Copertina a 4 colori, plastificata
232 Pagg.
Collana: Energie
Argomenti: Pensiero integrale, Cuore e coerenza cardiaca, Evoluzione
Genere: Saggistica
illustrazioni: Con illustrazioni e inserto a colori
ISBN: 978-88-89382-89-9
Da “pesci fuor d’acqua” a “maghi del nostro tempo”, il passo è fattibile. Con il rigore tipico della sua formazione scientifica, Drouot enuncia i fondamenti di una nuova architettura della coscienza per muoverci più armoniosamente in questo mondo e comprenderne i complessi meccanismi, traducendo il tutto in una pratica serie di strumenti di cui appropriarci per analizzare una situazione, decidere e agire.
Impariamo, come gli sportivi di alto livello, a vedere tutto ciò che accade in una sola occhiata, a giocare d’anticipo sul nostro futuro personale e collettivo, e a compiere precisamente l’azione “giusta” con istantanea fluidità.
Metodi ed esercizi di immediato impiego, indipendentemente da ciò che ci interessa fare nella vita o dalle nostre competenze: arte, salute, cultura, management, economia, sviluppo sostenibile… per primi l’hanno capito i manager, che si contendono oltralpe il libro e l’autore.
Patrick Drouot è un fisico francese, laureatosi alla Columbia University di New York, specialista degli stati di espansione di coscienza; i suoi libri, tradotti in diverse lingue, hanno venduto più di un milione di copie. Insegna il Pensiero integrale in molti paesi, tra cui l’Italia.
Italiano
Se volete un assaggio...
INTRODUZIONE
C’è stato un tempo in cui sembrava che il mondo fosse in buona salute: la libertà e l’iniziativa individuale sembravano in crescita, e parevano diffondersi anche in alcuni angoli remoti del pianeta; nei paesi dell’Asia e dell’America Latina regrediva la povertà, mentre la crescita economica raggiungeva un ritmo mai eguagliato e niente sembrava poterla frenare. L’espansione demografica, la crescita del risparmio individuale, gli incessanti progressi tecnici confermavano agli osservatori ottimisti del mondo occidentale che questo percorso di sviluppo sarebbe stato duraturo.
Ed ecco che, all’improvviso, si verifica una crisi senza precedenti. Sulle prime pagine dei giornali dominano titoli catastrofici, e gli specialisti di ogni corrente, intervistati alla radio e alla televisione, non fanno che ripetere pronostici disastrosi. Anche le discussioni da bar si trasformano in visioni catastrofiche. Il crollo incombe.
Le società occidentali stanno forse cadendo nel baratro mortale che hanno scavato con le loro stesse mani?
Cambiare il nostro modo di pensare
Queste società hanno attraversato molte crisi nel corso dei secoli. Tuttavia, quella attuale sembra diversa: sentiamo che si sta preparando uno scossone ancora più forte, che una grande depressione incombe su di noi come un uccello del malaugurio che plana su un mondo che si rimangia le sue promesse. Ognuno di noi sente, dentro di sé, che nel nostro modo di vivere e di pensare stanno segretamente avvenendo dei cambiamenti molto profondi. Le stesse istituzioni sembrano aver accumulato fallimenti, creando in campo sociale situazioni perlomeno deleterie, che tutti (o quasi) disapprovano: fame, povertà, violenza, terrorismo, distruzione delle comunità, ma anche cambiamenti climatici, distruzione degli ecosistemi, esaurimento delle fonti di energia fossile… Tutte situazioni che minano le fondamenta stesse del nostro benessere sociale, economico, ecologico e spirituale.
Dobbiamo quindi cedere alle sirene allarmistiche che ci annunciano il peggio, oppure possiamo volgere il nostro sguardo verso una qualunque apertura, verso un’evoluzione che penetrerebbe negli interstizi lasciati vuoti dall’attuale crisi? Cosa dobbiamo cambiare per influenzare questo movimento? Come trasformare questo movimento in un’opportunità di crescita personale e collettiva? La nozione di crollo delle civiltà non è nuova. Come spiega il ricercatore americano Norman Yoffee, «Non si può negare che ci siano già stati dei cambiamenti molto grandi nel corso della storia. Ma le civiltà del passato erano molto più flessibili e resilienti di quanto si pensi. Il termine crollo dev’essere inteso piuttosto come l’inadattabilità di certe idee che, dopo aver funzionato per un periodo, devono essere sostituite da idee nuove».
La sopravvivenza della civiltà occidentale sarebbe dunque possibile, per poco che riusciamo a cambiare, a far evolvere il nostro modo di vivere e soprattutto di pensare. «La sopravvivenza di una civiltà dipende in parte da un rinnovamento delle idee – prosegue lo scienziato – ma anche da una selezione e da una riformulazione di concetti già esistenti, che vengono così adattati alle nuove circostanze […]. La Storia ci mostra che, quando una civiltà incontra delle difficoltà, non è la sua capacità tecnologica ad essere più efficace, ma piuttosto la sua capacità di realizzare dei cambiamenti nel modo di vivere dei suoi membri. Se la sua ideologia e il suo sistema di pensiero sono inadeguati, una civiltà può trovarsi a dover affrontare dei cambiamenti radicali e drammatici».
Un mondo troppo complesso per essere pensato dall’uomo!
Eccoci al dunque! Ma questo obiettivo porta in sé i semi di un’altra problematica, per certi versi più difficile da risolvere. Viviamo in un mondo sempre più complesso, costretto ad integrare un numero di dati sempre più elevato. Le nostre stesse strutture sono diventate più complesse, e le interazioni tra i membri delle comunità umane più numerose. Quindi si pone un’altra domanda: possiamo, con i soli mezzi del nostro pensiero cosciente e del nostro cervello cognitivo, comprendere una tale complessità? No!, rispondono alcuni esperti.
È il caso di Jay Forrester: «Perché una decisione politica possa essere efficace – dice – bisognerebbe aver prima risolto un sistema di equazioni differenziali non lineari di grado molto elevato, calcolo che nessun uomo, certamente, è capace di effettuare mentalmente». E ciò viene confermato da Yaneer Bar-Yam, che dichiara: «Fino ad ora, le società erano sempre state meno complesse dell’uomo; ma ormai non è più cosi […]. E, per definizione, un sistema complesso non può essere controllato da un sistema meno complesso». Quindi non siamo più in grado di controllare la società nella quale viviamo e che abbiamo creato. Non ci resta che accettare l’inevitabile… A meno che…
A meno che non siamo capaci di inventare un nuovo modo di pensare, diverso, facendo intervenire non solo i nostri processi cognitivi abituali, ma anche altri processi. Un modo di pensare che trascenda i limiti normalmente ammessi delle nostre connessioni neuronali, e che sfugga alla riflessione lineare per lanciarci in un mondo di possibilità infinite, un’architettura di pensiero capace di favorire l’emergere di un nuovo tipo di decisioni collettive, permettendo così di affrontare le sfide inedite del mondo che verrà.
I semi di questo nuovo modo di pensare esistono già, anche se sono ancora molto diversi fra loro. In varie regioni del globo, ricercatori di ogni tipo (filosofi, sociologi, psicologi, scienziati…) sono andati avanti su questo cammino, ognuno a modo suo ma tutti nella stessa direzione. I loro lavori non si erano ancora mai incontrati, ed io mi sono impegnato a riunirli e poi a completarli, al fine di costruire un “tutto” coerente: il pensiero integrale.
Vi invito ora a scoprirlo.
I viaggi hanno formato la mia gioventù…
Ma prima di iniziare questo viaggio, vorrei raccontarvi il mio periplo personale, che mi ha fatto approdare a questa visione del futuro inedita e singolarmente ottimista. Perché gli ultimi trent’anni sono stati un continuo susseguirsi di avvenimenti e di incontri che hanno a poco a poco trasformato la mia percezione del mondo e la mia visione della realtà quotidiana.
Dopo un dottorato in fisica teorica alla Columbia University di New York, ho lavorato inizialmente come dirigente nel continente americano, prima a New York e poi nell’America del Sud, il che mi ha permesso di percorrere questo immenso continente dal sud dell’Argentina al nord del Canada. Così ho avuto modo di incontrare i suoi popoli, le sue usanze così diverse (anche all’interno degli Stati Uniti) e, ovviamente, le sue strutture industriali, politiche e spirituali.
I miei numerosi viaggi professionali non si limitavano agli obblighi inerenti alle mie funzioni; sentivo anche il bisogno di arricchire la mia cultura generale. Nel corso delle mie trasferte, quando disponevo del tempo necessario, visitavo i musei, i monumenti, le curiosità locali… Così ho attraversato le periferie operaie e toccato con mano la povertà che regna nelle bidonville dei paesi emergenti dell’America del Sud. Come membro di una associazione culturale amerindiana di Manhattan, ho incontrato alcuni rappresentanti dei primi Americani, come Jamake Highwater, un Apache della Montagna Bianca (Arizona), o Wallace Black Elk e Archie Fire Lame Deer, due sciamani Lakota ardenti difensori della loro cultura… Durante una trasferta in Ecuador, sono entrato in contatto con alcuni Quechua discendenti dall’antica tradizione inca. Più tardi, fu Raymond Graf a farmi scoprire la tradizione polinesiana, e Karlo, il capo cerimoniale di Rapa-Nui, l’Isola di Pasqua. È così che, a poco a poco, ho imparato a prescindere dalle differenze culturali, dal momento che ci riuniva la condivisione delle nostre conoscenze. La curiosità precedeva le riserve di natura scientifica.
… anche la lettura e l’esperienza!
Nonostante questi contatti che mi arricchivano molto, la mia vita mi sembrava troppo lineare, scontata, prevedibile. Sentivo la mancanza di qualcosa, un vuoto, un’insoddisfazione incomprensibile. Un processo silenzioso era all’opera dentro di me. Non potevo accontentarmi di quello che ero. Il desiderio di crescere mi spingeva ad agire, a studiare, a scoprire… Sentivo il bisogno di realizzarmi in un altro modo, di allontanarmi da qualunque figura esterna per ricentrarmi sul mio essere. Volevo scoprire le mie ricchezze interiori e i miei valori profondi, individuare quelli che mi definivano meglio e che desideravo favorire. Era come un bisogno di reinventare me stesso; in completa libertà.
Capii velocemente che per realizzarmi dovevo scegliere tra i numerosi campi che mi attiravano: professionale, artistico, familiare, amicizie, associazioni… Senza gerarchizzarli e senza censurarmi. Ero alla ricerca di un nuovo radicamento. Presi coscienza del fatto che il nostro futuro dipende dalla nostra volontà e dalla passione con cui introduciamo il nostro ideale di autorealizzazione nelle nostre vite personali e nei contatti con gli altri. Una realizzazione simile non mi sembrava alla mia portata, ma acquisii la convinzione che la mia insoddisfazione interiore mi rendeva perfettibile. Non potevo rinunciare a questa “macerazione essenziale”.
Tutti abbiamo in noi delle potenzialità: non dobbiamo essere troppo duri con esse, inibirle, atrofizzarle, soffocarle. Sono fondamentali. Le correnti letterarie e filosofiche orientali ed occidentali sono impregnate di questa ricerca. Le domande che essa induce hanno fatto avanzare, se non cambiato, la Storia. Mi misi dunque a divorare interi filoni del sapere, impregnandomi di pensatori così diversi come Meister Eckhart o Hegel, Goethe o il teologo brasiliano Leonardo Boff… Queste letture mi arricchivano e mi incoraggiavano a perseverare: dovevo conquistare il mio spazio e trovare il mio posto, e per questo dovevo osare stravolgere il corpo sociale e il modo di pensare dominante.
Fu nello stesso periodo che misi piede per la prima volta nell’immenso continente degli stati modificati di coscienza, quando tali fenomeni cominciavano appena ad essere esplorati. Questa scoperta e l’intensa sperimentazione che seguì sconvolsero profondamente la mia rappresentazione della psiche umana, fino ad allora limitata ai concetti più classici. Un nuovo piano si aggiunse così alla mia costruzione interiore. Scoprivo una profondità ancora insospettata sia negli esseri che negli avvenimenti e nei sussulti del mondo.
Imparai poco a poco ad integrare questa nuova dimensione sia nel mio essere che nella mia vita quotidiana. Per forgiare il mio pensiero ancora grezzo, mi misi a studiare le opere innovative di ricercatori come Abraham Maslow, Stanislav Grof o Roberto Assagioli. Mi volsi anche ai nuovi sentieri esplorati da fisici post-quantistici come Fritjof Capra o David Bohm, da ricercatori come Roger Penrose o Ilya Prigogine, da altri più iconoclasti come Erwin László o William Tiller. Feci anche una deviazione in settori molto lontani dalla mia formazione universitaria, nell’universo del sociologo Edgar Morin, in quello del mitologo Joseph Campbell o dello storico Arnold Toynbee. E, per completare questo paesaggio già vasto, mi tuffai ovviamente negli scritti dell’immenso pensiero orientale.
Qualche passo più avanti…
Questo accadeva negli anni Ottanta. La società dell’epoca aveva sviluppato un livello di pretese molto elevato. Bisognava essere combattivi, disinvolti, riconosciuti, competitivi… Ognuno doveva eccellere nel proprio campo. Da allora la mentalità è cambiata, anche se il settore professionale resta ancora fortemente impregnato di questo vecchio paradigma. Ma l’esperienza ha rivelato che la conoscenza, anche approfondita, di un solo campo è spesso controproducente. Certamente, la specializzazione in voga negli ultimi decenni del secondo millennio ha permesso importanti miglioramenti tecnologici, ma questo non le ha impedito di uccidere la sorpresa, l’immaginazione e l’innovazione e di generare comportamenti pieni di timore in individui che vanno nel panico all’idea di porre anche solo un dito fuori dal perimetro della loro disciplina.
Tuttavia è stato proprio a metà degli anni Ottanta che mi si sono aperte altre vie. Il mondo cambiava sempre più velocemente, e la percezione che ne avevo seguiva il movimento. Sentivo la necessità di una revisione drastica delle mie idee a proposito dell’essere umano e del modo in cui si inserisce nelle strutture di un mondo in costante evoluzione. Piccoli segnali di allarme provenienti dal mio ambiente mi indicavano che il mio sistema di adattamento e la mia visione delle cose avevano raggiunto il limite. Come dei cartelli indicatori, questi segnali formavano lo schema portante dei miei sogni. Disegnavano un cammino che mi sembrava condurre verso un nuovo asse di percezione delle cose.
Cominciai quindi a sperimentare questi nuovi modelli, inizialmente su di me, poi con altre persone che accompagnavo nel loro viaggio alla ricerca di se stesse. Questa minuziosa esplorazione del mio mondo interiore mi permise di misurarne l’immensità. Da quel momento in poi la mia vita quotidiana non fu mai più la stessa: mi sentii più responsabile di me stesso e della mia vita, e intravidi che cosa significasse la nozione di “espansione del sé”.
Allora decisi di condividere queste prese di coscienza, così come gli strumenti che mi avevano permesso di accedervi, pubblicando vari libri sulle mie esperienze. Poi condussi i miei lettori ancora più lontano, al di là del ristretto ambito della nostra esistenza terrena: a conoscere le pratiche tradizionali degli Indiani dell’Amazzonia centrale; presso gli ultimi sciamani polinesiani; in alcuni accampamenti algonchini nel Grande Nord canadese; alla scoperta degli insegnamenti degli Indiani del Sud-ovest americano o degli abitanti dell’altopiano himalayano… E anche nei segreti corridoi dei laboratori americani e sovietici che, a partire dalla guerra fredda, si erano messi ad esplorare, ognuno per conto suo, dimensioni dello spirito che il nostro razionalismo si ostina a rifiutare.
Dall’umano al sociale e dal sociale all’umano
Si aprivano così alcune brecce nel muro delle nostre certezze. Le nostre convinzioni, i nostri pregiudizi e le nostre routine venivano scossi da questi modi di entrare in contatto con gli esseri umani caratterizzati da un allargamento di coscienza, che si ricollegavano alla saggezza degli insegnamenti più antichi del pianeta.
Nello stesso periodo, all’interno delle nostre istituzioni e nell’intero pianeta, si stavano verificando alcuni eventi fondamentali: le mentalità e le reti mondiali non avanzavano più allo stesso ritmo, e aumentavano i problemi di identità e di territorialità, come anche il fanatismo religioso e i disordini climatici. Inoltre il nostro rapporto con il tempo si faceva sempre più caotico. Nelle società industrializzate, l’attenzione al risultato e alla produttività non permetteva più all’individuo di trovare il proprio posto e di apprezzare le semplici gioie dell’esistenza.
Cominciava ad emergere una domanda: fino a quando possiamo proseguire su questa strada? Per rispondere a questo interrogativo, dovevo dimenticare il modo tradizionale di vedere le cose, le qualità normalmente esaltate dal pensiero razionale e scientifico nel cui crogiolo ero stato forgiato: velocità, ragione, logica… Dovevo trovare in me altre risorse: perseveranza, lentezza, curiosità, flessibilità, improvvisazione, non attaccamento… qualità sviluppate dai popoli antichi e sopravvissute segretamente attraverso i secoli.
Nel 1985, spinto da una necessità che non ero capace di analizzare, abbandonai le mie funzioni professionali in azienda. Non lo feci né per obbligo né per scelta: ero animato da un’imperiosa necessità. Persi così la mia identità sociale, ma la mia coscienza continuò a svilupparsi. Ho avuto la gioia di accompagnare migliaia di persone nella comprensione del loro destino umano, ed ho provato anche una immensa tristezza davanti al vagare senza meta, e talvolta alla sofferenza esistenziale, di molti altri. È stato grazie a loro che, a poco a poco, l’insieme degli elementi che avevo a portata di mano si è organizzato. Grazie a questa sintesi, che si arricchiva continuamente, ho iniziato ad analizzare diversamente le sfide della nostra società e ad impegnarmi a trasmettere strategie finalizzate ad ottenere una vita più appagante.
Primi interrogativi…
Ed eccomi qua, ad affrontare la stesura di un nuovo libro. La rivoluzione del pensiero integrale si inserisce in questo vissuto. Fin dall’inizio degli anni Duemila ho sospettato che gli strumenti e i metodi sviluppati in molti settori personali e professionali non rispondessero più alle esigenze del mondo, sia per quanto riguarda il benessere dell’individuo che per il funzionamento delle imprese e delle istituzioni. Un amico deputato al Parlamento Europeo mi aveva confidato: «Le nostre reti politiche, finanziarie, economiche, così come quelle legate alla salute e all’educazione, sono tese fin quasi al punto di rottura. Organizziamo riunioni su riunioni, facciamo ricorso ad esperti internazionali e tuttavia non troviamo soluzioni valide. È come se la logica che conosciamo, quella in vigore nelle nostre scuole e nelle nostre università, non rispondesse più ai problemi globali che dobbiamo affrontare».
All’incirca nello stesso periodo mi imbattei “per caso” in uno studio scientifico che analizzava l’evoluzione dei tumori in Francia e in Europa a partire dal 1980. Esso rivelava che, sui ventiquattro tipi di tumore studiati, solo quattro erano in leggera diminuzione, mentre gli altri venti erano in drammatico aumento. I più alti livelli di crescita raggiungevano quasi il 200%. La cosa mi fece riflettere. Certo, il cancro è una malattia multifattoriale, con alcuni fattori di rischio ormai noti. Le predisposizioni genetiche hanno bisogno, per “risvegliarsi”, di essere stimolate da errori nell’igiene di vita, o nell’alimentazione, dalla sedentarietà, dallo stress… Tuttavia, tutto ciò non mi sembrava sufficiente per spiegare un tale aumento, visto che i mezzi diagnostici sono sempre più sofisticati e diffusi, e permettono di scoprire i tumori ad uno stadio sempre più precoce, il che si presume migliori l’efficacia delle terapie. Lo studio annunciava anche, in modo sibillino: «I fattori responsabili del cancro non sono solo quelli che immaginiamo. Tutt’altro».
Dove si dovevano cercare allora questi fattori? In quali territori ancora sconosciuti della scienza? Quali condizioni silenziose ed invisibili si organizzavano per far divampare questo terribile disordine cellulare?
Nello stesso periodo la rivista brasiliana Istoe diede molto risalto al disturbo da panico affermando che quattro milioni di brasiliani ne erano colpiti e che la medicina non aveva spiegazioni su questo nuovo tipo di epidemia. Di fatto, durante un viaggio a Rio de Janeiro, avevo conosciuto un imprenditore, presidente e direttore generale della sua azienda, che viveva questo dramma. «Per qualche minuto, rimango paralizzato da un panico incontenibile. Dall’età di ventiquattro anni, sono sempre riuscito a controllare la mia vita. Ora, per la prima volta, mi trovo di fronte ad un problema rispetto al quale mi sento impotente». Ancora una volta, mi sembrava che fosse necessario ampliare il nostro modo di pensare per avere la possibilità di cogliere le origini del problema in tutta la loro complessità.
Gli inizi del pensiero integrale
E poi ci furono il riscaldamento climatico, lo tsunami del dicembre 2004 (che ho vissuto in diretta poiché ero sul posto con mia moglie), la recrudescenza del terrorismo, la crisi finanziaria ed economica del 2008… Più questi evidenti disfunzionamenti si accumulavano, più presagivo che altre soluzioni erano a portata di mano, anche se le nostre menti troppo strutturate non erano ancora capaci di integrarle. Tali soluzioni mi sembravano frammentate, disorganiche, come se la nostra architettura neuronale non fosse ancora in grado di affrontare queste nuove finestre di analisi e questa forma inedita di complessità. Queste soluzioni non potevano avvalersi degli stati modificati di coscienza, perché tali pratiche sono troppo lontane dagli imperativi della vita quotidiana. Bisognava trovare il mezzo per far evolvere le nostre architetture mentali ad un ritmo più rapido, simile a quello dell’evoluzione mondiale.
Nello stesso periodo osservai che la mia clientela era sempre più eterogenea. Non venivo più contattato solamente da persone in cerca di un maggiore benessere personale, ma anche da individui preoccupati per la loro vita professionale, che si trattasse del mondo delle imprese o della sfera istituzionale. Questi ultimi dovevano affrontare problemi insolubili di mercato, di sviluppo o di motivazione delle loro équipe. Il mondo professionale iniziava a capire che il successo presuppone altre qualità oltre all’eccellenza intellettuale o alle capacità tecniche.
Oggi è una cosa evidente: abbiamo bisogno di esplorare nuove competenze se vogliamo prosperare in tutti i settori della nostra esistenza. Qualità come la capacità di risollevarsi, lo spirito di iniziativa, l’ottimismo e l’adattabilità sono diventate essenziali. E oltre a queste qualità indispensabili, abbiamo bisogno di ampliare il nostro modo di pensare per abbracciare orizzonti più vasti e risolvere i problemi più complessi cogliendoli nella loro globalità. È emersa la necessità di imparare a “pensare in modo integrale”!
Una nuova architettura mentale per nuovi sistemi
di pensiero
Per seguire questo movimento, ho dovuto operare un “salto quantico” riguardo agli strumenti di sviluppo personale. Non si trattava più soltanto di affinare quelli esistenti, ma di sviluppare concetti innovativi per passare dalla logica fisica del XIX secolo alla logica quantica del XXI.
Se faccio riferimento alla fisica fondamentale, è perché questa disciplina scientifica non permette soltanto di spiegare i fenomeni dell’infinitamente piccolo. La fisica quantistica ci permette anche di spiegare la struttura soggiacente dell’universo. Permette di “scoprire le carte”. Ebbene, è proprio quello di cui abbiamo bisogno oggi per trovare nuovi strumenti di sviluppo personale e globale!
Per costruire questo indispensabile pensiero integrale, capace di aiutarci a utilizzare tutte le nostre risorse, dovevo tuffarmi in questi virtuosismi dello spirito. A poco a poco, nuovi strumenti si offrivano alla mia mappa mentale, formando una ramificazione che attraversava più livelli di complessità. Intendiamoci bene: la nozione di complessità non implica una maggiore difficoltà di comprensione. Si tratta solo di raccogliere un insieme di conoscenze più vaste e più varie, visibili o meno, e di integrarle in un tutto coerente. Per fare questo bisogna passare da una logica lineare ad una logica labirintica.
All’inizio mi sono perso in questa nuova architettura mentale. Ma progressivamente questa esplorazione mi ha permesso di scendere più in profondità all’interno di me stesso e di pensare in modo diverso da quello binario. Ho iniziato a percepire gli elementi fondamentali che si strutturano sotto la superficie del pensiero umano e i sistemi di valori operativi che sono alla base delle nostre decisioni e delle nostre azioni. Sono arrivato a questa certezza: le onde dinamiche del cambiamento richiedono fin d’ora un nuovo modo di pensare, che anticipi questo cambiamento al fine di creare nuove opportunità di prosperità e di crescita.
I paradossi del pensiero integrale
Il pensiero integrale si fonda su una serie di antinomie: bisogna trovare strumenti nuovi per risolvere problemi ancora in gestazione; bisogna cogliere le variabili nascoste (nel senso matematico del termine) e le fluttuazioni impercettibili del nostro ambiente. È uno dei paradossi della gestione della complessità cara a Edgar Morin. Come egli ci spiega: «Il pensiero complesso non è il contrario del pensiero semplificante: esso integra quest’ultimo […]. Il paradigma della complessità può essere enunciato in modo semplice come quello della semplicità: mentre quest’ultimo impone di scindere e di ridurre, il paradigma della complessità intima di unire, distinguendo al tempo stesso».
È anche la sfida fondamentale della rivoluzione del pensiero integrale!
Uno dei teorici del pensiero integrale, il filosofo delle scienze americano Ken Wilber, sviluppa la seguente analogia utilizzando un linguaggio informatico: «Bisognava trovare un sistema operativo simile ai sistemi informatici (Windows o Mac OS) per legare tra loro pensieri disparati, facendo al tempo stesso poggiare l’insieme su elementi universali. In campo informatico, un sistema operativo (OS) è l’infrastruttura che permette a vari programmi di funzionare, insieme o separatamente. L’uso di un qualsiasi “programma” all’interno della nostra esistenza (nella professione, nell’attività creativa, nelle vacanze, nella gestione di sé…) richiede dunque di trovare il miglior sistema operativo possibile: un sistema adeguato sia ai problemi locali che a quelli globali; un sistema “multiplex” che colleghi persone diverse, problematiche diverse, discipline diverse».
Il termine “multiplexing” proviene dal mondo delle telecomunicazioni. Consiste nel far passare più comunicazioni attraverso un unico canale. È ciò di cui abbiamo bisogno, oggigiorno, per evolvere alla stessa velocità del mondo in cui viviamo. La nozione di cartografia integrale compariva così, a poco a poco, all’orizzonte della mia coscienza.
Le tappe dell’espansione integrale
Torniamo un po’ indietro. A partire dagli anni Sessanta, il movimento dello sviluppo del potenziale umano, nato sulla costa occidentale americana, ha permesso al mondo occidentale di avviare una mutazione del suo modo di pensare. La generazione successiva ha visto le fasi del benessere e della crescita personale (sofrologia, PNL, coaching, psicologia transpersonale, esplorazione degli stati di espansione di coscienza…). Ancora efficaci al volgere del millennio, questi strumenti hanno mostrato i loro limiti quando si sono dovuti confrontare con l’accelerazione di un mondo destinato ad una evoluzione sempre più rapida.
Tuttavia, ognuno nel suo paese, ricercatori provenienti da orizzonti diversi iniziarono a sviluppare, senza saperlo, degli strumenti convergenti. Pensatori come Wilber, con la sua teoria dei quadranti, o Graves, Beck e Cowan con la loro teoria delle “dinamiche a spirale”, mi hanno permesso di gettare le basi del pensiero integrale. L’evoluzione delle tecniche di coerenza neurocardiovascolare mi ha consentito di approfondire ulteriormente le mie indagini, e oggi sono in grado di proporre un percorso di utilizzo del pensiero integrale adattabile a tutti gli individui, tutte le circostanze e tutti i settori sociali. È l’argomento di questo libro, che esplora percorsi inediti suscettibili di portare soluzioni originali ai problemi che la società e gli individui incontrano in questo inizio di millennio. Questi percorsi sono riuniti sotto il vessillo della rivoluzione integrale, e propongono ad ognuno di avanzare verso la completa espansione delle proprie risorse.
Accedere alla potenza dell’intelligenza integrale per aumentare la vostra concentrazione e la vostra creatività, accrescere la vostra chiarezza emotiva abbassando i livelli di stress e di ansia, rafforzare le vostre difese organiche, promuovere prestazioni ottimali per il vostro corpo fisico, percepire il mondo come una rivelazione, una gioia, una scoperta incessante… Tutte queste possibilità, ed altre ancora, vi sono offerte grazie all’espansione delle vostre risorse integrali.
Sette tappe per una vita migliore
La rivoluzione del pensiero integrale si articola in sette capitoli principali. Il primo affronta le figure dei moderni alchimisti, quei personaggi capaci di incarnare, sulle rovine del passato, le premesse del futuro. Sono esistiti in tutte le epoche ed hanno dato avvio a tutte le grandi mutazioni. Chi sono, oggi, questi alchimisti tanto attesi? Quali sono le loro caratteristiche? Come diventare in prima persona un moderno alchimista? Sono alcune delle domande presenti in questo primo capitolo.
Per fare un passo avanti nella comprensione del pensiero integrale, il secondo capitolo propone di esplorare alcuni stati mentali eccezionali che gli assomigliano: lo “stato di zona” noto ai grandi campioni sportivi o lo stato di fluidità neuronale caro ai creatori-designer e agli artisti. Lo scopo del vostro viaggio è quello di imparare a provocare, a richiesta, degli stati di questo tipo per raggiungere livelli di prestazione inediti.
Il terzo e quarto capitolo sviluppano quella che potrebbe essere una nuova “cartografia” dell’evoluzione individuale e sociale. Attraverso le “dinamiche a spirale” messe a punto dallo psico-sociologo americano C. W. Graves, vi proporrò di porvi in modo nuovo rispetto al vostro ambiente, il che vi permetterà di definire meglio il vostro obiettivo e di percepire con maggiore chiarezza la via da seguire. Il quinto capitolo definisce quale sia lo stato mentale ideale per iniziare questo viaggio. Nel sesto capitolo farete conoscenza con lo strumento principale del pensiero integrale, la coerenza neurocardiovascolare, e imparerete a praticarla in modo da trarne il massimo beneficio. Una volta integrata questa base, potrete andare avanti per questa strada inedita ed appassionante. Vi incontrerete nuovi strumenti che vi permetteranno di aumentare ulteriormente la vostra apertura e la vostra espansione, come la teoria dei quadranti sviluppata nel settimo capitolo e messa a punto dallo psicologo e filosofo americano Ken Wilber. Si tratterà poi di perfezionare la vostra “espansione integrale”. L’ottavo ed ultimo capitolo racconta l’evoluzione di persone che hanno attraversato delle onde di “tempesta creativa”, una turbolenza positiva che ha permesso loro di passare ad un altro stadio del pensiero umano e di espandersi efficacemente nel mondo di oggi.
La rivoluzione del pensiero integrale vi invita quindi ad un viaggio entusiasmante verso una nuova e più completa forma di benessere, integrando tutti i nostri potenziali. Non fornisce soltanto degli spunti di riflessione, ma anche strumenti pratici che ognuno può iniziare a mettere in atto nella propria vita di tutti i giorni. Questo viaggio richiede un po’ di tempo ed un coinvolgimento profondo, ma i risultati che vi potete aspettare non sono nemmeno paragonabili a questi indispensabili sforzi. Essi vi sosterranno durante tutto questo straordinario viaggio al centro di voi stessi e della società in cui viviamo.
La nostra civiltà planetaria è in piena metamorfosi, e la mutazione avanza ad una velocità vertiginosa, portando un gran numero di persone allo smarrimento o a ripiegarsi su se stesse. L’errore sta nell’attaccarsi ad alcuni pragmatismi troppo limitati, mentre la vera sfida risiede nel cambiare profondamente atteggiamento.
Non so ancora quali strane scorciatoie né quali vie tortuose potrà prendere una conoscenza veramente multidimensionale, né dove infine ci condurrà. Una sola cosa è certa: se anche mettessimo insieme tutte le nostre trasformazioni nella relazione col tempo, lo spazio e la conoscenza, otterremmo solo un accenno dei contorni veramente prodigiosi del passaggio ad un modo di pensare veramente integrale.
Per vedere più lontano, occorre che esaminiamo gli straordinari cambiamenti che si verificheranno non soltanto nell’economia visibile ma anche nella parte nascosta dell’iceberg dell’evoluzione. Se non operiamo questo salto quantico, rischiamo di entrare nel futuro barcollando, senza conoscere l’eccezionale potenziale che abbiamo nelle nostre mani.
Sono persuaso che il fatto che stia oggi emergendo una coscienza integrale trasformerà le nostre vite, quelle dei nostri figli e dei nostri nipoti, permettendoci di vivere finalmente in un mondo che noi stessi avremo creato, immaginato e materializzato.
Patrick Drouot
Rio de Janeiro - Parigi
2008 - 2010
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