Copertina a 4 colori, plastificata
160 Pagg.
Collana: Ben-essere
Argomenti: Dimagrire, Esercizi pratici, Self-improvement
Genere: Manualistica
ISBN: 978-88-89382-58-5
La neuropsicologia affronta, in questo libro, il problema dell'obesità, e lo fa in base alle sue ricerche più avanzate: invece di metterci a dieta e spedirci in palestra, fa appello ai nostri sensi (vista, udito e tatto) per programmare l'inconscio, partendo da un test per autovalutare quali sono i tratti della nostra personalità responsabili dell'eccesso ponderale. Si tratta, insomma, di un metodo fin da subito personalizzato, che unisce la semplicità all'efficace sviluppo della fiducia in se stessi mentre diventiamo più snelli. Un metodo per dimagrire e... sbocciare contemporaneamente.
Il dott. Maurice Larocque si è specializzato da diversi anni nel campo della cura dell'obesità. E' presidente dell'AMTO (Associazione Medici che Trattano l'Obesità) nel Canada francese, dove esercita e dove ha pubblicato diversi altri libri e numerosi articoli; il suo metodo è stato argomento di molte conferenze e trasmissioni radiotelevisive.
Italiano
Se volete un assaggio...
INTRODUZIONE
Nel corso degli ultimi trent’anni le mie ricerche nel campo del comportamento hanno dimostrato che più dell’80% delle persone obese hanno un’immagine mentale negativa di se stesse, vale a dire che non si piacciono, né esteriormente né interiormente.
Dimagrire programmando l’inconscio ha quindi lo scopo di sviluppare, nella persona che ha un problema di peso, l’amore per se stessa, la fiducia in se stessa e l’autostima.
Lise, una mia paziente a cui avevo appena detto che bisognava che imparasse ad amarsi se voleva riuscire a dimagrire, obiettò: «Se imparo ad amarmi mentre sono ancora grassa, sicuramente non dimagrirò».
Invece la realtà è completamente diversa: «Se non hai tutto ciò che ami – dice il proverbio – ama te stesso, per ottenerlo».
Amarsi non vuol dire essere perfetti. Bisogna amarsi con le proprie virtù e i propri difetti; occorre apprezzare le proprie buone qualità e volersi bene al punto da desiderare correggere i propri difetti. La massima virtù che un essere umano possa avere è il desiderio di cambiare, perché gli permette di acquisire tutte le altre.
Amarsi non vuol dire essere perfetti. Voi amate molte persone (i genitori, il partner, i figli), ma queste persone non sono perfette. Le amate a tal punto da perdonare i loro errori senza giudicarle negativamente, e le incoraggiate a migliorare. Non agireste così se non le amaste: non perdereste il vostro tempo con persone che non amate. Perdereste il vostro tempo con voi stessi se non vi amaste?
L’obesità non è un problema facile, e occorre volersi bene veramente per desiderare risolverlo; chi ama se stesso davvero ha sempre voglia di migliorarsi e tende verso l’equilibrio fisico, intellettuale e spirituale.
CAPITOLO I
Il cervello e la scienza
Malgrado siano trascorsi molti secoli dall’apparizione dell’uomo sulla Terra, solo recentemente abbiamo cominciato a capire il funzionamento del nostro cervello.
Il cervello di Einstein
Lo studio del cervello di Albert Einstein, il celebre fisico padre della teoria della relatività e pioniere dell’energia atomica che morì nel 1955 all’età di 76 anni, rivela alcune differenze rispetto ad altri undici cervelli di esseri umani ordinari. Marion Diamond, docente di anatomia a Berkeley, presso l’Università della California, non si è tirata indietro di fronte al pesante compito di contare al microscopio le cellule del cervello di Einstein. Nel febbraio 1985 fece una scoperta straordinaria: il cervello del fisico conteneva, in più, un 73% di cellule gliali responsabili dell’alimentazione dei neuroni (le principali cellule nervose del cervello). Le cellule gliali in più erano localizzate soprattutto in aree preposte al pensiero astratto, dove si sviluppa il talento matematico. Vuol dire allora che geni si nasce?
La risposta non è ovvia come sembra. All’Università della California l’osservazione del cervello di Einstein prende le mosse da una ricerca sul cervello umano e su quello dei topi durata vent’anni. I ricercatori hanno dimostrato che il cervello di topi in gabbia a cui vengono dati dei giochi si sviluppa man mano che imparano a giocare. Ecco che cosa racconta la dottoressa Diamond: «I nostri topi sono andati a scuola. Abbiamo iniziato con topi giovani, il cui cervello si sviluppa più rapidamente, e abbiamo constatato che potevamo farlo crescere del 16%, rendendo più ricca la loro esperienza, o ridurlo, impoverendola».
Prosegue la dottoressa Diamond: «Abbiamo fatto degli esperimenti con topi adulti e topi molto anziani, scoprendo che anche il loro cervello poteva aumentare addirittura del 10%. I cervelli si sviluppavano con l’esperienza e i topi con il cervello più sviluppato riuscivano a cavarsela meglio all’interno di un labirinto di quelli il cui cervello era rimasto invariato. I giochi hanno permesso ai topi di aumentare il volume del loro cervello, ma quando si sono stancati di essi, il loro cervello si è ridotto».
Lo studio fatto a Berkeley non permette di stabilire se Einstein avesse un maggior numero di cellule gliali fin dalla nascita o se, come per i topi da laboratorio, esse fossero frutto dell’uso del cervello.
Un potenziale illimitato
Il cervello umano è composto da almeno 200 miliardi di cellule. Nel 1966, due ricercatori, Salam e Adams, dimostrarono che, fin dal quinto mese di gestazione, il feto poteva contare già su un complesso reticolo di riflessi nervosi. Sappiamo anche che, durante gli ultimi mesi della gravidanza, il feto sogna molto, anche se ignoriamo il contenuto di questi sogni.
Alla nascita, ogni cellula nervosa è autonoma e distinta dalle altre. A partire da tale momento, tra esse si sviluppa un’importante rete d’interconnessioni, com’è dimostrato dalle fotografie scattate col microscopio elettronico. La fase attiva di tale sviluppo si situa tra zero e tre anni, quando il cervello raggiunge l’80% del suo potenziale.
A Filadelfia, negli Stati Uniti, il Better Baby Institute si basa su questi dati per applicare a bambini in età compresa fra zero e cinque anni, tramite i loro genitori, speciali tecniche d’insegnamento destinate a farne dei geni. Nel 1984, più di 3000 bambini avevano seguito questi corsi; parecchi di loro a cinque anni parlavano due o più lingue, erano in grado di correre per almeno sei chilometri, padroneggiavano uno sport, la danza e uno strumento musicale, sapevano leggere e scrivere; questi bambini non avevano presentato niente di diverso dagli altri alla nascita, e provenivano da genitori nella media.
In Giappone, esiste da più di trent’anni il famoso “metodo Suzuki”, dal nome di un violinista che riuscì a far suonare il violino a bambini che avevano meno di cinque anni. Come riconobbe lui stesso, sono bambini assolutamente normali: semplicemente sono stati stimolati ad ascoltare musica fin dal terzo mese di vita, poi, gradualmente, a conoscere lo strumento musicale. Durante un concerto, 1500 bambini di meno di otto anni sono stati in grado di suonare insieme un brano di Vivaldi.
Due emisferi, un cervello
Il cervello umano è formato da due sezioni, o emisferi, collegate fra loro da un ponte di 10 centimetri di lunghezza, il corpo calloso. Per i destrimani, l’emisfero sinistro è la sede delle funzioni cognitive: è la parte del nostro cervello che razionalizza, pensa in modo logico, legge, scrive ed elabora piani logici. L’emisfero destro si occupa delle funzioni non verbali e delle reazioni emozionali; riceve le informazioni dai nostri diversi sensi (la vista, l’udito, l’odorato, il gusto e il tatto) e le immagazzina. È la fonte del nostro istinto. L’emisfero sinistro è il nostro lato sapiente, e quello destro il nostro lato poetico.
Queste due sezioni del nostro cervello sono riunite da fasci di fibre nervose (o corpo calloso) che trasportano le informazioni sotto forma elettrica da una parte all’altra (cfr. illustrazione a pag. 12).
L’occhio intelligente
Alcuni studi effettuati a Montréal e all’Università di Stan-ford, in California, hanno permesso di dimostrare che i movimenti oculari consentono di aprire dei canali d’informazione da e verso il cervello. Chiedete a un amico: «Che cosa hai fatto tre settimane fa, durante il week-end?», e osservate il movimento degli occhi mentre cerca fra i suoi ricordi. Noterete che le persone cosiddette “visive” guardano in alto alla loro sinistra, mentre quelle “uditive” guardano semplicemente alla loro sinistra senza alzare gli occhi. Fate attenzione, perché tali movimenti sono spesso di breve durata.
Ora, fategli un’altra domanda: «Quali sono le cinque attività che preferiresti svolgere se fossi milionario?» Osservate di nuovo il movimento degli occhi: si volgeranno in alto a destra durante la costruzione visiva.
Mentre la prima domanda faceva appello semplicemente alla memoria, la seconda richiedeva uno sforzo creativo. Istintivamente gli occhi sono andati a frugare in luoghi diversi del cervello per stimolarlo. Oggi sappiamo che i movimenti oculari possono aiutarci a comunicare in modo più efficace con il nostro cervello.
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