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La fatalità non esiste
Thibodeau, David S.
Novità
ART. 000248
Copertina a 4 colori, plastificata
104 Pagg.
Collana: ComunicAzione
Argomenti: Self-improvement, Relazioni, Ansia
Genere: Saggistica
ISBN: 978-88-89382-59-2

Che grande traguardo sarebbe avere l’intelligenza di accettare ciò che non possiamo cambiare, la forza di cambiare ciò che possiamo, e la saggezza di riconoscere la differenza...
Siete fatalisti? Ritenete che la vostra vita sia in balìa di una forza superiore, o del destino? Siete convinti della vostra impotenza di fronte agli eventi, certi di non poter fare altro che rassegnarvi? È possibile che non abbiate mai nemmeno pensato in questi termini al vostro modo di approcciare la vita, ma che iniziare a riflettere sulla componente fatalista della vostra personalità vi schiuda degli orizzonti di comprensione finora insospettati. Magari avete sempre dato per scontato che gli eventi della vita abbiano un margine inevitabile di ineluttabilità. Ebbene, potreste scoprire di essere più fatalisti di quanto abbiate mai creduto, e potreste anche iniziare ad intaccare questo atteggiamento, riconoscendo la combinazione di forze che vi soggiacciono. Dietro al fatalismo vi è infatti una miscela variabile di paura, di mancanza di fiducia in se stessi o nel mondo esterno, di un condizionamento culturale che viene da molto lontano (il concetto di “fato” è uno dei più antichi della nostra civiltà, e anche il sostrato religioso della nostra cultura ne è intriso...); e anche il suo opposto, la negazione totale della presenza di elementi capaci di sfuggire al nostro controllo, a ben guardare si configura come l’altra faccia della medesima visione “squilibrata” della vita.
Questo libro vi offrirà gli strumenti di base per iniziare a riflettere sul fatalismo, per riconoscerne le componenti e giungere a scardinarlo, riappropriandovi delle redini del vostro futuro.

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TANTO PER COMINCIARE


Le nostre reazioni di fronte alle difficoltà o ai problemi della vita derivano non tanto dalle esperienze che abbiamo vissuto quanto, principalmente, dal nostro modo di percepire le cose e dalla nostra concezione dell’esistenza. Accade allora che i comportamenti umani siano spesso agli antipodi fra loro: c’è chi si sente particolarmente stimolato dalle difficoltà, e non tiene conto dei suoi limiti o della sua realtà, reputandosi capace di superare qualsiasi prova, convinto non solo che esista sempre una soluzione, ma di avere in sé il potere di affrontare ogni situazione (ma la sua forza di volontà e i suoi sforzi possono veramente risolvere tutto e cambiare tutto? Non sarebbe meglio, invece, se accettasse il fatto che possano esistere eventi e situazioni che esulano dalla sua possibilità di controllo?), e poi c’è chi si lascia demolire dagli ostacoli, e si rassegna, convinto di non poter minimamente incidere sulla propria vita o sul corso degli eventi, e che, tanto, capiterà ciò che è destino che capiti; si crogiola dunque nell’inazione, spettatore della sua stessa vita, schiavo di ciò che lo circonda; la sua autostima è bassissima, e d’altronde non riesce a sbocciare.
Se siamo fatalisti o tendiamo ad esserlo, acconsentiamo ad essere impotenti e ci rassegniamo a che gli eventi siano governati da una forza superiore o dal destino. Ovviamente è altrettanto dannoso credere che ogni cosa dipenda da noi e voler controllare tutto. Ma non è possibile vedere le cose diversamente? Non esiste, fra i due estremi, un giusto mezzo?
Per prima cosa, teniamo presente che ci capita raramente di aderire solo a una di queste due posizioni, perché in genere oscilliamo fra i due poli. Ciò detto, possiamo certamente affermare che predomina la visione fatalistica della vita, ed è per questo che ad essa dedicheremo più spazio in questo libro.
Non possiamo parlare di fatalismo senza affrontare il tema delle credenze, perché le due nozioni sono strettamente legate. Nell’Antichità, il fatalismo era associato al destino, cioè alla necessità dei fatti e delle cose; era il nome dato al potere superiore e sovrano, origine di tutti gli eventi. La nozione di fatalismo si è evoluta nel tempo, tuttavia ci chiediamo ancor oggi se gli eventi siano dovuti a cause indipendenti dalla volontà umana, cioè a Dio, a un essere superiore, o alle leggi della natura.
L’essenza della dottrina fatalistica è dunque il convincimento d’essere asserviti a misteriosi fenomeni dell’Universo, un atteggiamento che risponde d’altronde anche alla cieca adesione a dogmi o ideologie considerati verità assolute, che è quindi una negazione a priori del nostro libero arbitrio e del fatto di essere responsabili della nostra esistenza.
Sono molti gli esempi concreti che illustrano bene questa deresponsabilizzazione: basti pensare ai fumatori che fanno causa ai produttori di sigarette, o agli obesi che trascinano davanti ai giudici i dirigenti delle grandi catene di fast food. Ovviamente non è in discussione il fatto che tali aziende immettano sul mercato prodotti nocivi per la salute: è incontestabile. La cosa assurda, però, è voler incolpare gli altri delle conseguenze dei nostri atti. I fumatori non sono stati costretti a fumare, non più di quanto gli obesi siano stati costretti a nutrirsi di cibo spazzatura: siamo responsabili delle nostre azioni e dobbiamo assumercene le conseguenze. La stessa cosa vale per la violenza, dove, piuttosto che riflettere sulle cause profonde del problema, diamo la colpa alla televisione, ai videogiochi, e a volte persino alle rockstar!
Il fatalismo e la tendenza a deresponsabilizzarci nascono essenzialmente dalla paura: la paura di affrontare le cose così come sono, di negoziare con la realtà e con l’idea della morte… insomma, fuggiamo dalle nostre responsabilità, abbiamo paura di essere completamente liberi, di assumerci la responsabilità delle nostre scelte e di accogliere le conseguenze di tale libertà che non prendiamo neppure in considerazione; preferiamo consegnare la paura, ma anche il potere decisionale, nelle mani di qualcosa che giudichiamo più grande o più potente di noi.
In questo momento storico sembriamo dominati dalla paura, soprattutto dopo gli eventi dell’11 settembre; non a torto, naturalmente, ma essa, ammettiamolo, ha raggiunto livelli esagerati. Infatti c’è chi approfitta di quest’ondata di panico, di cui molti sono succubi. Questo fenomeno sembra in parte causato dalla recrudescenza dell’integralismo: che si tratti di idee religiose o filosofiche, sono caratterizzate da intolleranza e chiusura. Da esse occorre affrancarsi, o perlomeno bisogna sostituirle. E invece, nel nostro mondo ipermediatizzato, il fatalismo sembra riacquistare vigore. Oggi più che mai capita a tutti, prima o poi, di sentirsi impotenti davanti ai terribili eventi a cui assistiamo in diretta, da lontano, minuto per minuto: incidenti, conflitti, guerre, epidemie, eccetera, che ci mettono di fronte alla nostra impotenza. La maggior parte di noi avverte l’urgenza di agire, ma spesso la vastità del compito ci fa ricadere nel fatalismo.
È quindi necessario fare ritorno all’essenziale, cioè a noi stessi; non si tratta di negare la realtà né di diventare egocentrici, ma semplicemente di accogliere l’idea che il nostro campo d’azione è limitato. Inoltre, occorre individuare che cosa possiamo cambiare e che cosa non possiamo cambiare. Miglioriamo in primo luogo noi stessi, e agiamo in modo costruttivo così da influire positivamente sulle persone che ci circondano le quali, a loro volta, influiranno sicuramente su chi è a loro vicino, e via di seguito.
Questo libro vi propone di affrancarvi dal vostro fatalismo, di agire diversamente, di ritrovare l’equilibrio, il giusto mezzo. È essenziale mettere in discussione le proprie credenze quando ci si vuole liberare dalla paura, e se si vuole dare il proprio contributo a questo mondo occorre in primo luogo trasformarsi interiormente.
Perciò parleremo in particolare della conoscenza di sé, della nostra unicità, dell’accettazione della realtà, della libertà, dell’autonomia, dell’azione, e del fatto che occorre prendersi la responsabilità di ciò che si è. Ma prima di tutto cercheremo di conoscere meglio il fatalismo e i suoi parenti stretti.



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