A - B - C - D - E - F - G - H - I - J - K - L - M - N - O - P - Q - R - S - T - U - V - W - X - Y - Z
Dal Big Bang all'Illuminazione
Ricard, Matthieu
Thuan, Trinh Xuan
Novità
ART. 000225
Copertjna a 4 colori, plastificata
304 Pagg.
Collana: Scienza e Compassione
Argomenti: Scienza, Buddhismo
Genere: Saggistica
ISBN: 978-88-89382-27-1

L’universo ha un inizio?
La sintonia dell’universo è forse un segno che, nel nostro mondo, è all’opera un “principio della creazione”? E in tal caso, significa che esiste un Divino Creatore?
L’interpretazione radicale della realtà offerta dalla fisica quantistica è conforme al concetto di realtà buddhista, o no?
La scienza e la spiritualità rischiarano entrambe la vita degli uomini: non potrebbero essere complementari?
Il dialogo fra uno scienziato occidentale, diventato monaco buddhista, e di un buddhista orientale, diventato scienziato.

Matthieu Ricard, già molto noto in Francia, è ex ricercatore biologo del prestigioso Istituto Pasteur, e da trent’anni monaco buddhista in Nepal; Trinh Xuan Thuan è astrofisico, professore all’università della Virginia.

Compra ora
Italiano
Prezzo 20,00
Se volete un assaggio...

                                       DAL BIG BANG ALL’ILLUMINAZIONE


CAPITOLO I
Dove i sentieri s’incrociano


Ha senso un dialogo tra la scienza e il buddhismo? Per saperlo occorre definire i campi d’investigazione di queste due vie di conoscenza, ed esaminare se il buddhismo (e la spiritualità in generale) può portare un contributo valido là dove i limiti della scienza lasciano un vuoto da colmare. Questo vuoto si colloca soprattutto nel campo dell’etica, della trasformazione personale, della conoscenza della nostra mente e del conseguimento di una realizzazione spirituale autentica. Il buddhismo si è sempre interessato a molte questioni vicine ai problemi fondamentali della fisica moderna. È in grado, essa, di fornire al buddhismo degli elementi per la sua esplorazione della realtà?

Matthieu: È impressionante che tu sia passato dal Vietnam a una vita da astrofisico negli Stati Uniti. Che cos’è che ti ha spinto verso la scienza?
Thuan: Gli anni Sessanta sono stati l’età d’oro dell’astrofisica. La radiazione fossile (il calore residuo del big bang) e i quasar (astri di una favolosa luminosità situati ai confini dell’universo, che emettono l’energia di una galassia intera in un volume poco più grande di quello del sistema solare) erano appena stati scoperti. Al mio arrivo negli Stati Uniti l’esplorazione del sistema solare grazie ai satelliti spaziali aveva raggiunto il culmine. Ricordo ancora la meraviglia che provai quando sullo schermo della nostra aula si formarono le prime immagini della superficie di Marte trasmesse dalla sonda spaziale Mariner. Le immagini del deserto di Marte arido e sterile dicevano all’umanità che non c’era vita intelligente su Marte: i canali che gli astronomi del XIX secolo avevano creduto di vedere erano solo illusioni ottiche create dalle tempeste di sabbia. Al centro di questo fermento intellettuale, era inevitabile che diventassi astrofisico. In seguito non ho più smesso di osservare l’universo grazie ai telescopi dalle più elevate prestazioni, sulla Terra e in orbita nello spazio, e di riflettere sulla sua natura, sulla sua origine, sulla sua evoluzione e sul suo destino.
E tu? Che cosa non ti soddisfaceva nella tua carriera scientifica? Lasciare un laboratorio di biologia a Parigi per un monastero tibetano in Nepal è perlomeno un percorso insolito!

M. – Per me, questa evoluzione si è svolta in una continuità naturale, nel corso di una ricerca sempre più entusiasmante del senso dell’esistenza. Non ho fatto altro che saltare di pietra in pietra, passando da una valle a un’altra ancora più bella, seguendo in ogni istante ciò che mi appassionava di più, facendo del mio meglio per non sprecare nemmeno un istante di questa preziosa vita umana. Ho avuto l’immensa fortuna di vivere per anni accanto a individui straordinari. È stata un’esperienza ad un tempo semplice e diretta, sicuramente profonda, che spesso sono stato incapace di descrivere. È possibile riconoscere la perfezione umana e spirituale quando la si vede, ma non le si rende piena giustizia quando la si esprime con parole ordinarie che la limitano: saggezza, conoscenza, bontà, nobiltà, semplicità, rigore, onestà...
Credo che la cosa più importante per ciascuno di noi sia dedicarsi senza troppi indugi a ciò che si ha veramente voglia di fare nell’esistenza. Per quanto la ricerca scientifica fosse interessante, avevo l’impressione che il mio apporto fosse soltanto una macchiolina di colore in un quadro puntinista, senza la sicurezza di come sarebbe venuto alla fine. Valeva la pena che vi dedicassi un tesoro di opportunità unico come quello offerto dall’esistenza umana? Nella via buddhista, in compenso, il punto di partenza, lo scopo da raggiungere, i mezzi da utilizzare e gli ostacoli da superare sono chiarissimi: basta analizzare la propria mente, e vedere che il più delle volte è in preda all’egoismo, e che questo egoismo nasce dall’ignoranza fondamentale della vera natura nostra e del mondo. Siccome questo stato di fatto ha una sola conseguenza certa, la propria sofferenza e quella degli altri, il compito più urgente di un essere umano è porvi fine. Il metodo per raggiungere questo obiettivo consiste nello sviluppare l’amore e la compassione, e nell’estirpare l’ignoranza seguendo la via dell’Illuminazione. Ci si rende conto che giorno dopo giorno, anno dopo anno avviene un cambiamento che genera una gioia rara, libera da speranza e timore, la cui qualità non ha smesso di alimentare il mio entusiasmo.
T. – Perché allora dialogare con uno scienziato?
M. – Esplorare la natura della realtà è uno dei compiti principali del filosofo buddhista ed è anche uno degli scopi della scienza.
T. – Il mio lavoro mi induce a interrogarmi costantemente sulla realtà, la materia, il tempo e lo spazio. Ogni volta che mi trovo a confrontarmi con queste nozioni, non posso fare a meno di chiedermi come consideri questi stessi concetti il buddhismo, e in che modo la realtà colta attraverso un modo di procedere razionale possa corrispondere alla realtà percepita dal contemplativo. Questi due punti di vista hanno un elemento di congiunzione o sono opposti, o semplicemente non hanno nulla in comune? Non avendo studiato i testi buddhisti, non possiedo gli elementi necessari per questa riflessione.
M. – Esiste una realtà solida dietro le apparenze? Qual è l’origine del mondo fenomenico? Qual è il rapporto fra ciò che è animato e ciò che non lo è? Il tempo, lo spazio e le leggi della natura esistono realmente? Da duemilacinquecento anni i metafisici buddhisti continuano a esaminare queste questioni. La letteratura buddhista abbonda di trattati di logica, di teorie della percezione, di analisi della realtà del mondo fenomenico a diversi livelli, e di trattati di psicologia che prendono in esame nei minimi dettagli i diversi tipi di “situazioni mentali” e altri aspetti della nostra mente.
T. – Intendi presentare il buddhismo come una scienza della mente? Sarebbe una scienza nella stessa accezione valida per una scienza naturale basata sull’osservazione e la misurazione e dotata di un linguaggio matematico?
M – L’autenticità di una scienza non dipende necessariamente da misurazioni fisiche né da complesse equazioni matematiche: un’ipotesi può essere verificata attraverso l’esperienza interiore senza per questo mancare di rigore. Il metodo buddhista comincia dall’analisi facendo spesso appello ad “esperimenti ideali” che sono irrefutabili sul piano concettuale, anche se non possono essere compiuti nella realtà fisica. È un modo di procedere che è stato ampiamente utilizzato dalla scienza.
T. – Esatto. Gli esperimenti condotti semplicemente col pensiero sono infatti molto utili in fisica. Sono stati effettuati spesso da Einstein e da altri grandi fisici, non soltanto per dimostrare princìpi fisici, ma anche per mettere in evidenza risultati paradossali nell’interpretazione di alcune situazioni fisiche. Così, per studiare la natura del tempo e dello spazio, Einstein ha immaginato di cavalcare una particella di luce; per riflettere sulla gravità, ha immaginato di trovarsi in un ascensore in caduta libera nel vuoto.
Ritengo che la fisica moderna, col susseguirsi delle scoperte e d’inevitabili interrogativi metafisici, ritrovi nel buddhismo (o in altre religioni o filosofie) degli echi inaspettati. Ma perché il buddhismo si interessa alla scienza moderna, in particolare alla fisica e all’astrofisica, mentre non ha alcuna simpatia per la tecnologia?
M. – La scienza moderna non è certo la prima preoccupazione del buddhismo, ma esso vi s’interessa perché nella sua analisi della realtà si è posto da lungo tempo interrogativi simili a quelli sollevati dalla fisica contemporanea. Delle particelle autonome indivisibili possono costituire i “mattoni” che servono a costruire il mondo macroscopico? Hanno una propria realtà intrinseca o sono solo delle “etichette mentali”? Le leggi fisiche esistono “in sé” come le Idee platoniche?
Il buddhismo, per esempio, considera l’interdipendenza dei fenomeni come il modo più adatto per descrivere la realtà apparente. Ora, il concetto di globalità (l’interdipendenza dei fenomeni tra di loro e l’interdipendenza tra i fenomeni e il soggetto al quale essi appaiono) che si è imposto a partire da Niels Bohr e Heisenberg, i padri della fisica quantistica, è stato verificato sperimentalmente nel corso degli ultimi vent’anni. Questa nozione rappresenta quindi anche una delle scoperte più importanti della fisica moderna. Non volendo sottolineare troppo le somiglianze superficiali tra scienza e buddhismo, l’esplorazione delle loro differenze e dei loro punti di contatto ci può aiutare ad approfondire alcuni aspetti essenziali della nostra comprensione del mondo.
Dato che il buddhismo è prima di tutto una ricerca fondata sull’esperienza diretta, non si è cristallizzato su dogmi da cui non gli sarebbe poi possibile discostarsi senza mettere in discussione i suoi stessi fondamenti: è pronto ad accettare qualsiasi visione della realtà possieda i criteri della verità autentica. Il Buddha metteva in guardia i suoi discepoli contro il pericolo di una fede cieca e dogmatica: «Esaminate – diceva – la validità dei miei insegnamenti come esaminereste la purezza di una pepita d’oro, cioè sfregandola contro una pietra, colpendola con un martello o facendola fondere. Non accettate ciò che dico per semplice rispetto verso di me». Non si tratta quindi di credere, ma di sapere.
Non basta semplicemente accumulare conoscenze. Il mio maestro, Khyentse Rinpoche, diceva:

Se ci sforziamo di spigolare conoscenze intellettuali solo per diventare influenti o celebri, siamo nella stessa condizione mentale di un cantante che canti solo per ricevere elemosine. Questo sapere non sarà di alcuna utilità né a noi né agli altri. Come dice il proverbio, “Grande sapere, grande orgoglio. Come possiamo aiutare gli altri se prima non abbiamo estirpato le tendenze negative radicate in noi? Una pretesa del genere non si può prendere sul serio: è come se un mendicante dicesse di voler invitare a un banchetto tutto il paese1.

I segni di successo della vita contemplativa sono numerosi, ma il più importante è che, nel giro di qualche mese o di qualche anno, il nostro egoismo sarà diminuito e si sarà sviluppato l’altruismo. Se l’attaccamento, l’odio, l’orgoglio e la gelosia rimarranno forti come prima, avremo perso tempo, ci saremo fuorviati e avremo ingannato gli altri. Invece, il sapere ottenuto attraverso le scienze naturali permette di agire sul mondo, in modo costruttivo o distruttivo, ma ha relativamente poco effetto su di noi. È chiaro che la conoscenza scientifica, non essendo per natura legata alla bontà o all’altruismo, non è di per sé portatrice di valori morali. Abbiamo quindi bisogno di una scienza contemplativa nella quale sia la mente stessa ad esaminare la mente, al fine di dissipare le illusioni fondamentali che generano tanta sofferenza in noi e negli altri.



Invia una cartolina!
Pensi che questo libro possa interessare a un tuo amico? Inserisci il suo indirizzo email e spediscigli una cartolina che gli faccia conoscere questo libro!




Torna indietro