Nel suo ultimo libro, “La scelta e il destino - alla luce delle esperienze oltremondane”, il Dott. Claudio Lalla ci offre, ​​attraverso un approccio multidisciplinare tra scienza, filosofia e teologia, la prospettiva che le esperienze di contatto con la morte ci apportano, verso un cambiamento esistenziale che ci conduce a riconsiderare la nostra vita e le nostre scelte.

Le esperienze oltremondane, se non vengono accantonate aprioristicamente come stati di allucinazione, offrono una quantità di dati empirici da cui emerge una prospettiva più ampia e profonda della realtà, che comprende il senso della condizione umana e dell’etica con cui possiamo attraversarla.

Visioni dei morenti nelle ore che precedono il trapasso, Near Death Experiences, esperienze spontanee e inattese di comunicazione con un proprio caro deceduto o esperienze di comunicazione dopo la morte vissute grazie a uno stato indotto di ricettività mentale - come avviene nelle Induced After Death Communications (IADC) -, sono le esperienze oltremondane a cui si riferisce Claudio Lalla.

Gli anni che stiamo vivendo sembrano averci messo di fronte ad una incontrovertibile certezza, quella della morte. La pandemia, tra le tante cose, ha come aperto gli occhi ad ognuno di noi, sulle nostre vite, sulle scelte che compiamo e le emozioni che ci guidano nella quotidianità. 

Il tema della morte, il senso della vita, l’esistenza di dio, il lutto sono solo alcuni dei temi del de “La scelta e il destino - alla luce delle esperienze oltremondane”, edito da Amrita Edizioni e scritto da Claudio Lalla, medico psicologo e psicoterapeuta, specializzato anche in IADC Therapy, una procedura clinica volta ad aiutare le persone che hanno subito un lutto grave. 

Centinaia di pazienti, grazie a queste procedure, hanno avuto la possibilità di ricongiungersi con i propri cari, elaborando una perdita fino a quel momento dolorosa. Come sottolinea il Dott. Lalla si tratta di ricongiungimenti che circa il 30% della popolazione vive almeno una volta nella vita spontaneamente e il 70-80% delle persone che hanno subito un lutto vivono entro un anno dalla perdita. 

Nonostante una percentuale così alta, si riscontra una certa difficoltà nella condivisione di argomenti di questo tipo anche a causa di una cultura, tipica di questa epoca storica, che tende a negare l’esistenza della morte come elemento cruciale della nostra stessa vita.

Vivere con una mancata coscienza della caducità della nostra vita, secondo Lalla, induce a condurre le proprie vite in un modo superficiale, come se si avesse a disposizione un tempo eterno.

«Tra le esperienze vissute dai miei pazienti ci sono la after death communication, near death experiences, in cui una persona clinicamente morta, poi riportata in vita entro un breve lasso di tempo, riesce a vedere nello stato di morte clinica quanto accade mentre si separa dal corpo, fino ad arrivare ad un tunnel in fondo al quale c’è una luce che riconosce come una persona, un'entità dotata di una conoscenza incommensurabile e di un’amore infinito e incondizionato. Dopo l’incontro con questa luce passano in rassegna la propria vita fino al momento in cui sono morti. Spesso queste persone, una volta in vita, cambiano profondamente il modo in cui vivono», racconta Lalla.

E poi ci sono le Induced After Death Communication, una procedura clinica grazie alla quale la persona in lutto entra in uno stato di ricettività mentale che la fa accedere a un’esperienza di momentaneo ricongiungimento e di comunicazione multisensoriale con il proprio caro, uno strumento che Claudio Lalla utilizza con i proprio pazienti in casi di lutto grave e complicato.

È interessante osservare come i racconti di esperienze vissute in momenti così diversi tra loro conducano ad esperienze molto simili. Queste correlazioni hanno suscitato la curiosità di alcuni studiosi promuovendo ricerche scientifiche condotte sulle esperienze premorte che raccolgono, con metodo e rigore, casi difficili da spiegare da un punto di vista materialistico.

«Durante queste esperienze si entra in contatto con due valori fondamentali: la conoscenza e l’amore. Chi ha vissuto lo stato di premorte ha un’intuizione immediata dell’importanza di questi valori, comprende che la nostra condizione umana è caratterizzata da un disegno, utile all’evoluzione di tutti noi. Viene compreso che ogni cosa, anche quelle che sono di per sé negative, rientrano in un disegno di bene. Un disegno di crescita personale e collettiva. La conoscenza e l’amore sono due valori strettamente connessi, basti pensare che quando amiamo una persona siamo spinti a conoscerla, ad empatizzare con lei. La conoscenza ci sprona ad amare le altre persone perché ci induce a capire di più, ad essere meno superficiali», continua il Dott. Lalla. 

L’autore affronta anche il tema del destino. «Il senso della nostra incarnazione che emerge da queste esperienze è quello di una sorta di scuola: la vita ci pone davanti a dei problemi da affrontare, delle opportunità di crescita personale. L’ultima parola spetta sempre a noi, possiamo scegliere se “fare i compiti o no”. La vita diventa una sintesi tra destino e libera scelta; due cose non antitetiche ma complementari. La nostra crescita è direttamente proporzionale al saperci confrontare onestamente e coraggiosamente con la vita». Secondo quanto sperimentato nelle Induced After Death Communication, il momento della morte sembra già scritto. In tutti quanti i colloqui la persona che ha incontrato il proprio caro ha sempre ricevuto questa risposta: «era giunto il momento e niente poteva cambiare quella cosa al di là delle apparenze». 

Tutte queste esperienze, spesso rinnegate, ci offrono non solo la possibilità di rapportarci in modo costruttivo con l’angoscia esistenziale che accompagna l’idea della morte, ma anche una preziosa prospettiva di confronto con le grandi domande esistenziali, come l’esistenza di Dio. Tramite i racconti dei suoi pazienti il Dott. Lalla ha preso le distanze dal dio costruito a immagine e somiglianza dell’essere umano di sesso maschile tipico delle nostre culture e dal rapporto che si instaura con questa entità. Un dio a cui si chiede di risolvere i nostri problemi, come nel teatro greco quando il deus ex machina “scendeva dall’alto” per risolvere ogni difficoltà. 

«Se è vero quello che ci viene raccontato dalle persone che tornano dal viaggio oltre la morte, la vita è una scuola e tutti i problemi che abbiamo sono dei compiti. Il maestro è dotato di una conoscenza infinita, è difficile che ci dia un compito che non siamo capaci di risolvere. Dobbiamo solo rimboccarci le maniche», conclude Claudio Lalla. 

Per approfondire vedi la nostra puntata di “Filo diretto con l’autore”:

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