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Il Sé senza un sé
Meditazione cristiana
Freeman, padre Laurence
Novità
ART. 000229
Copertina a 4 colori plastificata
219 Pagg.
Collana: Saggezza - Saggezza giudaico-cristiana
Argomenti: Cristianesimo, Meditazione
Genere: Saggistica
ISBN: 978-88-89382-60-8

Padre Freeman ci dà la ricetta essenziale della meditazione cristiana: silenzio, quiete, semplicità, regolarità e disciplina del mantra e che forse sorprenderà i lettori, perlopiù convinti che quest'ultima non appartenga al cristianesimo. Ci spiega come questa meditazione sia effettivamente preghiera, in cui non si richiede nulla ma si riceve tutto, in cui la meta massima di un cristiano, la comunione con Dio nello Spirito del Cristo, diventa realtà.
Questa meditazione ha dunque un immenso potere trasformativo e misuriamo il nostro avanzamento su questa via, che è la Via, da come la trasformazione investe il modo in cui vediamo le cose, le nostre relazioni, il nostro ruolo nel mondo, le nostre responsabilità, le nostre paure (prima fra tutte quella della morte). Ha anche il potere di reggere alle pressioni di una civiltà che ci vorrebbe tutti conformi a standard meramente materialistici, e che spesso appiattisce persino le pratiche meditative riducendole alla semplice funzione di rilassamento.

Padre Freeman, autore di fama mondiale, è il priore del convento benedettino di Montreal, fondato dalla Ealing Abbey di Londra ad opera di John Main, di cui egli è oggi considerato l'erede spirituale. Il suo priorato è al centro di una rete internazionale costituita da gruppi di meditazione, presenti anche nel nostro Paese.

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CAPITOLO I

Esperienza, conoscenza e amore


Quando pensiamo alla meditazione o alla vita nel suo insieme, viene naturale l’immagine di un viaggio o di un pellegrinaggio, un’immagine particolarmente calzante perché la nostra esperienza, come rivela la riflessione, è quella di un mutamento costante e spesso anche di uno sviluppo imprevedibile di qualcosa che, di per sé, resta lo stesso di prima: il viaggio è una costante, ma dentro al viaggio c’è un cambiamento continuo.
Il viaggio vero è creare la persona che siamo: una persona che sarà unica, ma anche in unione con tutte le altre. Ecco il mistero della creazione: tutto, in essa, è contemporaneamente unico e uno: siamo unici, perché nessuno di noi sarà mai, né potrà mai essere, ripetuto, e l’essere “uno” è un aspetto della nostra somiglianza con Dio, nonché una buona ragione per avere il più profondo rispetto per gli altri e per noi stessi; ma si riferisce anche all’unità straordinaria che ci lega alla famiglia umana, e all’unione che regna fra l’umanità e tutto il creato. Questa infinita unicità è per certi versi ordinata, centrata e dotata di uno scopo. Più viviamo intensamente questo nostro viaggio e scopriamo noi stessi, più facciamo sì che la vita ci renda completi, più contempliamo con chiarezza l’unità soggiacente che permea l’immenso disegno della creazione.
Lungo questo viaggio potremmo identificare, solo per comprenderlo meglio, tre livelli di risveglio; che li si veda come tre fasi dello sviluppo umano o come struttura di base di un qualsiasi evento o periodo della vita, in realtà non ha importanza. All’inizio del viaggio pare che la cosa che più ci importa sia esperire, esperire quanto più possiamo, sicché andiamo a caccia di esperienze, affamati e impazienti di averne, e finché percepiamo che i contenuti della coscienza continuano ad aumentare non è così importante che cosa esperiamo: il significato verrà dopo. Ciò che conta per noi, al momento, è “accumulare cose”. In questa fase, infatti, è la dimensione materiale o eminentemente sensoriale della coscienza a risvegliarsi, e servirà ad “innescare” la fase seguente. Di per sé questa dimensione non è negativa, ma è incompleta: il grosso problema che abbiamo in questa prima fase è quantitativo: come accumulare abbastanza esperienze? Quando però incominciamo a renderci conto che non possiamo né conquistare l’onniscienza, né diventare e fare tutto ciò che prevede la gamma del potenziale umano, l’approccio accumulativo incomincia a sembrarci sbagliato: avendo l’impressione che le nostre aspettative di completezza siano votate al fallimento, può accadere che, per reazione, affiorino l’ansia o la depressione (tipiche di questo stadio adolescenziale).
Gradualmente, e al caro prezzo della perdita delle nostre illusioni e della frustrazione dei nostri desideri, spunta un’altra dimensione della coscienza: incominciamo a vedere le cose decisamente più dall’alto, con distacco, e l’attenzione, prima interessata all’esperienza grezza, si orienta ora sul comprenderla per integrarla. In­cominciamo a vivere più sul piano della mente, di cui scopriamo la straordinaria ricchezza: essa ci appare come uno strumento migliore e meraviglioso per padroneggiare più sottilmente la realtà; iniziamo così a cercare di assorbire quanta più conoscenza possiamo, ma con la preoccupazione di comprendere bene i dati di questo apprendimento. Non tentiamo più di acquisire tutte le informazioni immaginabili, di stipare nella mente un ammasso di cose inutili, ma andiamo in cerca di idee-passepartout che ci aprano tutte le porte della conoscenza, della verità. Le relazioni tra noi sono più consapevoli e noi siamo più coscienti della natura della realtà, ma ancora vulnerabili alla bramosia di idee e al desiderio di possedere ciò che amiamo.
Gradualmente spunta allora la realizzazione che questa conoscenza mentale possa non aver mai fine, come un cerchio, o come il riflesso di due specchi posti uno di fronte all’altro. Ma questo non aver mai fine, della mente non è eternità: non è ancora la realtà ma una sua immagine, un’immagine della nostra vera natura: è come se toccassimo solo l’orlo del manto della trascendenza. Se volessimo, potremmo rimanere entro questa coscienza mentale per una vita intera, continuando a scoprire nuovi riflessi, nuove connessioni e nuovi punti di inizio del cerchio, fino a che incominceremmo a capire che questa dimensione non è soddisfacente. Una volta consapevoli dell’incompletezza di questa dimensione speculativa della coscienza, se scegliessimo di rimanervi comunque circoscritti correremmo il rischio di diventare cinici rinnegatori della verità assoluta: lo diverremmo quasi certamente, se disponessimo di una consapevolezza del genere e non andassimo oltre.
Una volta capiti i limiti della vita mentale, il problema è sapere come procedere da qui: che facciamo, ora?
Se non cadiamo nel cinismo, l’altro rischio è che ci si ritiri dalla ricerca appassionata della verità: si perde il coraggio, si cede ai compromessi e si pensa: “L’assoluto è una fantasia. La vita si riassume nel sopportare le cose, nell’attraversarle in attesa che accada qualcosa”. In quel momento smettiamo di essere autentici pellegrini, e invece di lasciarci trasportare dallo spirito della verità ci lasciamo trasportare dalla massa e dalle convenzioni sociali.
Ecco perché qualsiasi sia la fase della vita in cui ci accade di scoprire un sentiero spirituale, quello è un vero momento di grazia. È solo in quell’istante di fresca quiete che molti scoprono di avere lì, a un passo da loro, un sentiero spirituale. Questa stessa scoperta si produce all’interno di una dimensione misteriosa; il modo stesso in cui riconosciamo la spiritualità come culmine sia della dimensione sensoriale sia di quella mentale, sembra essere la via da seguire. La porta che dà sul sentiero spirituale è quella che abbiamo sempre cercato, forse indugiando a lungo sulla soglia.
Comunque avvenga questo incontro con una tradizione spirituale viva, è un punto di svolta nella vita; rimane nella coscienza come una sorta di istante atemporale della nostra storia personale, e non è assolutamente un evento come tanti altri: è un punto centrale, ovunque sia accaduto, all’inizio o alla fine. Diventa il fulcro intorno al quale tutti gli altri eventi gradualmente si riconfigurano. Grazie allo Spirito, che è operante tanto nell’esperienza grezza quanto nel nostro successivo interrogarci sull’esperienza, alla fine troviamo un sentiero spirituale. Abbiamo infine l’impressione che si cominci davvero, ed è effettivamente un nuovo inizio.
Abbiamo incominciato a scoprire quest’altra dimensione della coscienza, lo spirito, che è autenticamente infinita; non è semplicemente “senza una fine” nel senso che continua a riflettere se stessa: è realmente eterna in quanto è la dimensione di Dio. Non vi è noia, né depressione, né cinismo quando svoltiamo in questa dimensione dinamica; incominciamo invece a scoprire non solo le relazioni autentiche tra il mondo dei sensi e il mondo della mente, ma anche l’universo del cuore, il mondo spirituale dove esperienza e conoscenza si uniscono. Qui, conoscere qualcosa significa esperirlo, ed esperire significa conoscerne la verità assoluta: l’amore.
Anche qui ci troviamo di fronte a una sfida: alla finitezza di ciò che è “senza una fine” o alla tristezza di ciò che è finito, si sostituisce un’opportunità, un invito alla pienezza dell’esperienza e alla completa conoscenza. La sfida non consiste nel tentare di esperire tutto o nel tentare di conoscere tutto, ma nell’amare tutto. Questo resta un grande dilemma umano fino a quando non siamo fermamente radicati nel cuore, fino a che la conoscenza e l’esperienza non sono integrate e noi non siamo finalmente unificati. È il dilemma della tensione, che può diventare a volte anche un conflitto violento, tra l’universale e il particolare, fra me e il mondo, fra me e l’altro da me. Fino a che non saremo ben radicati in questo pellegrinaggio dinamico, fino a che non avremo definitivamente varcato la soglia dalla quale comincia il viaggio spirituale, tutto ciò che è universale ci sembrerà sempre minaccioso: il particolare reagirà come se stesse per essere sommerso o soverchiato. Ma una volta trascesa la soglia dell’istinto di sopravvivenza (il che è opera della fede che si esprime con l’impegno e con la perseveranza quotidiana nel percorrere il sentiero spirituale), l’universale e il particolare non verranno più percepiti come minaccia o tensione, ma saranno uniti in una relazione d’amore.
Se vediamo soltanto l’universale entriamo nell’astrazione. Ci estraniamo dalla nostra stessa ordinarietà e dall’ordinarietà del mondo; il mondo della particolarità, degli eventi quotidiani ordinari, della nostra vita emozionale fluttuante e delle relazioni che procedono giorno per giorno sembra essere davvero eccessivo, troppo irritante, troppo distraente, sicché percepiamo tutte queste cose come “ostacoli” che abbiamo fra i piedi. Se invece vediamo solo il particolare diventiamo più grossolani: smarriti nella molteplicità, ci dimentichiamo dello schema e del disegno che le danno significato. Occorre dunque vedere entrambe le cose, e non in modo separato, ma all’interno della visione unificante dell’“occhio della saggezza” di cui parla Gesù: con lo sguardo sano e unificato del cuore. Lo scopo della meditazione è aprire proprio quest’unico occhio, conducendo all’interno del cuore sia la mente sia l’esperienza su cui la mente lavora: diventare uno. La strada è la via semplice dell’impegno in qualcosa di tanto lineare quanto può esserlo un mantra, che è l’unificatore supremo, il sentiero unico, il grande armonizzatore. Impegnarsi nella recitazione del mantra significa impegnarsi a una visione della vita come singola realtà contemporaneamente esperita, conosciuta e amata, un viaggio all’interno di Dio. Dedicarsi al mantra significa dedicarsi alla disciplina della fede e ad amare questa disciplina in modo non egoico. Dedicarci al mantra all’interno del dono inestimabile della fede che abbiamo ricevuto, ci condurrà a una visione più illuminata di Gesù e a un’unione più completa con lui.
Possiamo vedere il Gesù risorto soltanto con la visione della fede che è propria dell’occhio del cuore. E possiamo vedere Gesù solo quando Lo amiamo. Lui ci vede, ci vede tutti ad uno ad uno solo perché ci ama. La grande speranza che abbiamo nell’intraprendere questo viaggio, che già ci ha condotti fin qui e ci guiderà fino in fondo, è che il suo amore unifichi la nostra mente e il nostro cuore, la conoscenza e l’esperienza; il segno che questo cambiamento sta avvenendo in noi è che gradualmente, passo dopo passo, impariamo ad amare ogni singolo particolare con l’amore universale di Dio.

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. [...] allora il padre mio vi amerà e dimorerà presso di voi e sarà in voi. Ma colui che non mi ama non osserverà i miei comandamenti. E la parola che ascolterà non è la mia. È stato il verbo del Padre a mandarmi. Vi ho detto tutto questo finché ero ancora con voi, ma il vostro consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre invierà in mio nome vi insegnerà ogni cosa [...]» (Giovanni 14:15-26, parafrasato).

Quando Gesù ci chiede di amarlo, ci invita a vederlo. Lo vediamo con quel potere di visione che è il potere dell’amore e che egli ci dà attraverso lo Spirito Santo. Il grande mistero del viaggio è che l’inizio, la parte centrale e la fine sono già note a Dio, perché nel suo amore tutto è unito.



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