Copertina a 4 colori, plastificata
264 Pagg.
Collana: Ben-essere
Argomenti: Trasformazione, Psicologia
Genere: Autobiografia
ISBN: 978-88-89382-62-2
Il titolo provocatorio scelto da Lise Bourbeau per raccontarci la sua autobiografia sta a ricordarci che in ognuno di noi c'è una dimensione divina, che aspetta d'essere pienamente realizzata proprio attraverso la vita.
L'Autrice di tanti best-seller e fondatrice della scuola Ascolta il tuo corpo si svela integralmente; lasciandosi guidare dall'intuizione che è spesso, in ciascuno di noi, la voce di questa nostra dimensione straordinaria, ci racconta, come si fa con amici fraterni, molti risvolti anche intimi della sua vita: relazioni coniugali, studi, lavoro, fallimenti e successi dei suoi molti progetti... Tutto viene usato generosamente perché i lettori ritrovino in questo percorso di vita una guida pratica per riprendere contatto con la loro natura divina interiore, rendendosi conto che il Divino è ovunque, anche in loro. E persino in parti di noi che difficilmente accettiamo di avere.
Lise Bourbeau ha fondato la scuola Ascolta il tuo corpo in Canada ventisette anni fa: oggi i seminari di questa scuola sno presenti in 22 Paesi, Italia compresa, e i suoi libri si sono venduti a milioni di esemplari in tutto il mondo.
Vi piacerebbe leggere articoli, guardare video-interviste, sapere quando ci saranno seminari, conferenze dell'autrice?
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La mia infanzia
Sono nata il 14 febbraio 1941 a Richmond, una cittadina dei Cantoni orientali nella provincia di Québec: una data che simboleggia l’amore, scelta inconsciamente quando ero ben lungi dall’immaginarmi che un giorno l’amore sarebbe diventato, per me, materia di insegnamento!
Vengo al mondo dopo altre tre figlie: nasciamo tutte e quattro a un anno e mezzo di distanza l’una dall’altra. È l’inizio della guerra, i tempi sono abbastanza difficili e tutto è razionato. Mio padre, che ha i piedi piatti, è stato riformato.
I miei genitori sono bravissimi e, ai miei occhi, sono entrambi eccellenti in diversi campi; non li sento mai dire «non sono capace». Mio padre fa il falegname in una fabbrica di sedie; mia madre è una cuoca eccellente, amministra le risorse famigliari e confeziona personalmente tutti i nostri vestiti.
Oltre ai loro rispettivi lavori, i miei genitori hanno in gestione un ristorante a Richmond: la mamma ci lavora di giorno, e papà l’aiuta la sera e nei fine settimana. La mamma è una buona imprenditrice, e papà è bravissimo nell’assecondarla in tutto ciò che intraprende.
Fino a dove si spingono i ricordi, li ho sempre visti lavorare tantissimo. Non siamo né ricchi né poveri: la famiglia ha sempre i soldi per vivere, ma niente di più. Anche se è il lavoro a dominare la loro vita (da cui la mia convinzione che “vivere = lavorare”), i miei genitori sanno anche rilassarsi e distrarsi, organizzando delle serate in famiglia in cui si gioca a carte, si balla, o semplicemente ci si diverte insieme.
Anche se quegli anni di guerra sono difficili per noi, la buona organizzazione di mia madre e il costante sostegno di mio padre fanno sì che la nostra famiglia non manchi mai di nulla. Le mie due sorelle più grandi vengono mandate a scuola dalle suore come interne, nel pensionato gestito dal convento, quando, un anno e mezzo dopo la mia nascita, la mamma dà alla luce la sua quinta bambina. La mia sorellina viene affidata sovente a una zia, sicché ho spesso l’impressione di essere figlia unica, con le due sorelle maggiori in pensione dalle suore, la più piccina dalla zia e l’altra mia sorella, quella di un anno e mezzo più grande di me, sempre nascosta sotto le gonne di mamma.
La maggior parte dei miei ricordi infantili mi vedono accanto a papà.
Sono una bambina bionda, rotondetta, e papà si dedica molto a me: personalmente non ho occhi che per lui, lo tallono ovunque vada. Mi piace sedermi sulla piccola sedia a dondolo che ha costruito lui stesso, e osservare da lì tutto ciò che accade. Sono molto attenta, osservo tutto anche se non sono una chiacchierona: non mi ricordo che cosa passasse per la mia testolina, ma una cosa è chiara nella mia memoria, ed è che non sempre approvo quello che vedo; giudico tutto e critico parecchio fin da molto piccola.
Ciò che già allora mi caratterizza è la determinazione: sono una bambina parecchio decisa, so quello che voglio e non mollo fino a quando non l’ho ottenuto. La mia sorella di un anno e mezzo più grande invece finisce sempre per piegarsi; e spesso sono io ad avere il sopravvento su di lei. Malgrado io abbia l’aria di una bambina sicura, di quelle che proseguiranno diritte per la loro strada, sono però anche molto sensibile, cosa che in generale nascondo piuttosto bene.
Quello che ancora non so è che nascondere la propria vulnerabilità non fa che rafforzare la paura invece di eliminarla. Ritorneremo su questo punto in seguito.
Ad ogni nuova gravidanza, la mamma ha sempre la speranza di mettere al mondo un maschietto, cosa che piacerebbe molto a papà. Allora, per garantirmi l’amore di mio padre, mi comporto da dura, come un maschietto; e d’altronde mi chiamano “il maschiaccio mancato”, un soprannome che avrà una grande influenza sulla mia vita perché cercherò a lungo di provare di non essere “mancato” affatto, come uomo. Da una parte vorrei essere il figlio ideale che mio padre aspetta, e dall’altra sento la mamma lamentarsi di papà perché lo considera non abbastanza intraprendente. Decido dunque che l’uomo ideale dev’essere un tipo intraprendente, e che se diventassi un uomo del genere dovrei farli contenti tutti e due… Sì, ma a che prezzo! Sono ancora molto piccola, e già mi impongo qualcosa… Stando a ciò che mi hanno raccontato, verso i quattro-cinque anni piangevo spesso: forse trovavo troppo pesante, già allora, quell’autocontrollo che mi imponevo perché mi amassero di più.
Considerandomi una piagnona, mia madre prende dunque la decisione di mandarmi al pensionato del convento già frequentato dalle mie sorelle, nel villaggio di Saint-Félix de Kingsey. Siamo nel febbraio 1946 e ho cinque anni. La scuola delle suore ha soltanto due pluriclassi, una per le allieve che vanno dal primo a sesto anno, e l’altra per quelle dal settimo all’undicesimo. All’epoca l’asilo ancora non esiste. Mia madre ha preso questa decisione per facilitarmi l’accesso al primo anno di scuola, in realtà previsto per l’autunno seguente; è una sorta di “primina” che dovrebbe durare i quattro mesi che restano prima della chiusura dell’anno scolastico, in cui mi abituerei alla vita scolastica e a seguire le suore: è questo l’accordo che la mamma ha preso con loro. Essendo più libera, potrà così dedicarsi di più al ristorante e alle mie tre sorelle minori.
Giacché il caso non esiste, già in quel periodo della mia vita tutto si svolge in funzione di ciò che farò più tardi. L’insegnante del primo anno decide che sono abbastanza intelligente da fare, in quei quattro mesi, un primo anno effettivo e non una “primina” introduttiva: mi dedica ogni istante del suo tempo libero per insegnarmi quella parte di programma che le altre hanno svolto prima del mio arrivo, e ancora mi rivedo in piedi, accanto a lei che è di guardia nel dormitorio e che bada a me, insegnandomi delle preghiere intanto che sorveglia le altre allieve intente a rifarsi il letto o a pulire la stanza. Dopo le ore di lezione in classe, mi insegna a leggere in una grande aula dov’è di sorveglianza, intanto che le altre allieve studiano in silenzio: mi sistema accanto alla sua cattedra e, al minimo errore, mi assesta un bel colpo di righello sulle nocche delle dita; vengo punita anche se non imparo abbastanza in fretta.
Trovo anche molto difficile adeguarmi al cibo che passa il convento: almeno una volta al giorno sono costretti a infilarmelo in bocca a forza! Qualche volta le mie sorelle maggiori hanno pietà di me, e si offrono di mangiare i miei pasti al posto mio. Verso litri di lacrime: non capisco che cosa sta succedendo, mi sento spinta ingiustamente, e riservo a quella suora le più amare critiche; all’epoca ancora non so che diventiamo ciò che critichiamo, e che si sta sviluppando, dentro di me, “quella che spinge”. Sono costantemente costretta ad accelerare il mio ritmo di assimilazione se voglio ottenere il diploma del primo anno alla fine del mese di giugno e, che ci crediate o no, ce la faccio!
Eccomi dunque in seconda, seduta accanto alla mia sorella di un anno e mezzo più grande. A parte quella suora e lo studio che di solito finisce in un pianto, delle mie attività in quel periodo ho solo un vago ricordo.
I commenti che le mie sorelle e io facciamo ai nostri genitori a proposito del convento non sono certo lusinghieri: tutte e quattro siamo infelici. La mamma mette fine alle nostre suppliche trasferendoci l’anno seguente in un’altra scuola di suore nella piccola città di Richmond dove abita la mia famiglia: questa volta non sarò interna ma allieva esterna.
Malgrado la giovane età, prendo una decisione importante: d’ora in poi nessuno mi prenderà mai più a bacchettate sulle dita con il pretesto che non sono abbastanza veloce o che non so qualcosa. Non accetto di sentirmi sminuita o considerata sciocca. Dopo questo episodio, però, mi farò un punto d’onore dell’imparare tutto e a fondo, e di diventare la scolara più veloce, e concluderò quasi sempre l’anno da prima della classe.
Quando imparerò il potere del perdono, riconoscerò e capirò infine il lato buono che si nascondeva in quella mia esperienza con la suora: prima non vedevo altro che il suo aspetto “matrigna”; gradualmente finirò per vedere le sue punizioni e la sua severità come un’esperienza benefica per me. Certamente, infatti, credeva in me e nelle mie capacità di apprendimento veloce, e doveva essere certa che avrei potuto concludere l’anno scolastico in tempi record. Avevo bisogno di qualcuno come lei lungo la mia strada, e oggi la ringrazio dal profondo del cuore perché mi ha aiutata a sviluppare la convinzione che “sono capace”. Ciò nonostante ce l’ho avuta con lei per più di trent’anni… Che sollievo, questo perdono!
Dopo aver preso deciso di non accettare mai più di sentirmi sminuita, imparo a diventare più responsabile e a prendere decisioni rapidamente: ben presto mi rendo conto che più aspetto prima di decidermi, più mi vengono i dubbi, e più diventa difficile passare all’azione. Già allora preferisco fare uno sbaglio piuttosto che non fare nulla: comprendo velocemente che è proprio dall’esperienza che impariamo più in fretta!
Fintantoché sono nell’azione, sono felice perché imparo; all’epoca ancora non so che quando una persona esita, spesso sono le sue paure, fondate su credenze e convinzioni negative, ad affiorare e a farla dubitare, inducendola alla fin fine a prendere la decisione sbagliata.
Il fatto di essere una bambina d’azione mi aiuta parecchio a diventare la preferita dalle suore: la mia puntualità, la dedizione, l’interesse che ho per lo studio, fanno sì che lungo tutto il mio percorso scolastico io rimanga un’allieva privilegiata, senza contare il fatto che mi faccio notare per i miei ottimi voti. Ho una tale sete di apprendere che tutto ciò che è nuovo mi interessa senza difficoltà; sono affascinata dai più diversi argomenti, a parte la calligrafia e i temi… e ciò nonostante, oggi scrivo! È proprio vero che non si può mai sapere che cosa riserva il futuro… È la prova che dovremmo sempre lasciare una porta aperta a qualsiasi eventualità!
Giunta al settimo anno (sarebbe il corrispondente della seconda media, n.d.t.), l’insegnante ritiene che sia il caso di farmi saltare un anno, mandandomi direttamente al nono: pensa ch’io sia abbastanza intelligente e studiosa per farcela. Per la seconda volta in vita mia incrocio una suora che crede in me! A quel tempo l’ottavo anno non era tanto difficile, perché le materie più complesse erano concentrate nel settimo e nel nono. Un mese prima della fine della settima classe, dunque, questa suora mi offre l’opportunità di assistere agli esami dell’ottava, consegnandomi tutti i libri di studio necessari anche per presentarmi come candidata. «Lise, se hai voglia di studiare nel tempo libero tutti questi libri, io ti do il permesso di presentarti agli esami dell’ottavo anno: se li superi, passerai direttamente al nono!» Caspita! Che occasione! Naturalmente, sono eccitatissima (“caspita” ha sempre fatto parte del mio vocabolario). Non mi lascio più intimidire dall’enormità del lavoro che tutto questo richiederà.
La sfida che mi si presenta non è più una corvée, ma piuttosto un’occasione straordinaria, un favore speciale che mi viene concesso. Risultato? L’anno seguente, a dodici anni, eccomi iscritta alla nona classe insieme alle ragazze di quattordici-quindici anni. Mi sento un po’ spaesata, all’inizio, perché da parecchi anni ormai ero con le stesse compagne di classe. Adesso, faccio parte delle “grandi”. Mi sento importante. Tuttavia, non mi do delle arie: da anni le suore mi dicono che il talento che ho mi è stato dato da “Gesù Bambino”, che non è mio, e che dovrò servirmene per aiutare gli altri: una convinzione che non mi abbandonerà più. Ben presto mi sento accettata dalle nuove compagne di classe.
Malgrado la giovane età do prova di grande maturità, mostrandomi molto responsabile. Ogni anno le suore mi incaricano di una qualche attività, incluse le ricreazioni; se mi impegno in qualcosa, vado fino in fondo. Le mie qualità di leader sono già parecchio visibili, ed è con gran gioia che accetto ogni nuova responsabilità. Dal momento che conduco in porto i compiti che mi vengono assegnati, le suore me ne delegano degli altri, fiduciose.
La mia vita scolastica è per me molto importante, ma sono anche molto responsabile nei confronti delle persone che mi stanno intorno. A casa mi sento felice, faccio i compiti abbastanza in fretta, il che mi lascia parecchio tempo, dopo, per giocare. Non sono una bambina difficile: d’altronde, non ho alcun ricordo di una qualche vera punizione da parte dei miei genitori, o di un litigio con loro. Le mie qualità di leader si manifestano anche con gli amici: sono parecchio intraprendente, sono io a dirigere i giochi degli altri bambini che vengono a giocare nella mia strada; è qualcosa di innato, mi viene naturale. Che io mi trovi a scuola, a casa o giù in strada, mi piace mettere alla prova la mia leadership: sono determinata, e finisco sempre per ottenere quello che voglio passando all’azione. Nessuno se ne lamenta, e ho molte amiche che accettano felici i miei suggerimenti di gioco e il mio desiderio di dirigere le nostre attività comuni.
Qualche volta sento le mie sorelle criticare i nostri genitori. Non riesco a capire come e perché si permettano di criticarli, quando loro lavorano tanto duro per badare a noi tutti. È molto difficile, per me, accettare questo atteggiamento. Quando la mia sorella maggiore, all’epoca sedicenne, reagiva intensamente all’autorità della mamma io avevo circa dodici anni, e vedevo mia madre piangere. Se lei le chiedeva di arrivare a una certa ora, mia sorella immancabilmente faceva del suo meglio per arrivare con molto ritardo.
Un giorno mia madre le chiede perché sia rincasata così tardi: «Lo sai che mi preoccupo – le dice – e che non riesco ad addormentarmi finché non sei rientrata!» Mia sorella risponde: «Se non riesci a dormire e ti preoccupi, questo è un problema tuo!» Essendo presente alla scena, non posso fare a meno di intervenire: «Non va bene essere così senza cuore! Non vedi quanto lavora la mamma, ha un compito grosso da svolgere, e dunque ha bisogno di dormire di notte! Perché sei così dura con lei?» E mia sorella, squadrandomi dall’alto in basso: «Tu, nano, fatti gli affari tuoi, questa cosa non ti riguarda!»
In fondo aveva ragione, ma non la potevo sopportare quando faceva così, e mi arrabbiavo sempre quando la vedevo agire in modo egoista. In quel periodo non le lesino le critiche. Non mi rendo conto che io ho deciso di fare la brava bambina per essere amata di più, e che mia sorella si permette qualcosa che io mai oserei fare o dire.
Nel momento di quella discussione, papà è in cucina. Quando è a casa perlopiù è come se fosse assente perché parla pochissimo, ma questa volta grida: «Sarà magari più piccola di te, ma è cento volte meglio!» Questa riflessione di mio padre non passa certo inosservata. Mi impressiona enormemente, perché di solito è la mamma che si occupa delle figlie, ed è ben raro che papà faccia un commento del genere. Ha preso le mie difese! Caspita! Quello che capisco è che mi vuole bene perché sono una brava bambina. Questo conferma la bontà della mia decisione di diventare una figlia modello.
In seguito, quando anch’io incomincerò a uscire, non mentirò mai a mia madre e le dirò sempre a che ora prevedo di rientrare. Se sono un po’ in ritardo, telefono per avvisarla. Voglio essere “più brava” della mia sorella maggiore, ossia più amata da mio padre e mia madre. Giudico mia sorella quando nasconde qualcosa ai genitori, per realizzare, in seguito, che sono diventata esperta nel mentire a me stessa. Sono diventata cosciente, con il tempo, che voler essere amata richiede un grande esercizio di controllo, sicché, alla fin fine, rinnego i miei bisogni autentici.
Molte sono le cose che, durante la nostra prima infanzia, ci inducono a prendere decisioni di ogni genere le quali, a loro volta, influiranno sul nostro futuro. Per esempio, scopriamo che cosa occorre fare per essere amati, e siccome già da molto piccoli cerchiamo di essere amati sempre di più, impariamo a fare davvero i salti mortali pur di farci amare ancora di più. Tornando alle mie sorelle, oggi mi rendo conto che avevano tutti i diritti di non condividere l’atteggiamento della mamma, e che avevano un loro modo per esprimere questa loro disapprovazione. Il problema era che i miei genitori non avevano mai imparato ad ascoltare davvero, e a vedere che cosa si nascondeva dietro a quelle critiche; né io non agivo meglio di loro: giudicavo le mie sorelle perché criticavano la mamma, e le criticavo perché la giudicavano. Ero dunque esattamente uguale e loro. Ancora non sapevo che diventiamo ciò che critichiamo, anche se la cosa, spesso, si esprime in modo diverso.
La mamma è un’imprenditrice, una donna in carriera decisamente all’avanguardia, e nulla le impedisce di occuparsi contemporaneamente delle sue aziende e dei suoi molti figli. Fino a che ho undici anni, i miei genitori mandano avanti diversi ristoranti. La mamma smette di lavorare qualche settimana, giusto il tempo di partorire, ed eccola che torna al lavoro. Papà lavora in fabbrica dalle sette del mattino alle sei di sera, per poi lavorare fino a mezzanotte al ristorante. Durante il fine settimana, i miei genitori si danno il turno per stare con noi. Papà gioca fuori con noi e, d’inverno, ci fa fare le corse con la slitta. Quanta pazienza ha con noi! Con la mamma, ci vedo piuttosto sedute intorno a un tavolo, a fare i puzzle. Per ogni dieci tessere messe al posto giusto, abbiamo in premio una caramella! Caspita! Che ricompensa! All’epoca, le caramelle erano rare.
Soprattutto, della mia infanzia, conservo dei buoni ricordi: con i miei genitori mi sento al sicuro. Entrambi sono poco espansivi e la vera comunicazione è rara, ma la loro presenza è rassicurante. Hanno la ferma volontà di darci il meglio di loro stessi. Anche i ricordi delle mie sorelle e dei fratelli sono simili, rassicuranti.
La mamma sa cucire di tutto: dalle uniformi scolastiche alle tute da neve, dalle vestaglie da camera ai cappotti per la messa della domenica! Cuce appena ha un minuto libero; si serve anche di abiti usati che le vengono regalati, che poi taglia nuovamente componendo un capo nuovo grazie alla sua grande creatività. Divide il suo tempo fra il ristorante, il cucito, i nostri compiti, l’amministrazione della famiglia, e così via. I miei genitori sono entrambi superattivi.
Non mi ricordo di aver spesso criticato la mamma, tranne che in due occasioni davvero speciali: ho nove anni e desidero un paio di pattini da ghiaccio. Dal momento che eredito sempre le cose usate dalle mie sorelle, ho sempre ai piedi le loro scarpe e i loro pattini. Però cresco molto in fretta, e ora che i piedi sono proporzionati all’altezza, le loro scarpe mi vanno strette: non sopporto più di avere sempre i piedi gelati in pattini troppo stretti, sicché decido che, per il prossimo inverno, avrò un paio di pattini nuovi, del numero giusto. Ovviamente è impensabile che i miei genitori me li regalino, ma siccome sono una ragazzina determinata passo all’azione!
Mi cerco dunque un lavoretto per mettermi da parte un gruzzoletto. Incomincio occupandomi dei figli delle vicine, che mi danno da venticinque a cinquanta centesimi a sera. Siccome divido la mia camera con tre delle mie sorelle, è impossibile nascondere i soldi lì, sicché li affido a mia madre. Non so da dove venga questa paura che me li rubino ma, a mano a mano che li guadagno, li consegno a mia madre. All’avvicinarsi dell’inverno, secondo i miei calcoli, dovrei avere di che comprarmi i pattini. Scelgo allora il più bel paio di pattini bianchi con un disegno a fantasia che, all’epoca, costano dieci dollari. Quando viene il momento di farmi dare dalla mamma i miei dieci dollari, lei mi risponde: «Di che dieci dollari parli? Non mi hai mai dato dieci dollari!» Sono sbalordita: «Ma, mamma, ti ho dato i miei soldini a mano a mano che li ho guadagnati. Sono mesi che li metti da parte per me. Li ho contati, e adesso ho dieci dollari». E mia madre risponde: «Impossibile, certamente ti sbagli. Mi ricordo di aver ricevuto qualche volta venticinque centesimi, qualche volta cinquanta, ogni tanto, ma dieci dollari, mai! Al massimo, faranno uno o due dollari». Sono disgustata. Piango come una vite tagliata.
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