi della morte e della vita su altri piani di esistenza esattamente come possiamo leggerle nel Libro tibetano dei morti o nel Libro egiziano dei morti. Da dove viene questa loro conoscenza?
Ancora una volta non c’è mistero, vi è una semplice esperienza di coscienza.
Diceva il grande Bertrand Russel: «Ogni giorno così tante cellule muoiono dentro di noi, così tante cellule nascono. La nascita e la morte giocano continuamente nel ciclo eterno della vita. Per quale ragione continuiamo a nasconderci dietro la parola “mistero” quando parliamo della vita e della morte? Non vi sono misteri, ma solo colpevole ignoranza, un sistematico rifiuto della conoscenza di noi stessi».

Mia madre conosceva i miei studi, le mie esperienze su questo argomento, eppure non ha mai voluto sapere. Un giorno, quando aveva ottant’anni, mi ha telefonato in lacrime. Il dottore le aveva detto che il suo cuore era molto debole, avrebbe potuto morire da un momento all’altro. Piangeva come una bambina. Mi ha detto disperata: «Cesare, perché devo morire? Ho avuto cinque figli, ora ho dodici nipoti che sono la mia gioia, perché li devo lasciare? Qual è la ragione di tutto questo? Perché siamo nati se dobbiamo morire?» Mi sono stretto al cuore la mia vecchietta mentre la mia mente si riempiva di tristezza. Mi sono detto: «Mio Dio, mia madre ha vissuto ottant’anni senza sapere perché viveva. Ecco perché ora non sa perché deve morire. Avrà ancora il tempo per imparare, per fare determinate esperienze?»
Le ho dato tutto il mio amore. Abbiamo parlato a lungo, abbiamo fatto delle semplici pratiche di meditazione. È morta tra le mie braccia, sorridendo.

Insieme alla dottoressa Campanella ho voluto colmare un vuoto esistente nella letteratura: un libro sulla morte per gli adolescenti.
È un libro vero, un libro serio, scritto per loro, ma anche per tutti coloro che si sono assunti il compito di educare i ragazzi: madri, padri, maestri, insegnanti, professori, sacerdoti.
È la vera esperienza di NDE di Enrico, vissuta all’età di dodici anni e raccontata nei minimi particolari.
Da essa emergono chiaramente i veri passaggi della morte, così come vissuti da migliaia di persone e testimoniati nei libri di Elizabeth Kübler-Ross, Raymond Moody, Kenneth Ring, Melvin Morse. Ma ciò che è estremamente interessante è il confronto tra il racconto di Enrico e la conoscenza che ci è stata tramandata nei libri sapienziali che abbiamo già citato in questa introduzione.
Questi paralleli si potranno leggere nelle note perché è nostro desiderio che questo libro non venga confuso con una favola o con una piccola storia immaginaria, né con uno dei tanti libri di fantasia che oggi abbondano nelle librerie esoteriche. No!
Vogliamo rassicurare il lettore: il libro, pur essendo basato sull’esperienza diretta di Enrico, è tuttavia un libro di saggistica, di studio comparato, di profonda conoscenza di ciò che avviene al momento della morte e nelle ore successive.
Lo scopo del libro è aprire la coscienza dei ragazzi ad una conoscenza più ampia della vera natura della vita e della morte. Gli educatori potranno poi, a loro piacimento, approfondire definitivamente il tema della vita e della morte sul libro Dove va l’anima dopo la morte da me pubblicato per i miei corsi universitari presso lo stesso editore.
Dice il Rig Veda, il libro più antico della sapienza umana, nel suo VIII Mandala:
«La Conoscenza è strutturata nella Coscienza»;
«La Conoscenza è diversa ai diversi livelli di Coscienza».
Non possiamo continuare ad essere responsabili di un’ignoranza così profonda, così dolorosa, su un tema così importante, così determinante per una maggiore serenità di vita, per una minore dipendenza dalla paura.
Facciamo qualcosa perché i nostri ragazzi si aprano alla conoscenza. Per far questo dobbiamo permettere alle loro coscienze di aprirsi, di acquisire la conoscenza di loro stessi.
Questa è la vera ragione dell’insegnamento.
Questa è la vera ragione dell’educazione.
Questo è il vero mezzo per la crescita umana.

Cesare Boni



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