232 Pagg.
Collana: Ben-essere
Argomenti: Guarigione, Psicosomatica, Benessere
Genere: Saggistica
ISBN: 978-88-89382-31-8
E' ormai noto che se rifiutiamo il diritto di cittadinanza a una sofferenza morale questa urlerà la propria verità nel nostro corpo, diventando sintomo. Ma il sintomo è solo la punta dell'iceberg, e non è possibile stabilire una serie definitiva di equivalenze fra i sintomi fisici e le sofferenze morali o psicologiche a cui essi possano venire ascritti. Le varianti sono troppe. Dietro la sofferenza fisica c'è il dolore rifiutato, ma individuarlo non basta. Il problema sta nel fatto che è stato rifiutato... e l'unico modo per guarire è riconoscerlo. Riconoscere però non è un'operazione intellettuale...
In 25 anni di esperienza in medicina, il dottor Dransart, autore di La malattia cerca di guarirmi, ha raccolto delle indicazioni preziose per attuare questo riconoscimento e accompagnare la malattia invece di opporci ad essa.
Italiano
Se volete un assaggio...
CAPITOLO I
Dirselo con il corpo
Il dolore del corpo è l’esatto riflesso
della sofferenza dell’anima.
La fiammella
«Cosa potrei fare, per fare un break nella mia vita?» Aveva 17 anni e tutti gli interrogativi esistenziali della sua età quando, pochi mesi dopo aver formulato questo, si ritrovò con la leucemia. Anne non si aspettava di venir esaudita fino a questo punto, ben oltre quanto avesse domandato, come se il suo corpo l’avesse presa alla lettera: un “break” è anche una rottura…
Immersi nelle nostre difficoltà e nel nostro ritmo di vita, a volte ci lasciamo tentare dalla “voglia che tutto si fermi”, e se il nostro corpo ci sente, qualche volta ci ascolta! Il nostro corpo ci sente: o, per meglio dire, noi ci “sentiamo” attraverso di esso, in modo molto più concreto di quanto si creda. Il corpo diventa lo specchio del nostro stato d’animo e… si ferma, anche se per via della sua ostinazione perseverante e della sua fedeltà alla nostra intenzione di vita profonda, per fortuna quasi sempre fa orecchie da mercante. Sa bene che l’oscuramento è passeggero e che malgrado tutto raccoglieremo la sfida, perché ci conosce da un pezzo… Tuttavia, se mi permettete la battuta, il nostro corpo deve avere un po’ di senso dell’umorismo per reggere al susseguirsi dei nostri stati d’animo; perché se accade che esso dia ascolto a quella parte di noi che ha voglia che “tutto si fermi”, ecco che interviene quell’altra parte che lo offende, che gli impone delle sostanze che lo rimettano in piedi, come se fosse lui il responsabile delle nostre contraddizioni. «Perché non vi mettete d’accordo?» sarebbe tentato di dirci, se fosse dotato della parola…
È una specie di recita, come un dialogo con noi stessi, ma certe volte non abbiamo più voglia di ridere, e magari ci prendiamo sul serio. Il nostro corpo riflette tutto questo come se fosse uno specchio, come se avesse a sua volta perso il senso dell’umorismo e la gioia di vivere. Immaginatevi un dialogo, a scuola, fra due compagni di classe: «Era per ridere», dice uno all’altro, cercando di arrampicarsi sui vetri dopo una parola o un gesto maldestro. Il secondo, che scemo non è, sa bene, in fondo, come stanno davvero le cose: allora, perlopiù, fa un sorriso e passa ad altro… Ma a causa delle sue cicatrici nascoste, può essere che il gesto o parola maldestra lo abbiano toccato davvero, risvegliando dentro di lui un dolore antico, e a questo punto non è più “per ridere”, tutto si cristallizza e diventa una cosa seria. Il nostro corpo ci è amico, ode le parole e i pensieri che manifestiamo o che crediamo di avere, ma poi percepisce i nostri stati d’animo e si attiene a ciò che pensiamo davvero nel segreto del nostro cuore! E potrebbe essere che da questo paragone nascano la salute o la malattia. Il libero movimento dell’energia nell’organismo è a immagine dei pensieri che coltiviamo nella mente: quando resta agganciato a un punto dolente, e lì si cristallizza, si crea la malattia, proprio come una vecchia cicatrice può risvegliarsi e infiammarsi. Il corpo è lo specchio fedele dei nostri stati d’animo.
«Sono stata molto sostenuta, circondata da amore», mi ha detto Anne. Mi guardava con un indefinibile miscuglio di dolcezza e profonda determinazione. Sperimentare un ricovero ospedaliero e la chemio a 17 anni ti porta via un bel pezzo di spensieratezza, ma da lei emanava una serenità che sembrava fuori dal tempo. Non un solo capello era sopravvissuto alla “morte dosata per restituire la vita”, questo paradosso di cura accettato dalla ragione e a cui il cuore si sottomette… Ma la malattia era stata eliminata, e dunque ne era valsa la pena. La medicina moderna, che a volte viene descritta come “disumana e tecnologica”, l’aveva alla fin fine salvata.
Ancora pallida e convalescente, con gli occhi segnati, Anne aveva lo sguardo di qualcuno che, da un altro luogo e da un altro tempo, contempla le cose con occhio diverso, come se all’improvviso la vita avesse assunto un altro significato: «Andavo in cerca degli estremi, di esperienze, tutte le esperienze. Rincorrevo il tempo, rincorrevo attività che non mi dessero un attimo di sosta, che non mi permettessero di entrare in contatto con me stessa, di conoscermi. Mi piace essere in contatto con la gente, aiutarla, e vorrei studiare psicologia». Era brava a scuola, intelligente, vivace, una ragazza impegnata in una quantità di attività sportive o artistiche extrascolastiche, in mezzo alle quali trovava ancora il tempo per porsi gli interrogativi esistenziali; ad Anne piaceva la filosofia cinese, la sofrologia, e tutto ciò che riguardava l’essere umano e il senso della vita. Agli amici piaceva perché sapeva ascoltare, perché era empatica, e i suoi consigli erano sempre pieni di buon senso.
Quell’empatia, però, qualche volta le giocava dei brutti tiri, e le accadeva di non riuscire a proteggersi dalla negatività delle persone che si confidavano con lei: «Quest’autunno, un’amica mi ha succhiato via tutta l’energia: continuava a parlarmi dei suoi problemi e delle sue idee suicide; mi sono molto preoccupata per lei, e lei è diventata sempre più invadente». Come spesso accade ai buoni consiglieri e a molti terapeuti, raramente a sua volta si confidava con altri: «Non ho nessuna fiducia in me – mi diceva – non ho una buona immagine di me stessa».
C’è una certa analogia simbolica fra l’immagine di sé e i globuli bianchi: questi ultimi sono quelli che dovrebbero proteggerci, come un esercito silente che veglia su di noi in ogni istante, che bracca l’intruso, il germe cattivo, il corpo estraneo, per eliminarlo, senza che noi, perlopiù, neppure ce ne accorgiamo. Il corpo umano è una macchina meravigliosa, la vita è un miracolo che si rinnova ogni giorno, un miracolo banale e che quindi passa inosservato fra le nostre preoccupazioni quotidiane… L’immagine che abbiamo di noi stessi è necessaria a quel globulo bianco, affinché non vi sia confusione tra ciò che è noi e ciò che è altro da noi. Non solo gli viene chiesto di operare una distinzione chiara, ma occorre anche che possa determinare il grado di accettazione dell’“estraneo”, perché ovviamente non tutti quelli che ci circondano ci sono ostili. La mancanza di fiducia in sé genera facilmente un abbassamento delle difese immunitarie che produce una vulnerabilità invernale alle affezioni nasali o delle vie respiratorie, e la mancanza di fiducia nella vita può generare allergie: ma per lei, si trattava di ben altro. Anne non era soltanto ricettiva, ma aspirava a “conoscersi” attraverso esperienze forti e rischiose, e qualcosa, in lei, sembrava aver superato persino questi suoi desideri, prendendole la mano per condurla fino alla soglia della sua verità…
C’era in realtà un altro scoglio. Pochi mesi prima aveva incontrato un ragazzo e ne era nato un idillio intenso, prima che lui la lasciasse dall’oggi al domani, senza nessuna spiegazione, senza una parola. Anne era tutta d’un pezzo, e aveva percepito quell’abbandono e quel silenzio come un vuoto assoluto. Andavano valutate nuovamente non solo le sue idee e le sue speranze circa una vita di coppia, ma anche qualcosa che riguardava lei direttamente: che cos’era mai, lei, perché lui avesse provato all’improvviso una sorta di attacco di panico, dandosela a gambe ricorrendo a tutte le vigliaccherie che condiscono questo genere di comportamento? «Ci vedevamo ogni giorno, lui non aveva un’altra ragazza. Mi ha rifiutato ogni spiegazione, si è limitato a guardarmi. Questo è tutto. Non ho mai potuto capire che cosa fosse accaduto».
La malattia comparve poco dopo, entro i termini necessari perché il “dentro” si esprima “fuori”, ossia poche settimane di incubazione.
Anne aveva idee ben precise sulla coppia, sulla famiglia e sulle relazioni, e venni a sapere, poi, dai suoi cari, che era l’ignara portatrice di una storia famigliare fatta di incidenti e rotture. Non è raro riscontrare in un bambino leucemico il problema dell’identità legata, appunto, ai “legami di sangue”… Così come non è raro scoprire nella storia dei nostri antenati diversi echi ai problemi che oggi ci tormentano.
Io, chi sono?
La risposta arrivò in modo inatteso. Le ecchimosi sparse scoperte un mattino sulle gambe, gli esami del sangue, la diagnosi, il ricovero urgente. E poi le cure, una vaga speranza che potessero funzionare, e l’angoscia della famiglia che in casi come questo si colpevolizza sempre per quello che ha fatto o per quello che non ha fatto, o per quello che avrebbe dovuto fare. La malattia ha un bell’avere una causa “esterna” ma c’è sempre un qualcosa di interiore che percepiamo confusamente come responsabilità. Nella malattia di un bambino o di un ragazzo, tutta la famiglia si sente coinvolta, come legata da una sottile solidarietà, un interrogativo sfuggente. Perché lei? Perché io? Ammettendo che questa malattia sia di origine virale, qualcuno può dirci perché questo virus ha scelto, fa tutti gli umani, proprio Anne? E quale caso governa la nostra vita, attraverso di lei e attraverso questa scelta?
C’è chi pensa effettivamente che tutto questo sia un puro frutto del caso, e che la vita sia priva di senso. Se così fosse, la malattia sarebbe come una lotteria funesta, capricciosa, capace di sottrarre alla nostra vita, al nostro mondo e al nostro cuore uno qualsiasi di noi, a seconda di come le gira. Vi piace questa idea? L’assurda fatalità del “caso” è inaccettabile per il cuore umano; e quando veniamo toccati nelle persone a noi care, cerchiamo il senso di ciò che viviamo. Ma è possibile che la vita non abbia senso, e che nella sua cieca follia la malattia designi le proprie vittime in modo casuale, come per soddisfare un’esigenza sua, un po’ come un cacciatore che, camminando nei boschi, si imbatte in una preda? Perché tocca a “lui”, perché a “lei”? Forse che il cuore ha torto a indignarsi della fatalità? Fa forse male a scuotere la ragione e le convinzioni della nostra intelligenza, oltre che i dogmi del pensiero materialista?
«Cerca – dice il cuore all’intelligenza – cerca e troverai. Troverai il senso delle cose, la ragione di quello che stai vivendo; cerca ancora e io, fino a che avrò un battito, mi batterò perché tu sia animato dalla mia passione». È possibile che la vita abbia un senso… Anne seguì i suoi trattamenti coraggiosamente, e quel coraggio venne ricompensato. Quando la rividi in convalescenza, anche se probabilmente non avevo “capito” che cosa l’avesse fatta ammalare, non era più la stessa persona. Non comprendiamo sempre il perché di quello che ci accade, ma quale che ne sia l’esito, la malattia ci trasforma sempre, e nostro malgrado ci risveglia a una diversa dimensione della vita, meno “esteriore” e più sottile. «Mi sento bene – mi disse – ma ancora non posso festeggiare con i miei amici. Che peccato. Quando esco con loro la sera, non posso ballare perché mi stanco subito». Era solo questione di tempo, e io volevo rassicurarla, darle coraggio; così mi venne in mente un’immagine: «Non ti interrogavi sul senso della vita? Sei andata fino alla soglia di questa vita in cerca della risposta, la tua risposta, e adesso sei di ritorno tra noi, tra le persone che ti sono care. Stai tornando pian piano accanto alle persone che ami, cammini lentamente, è vero, ma torni con una fiammella in mano».
«È bello», mi disse. Era stata commossa da quell’immagine, e io lo ero altrettanto, in quanto ero io stesso testimone di questa sua fiamma e dell’aura che ne emanava; le mie parole si limitavano a trascrivere che cosa, in quell’istante, emanava da lei. Anne mi guardava, e vidi nei suoi occhi l’immagine di quella fiammella crescerle dentro, fino a toccare il fondo della sua coscienza. Ebbi la tentazione di descrivergliela, quando una voce interiore mi disse: «sta’ zitto»… Ormai, era una cosa soltanto sua.
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