FERMARSI E ACCOGLIERE IL CAMBIAMENTO.

Step 1: il cambiamento di Rossana Becarelli

Il ciclo di conferenze “Danzare con la Tempesta”, svoltosi nelle scorse settimane, è stato inaugurato da Rossana Becarelli, medico, antropologa e filosofa della scienza.
Vi riproponiamo il testo del suo interessantissimo intervento, suddiviso in tre parti, sperando possa essere uno strumento di consapevolezza e di supporto per tutti coloro che in questo periodo si stanno ponendo domande sul senso della situazione che ci troviamo ad affrontare.

tempesta

In questo momento in cui la tempesta sta scoppiando dentro di noi è particolarmente necessario e utile trovare una direzione, un senso, un perché, a tutto ciò che ci sta accadendo.

Questo è proprio un momento importantissimo per riconoscerci, per riconoscere le nostre emozioni più intime, quindi non dobbiamo esagerare nell’aggiungere altro a ciò che già proviamo.
Ho visto tanta paura, tanto panico, tanta aggressività, tanta rabbia come reazione alle regole che sono state imposte: non è dunque il caso di fare di quest'ora insieme un'altra occasione per peggiorare il nostro malessere. Quindi, senza nessuna remora, quando sentirete che ciò che dico non corrisponde per niente a ciò che avete nel cuore e neanche vi dà luce, vi dà aiuto, vi dà pace... andate. È la cosa più utile e più saggia da fare in questo momento.

Io non sono capace di danzare col corpo, anzi sono perfino un po' negata: la mia vocazione è piuttosto danzare con le parole, danzare con la parola scritta.
È molto consolante aiutarci con le parole di chi ha vissuto e superato esperienze come questa, o assai peggiori di questa, molto drammatiche, non solo come vittime di persecuzione diretta ma anche come protagonisti di esperienze di vita.
Da tantissimi anni, con la Rete Euromediterranea per l'Umanizzazione della Medicina (HUM MED), siamo giunti a considerare la malattia come una grande occasione evolutiva e a capire che la malattia non è una disgrazia o una sciagura, ma è invece un’occasione per imparare qualcosa di importante su di noi.
Sono convinta che questa crisi collettiva, che coinvolge il mondo intero, ha molto da dirci. Questa crisi è venuta a darci un messaggio importante, potente, forte e sarebbe da parte nostra sciocco e futile non coglierlo e non approfittare di questo straordinario momento, come abbiamo scritto "fuori dall'ordinario", per farne il miglior uso possibile per il nostro presente e per il nostro futuro.
Che poi è molto di più del "nostro" futuro. È il futuro che coinvolge altre generazioni, quelli che verranno dopo di noi, che coinvolge il destino della Terra, che coinvolge sostanzialmente il pianeta.

Danzare con la Tempesta è la felice denominazione scelta da Alberto perché unire la tempesta all'idea della danza (concetto che tra l'altro la filosofia ha molto coltivato, soprattutto la filosofia tedesca, con Hegel e con Nietzsche) ci offre la possibilità di integrare ed elaborare i nostri più profondi – e tempestosi – sentimenti.

La mia amica Joyce Dijkstra, magistrale insegnante di danze meditative, sta per pubblicare un libro sul "danzare i fiori di Bach", colmo di suggerimenti su come la danza agisce in noi per elaborare e trasformare il dolore e la sofferenza, anche i dolori collettivi, come le persecuzioni di popolazioni, le segregazioni, le deportazioni e gli esilii.

Nell’attuale scenario italiano, abbiamo davanti due situazioni numericamente molto diverse, e anche molto diversamente impegnate: da un lato vediamo l’incessante frenesia di attività che si svolgono all'interno dei nostri ospedali (attività sostenute dall'abnegazione e dalla dedizione del personale sanitario, che sta profondendo energia, competenze, entusiasmo, anche a costo della propria vita, per questa affezione che colpisce una parte imponente della popolazione); dall'altro lato, quella parte di noi, molto più numerosa, immobile, costretta e reclusa a casa.
Non starò qui a discutere né della bontà di questa decisione, né della fondatezza di queste regole; dico semplicemente che siamo in casa, chiusi nelle nostre abitazioni, per lo più molto rispettosi di queste regole, e che possiamo cogliere questo momento in modo da renderlo un frutto prezioso per noi.

La tempesta che si è scatenata dunque è tutta interiore, è tutta dentro di noi. Mentre gli operatori sanitari stanno lavorando moltissimo verso l'esterno, dedicandosi agli altri e dando veramente molto di sé, noi abbiamo invece un Sé che sta manifestando sentimenti quanto mai contraddittori, esplosivi e incontenibili.
La tempesta è uno dei momenti nella nostra esperienza di vita in cui gli elementi entrano in gioco in maniera molto forte: abbiamo quindi lo scatenamento del tuono, il bagliore del lampo... c'è una grande carica energetica nella tempesta. È un momento molto produttivo per quanto riguarda la creatività, la possibilità di esplorare le nostre emozioni e di portarle in una qualche direzione.
Certamente il desiderio di chi parteciperà con me a queste conversazioni è di rendere questa tempesta un momento creativo, un momento creatore e un momento energeticamente favorevole al nostro benessere e non il contrario.
Quindi partiamo da noi, partiamo da questo spazio da cui vi parlo.

Io ho personalmente vissuto nella mia vita due episodi di lunga, volontaria segregazione.
Dal quarto anno al sesto anno di medicina (dal 1976 al 1978), per due anni, ho vissuto completamente reclusa in casa perché dovevo terminare gli studi.
È stato il mio primo periodo di reclusione, dovuta a una necessità che mi imponevo, ma che ho vissuto con grande pienezza. Non soltanto perché studiando imparavo molte cose e praticavo anche un’esplorazione interiore, ma soprattutto perché questa regola, questa disciplina, la sentivo molto rinforzante per il mio spirito.
Poi la mia vita è cambiata, sono andata in giro per il mondo, ho fatto tante cose e a un certo punto mi sono ritrovata a Parigi dove per cinque anni ho studiato filosofia.
L'ultimo anno, il 1985, in cui dovevo scrivere la mia tesi di dottorato, l'ho vissuto di nuovo reclusa in una casa (peraltro in un posto bellissimo, davanti al Louvre), e, non avendo detto a nessuno che mi trovavo ancora a Parigi, non ho sentito né parlato con nessuno: studiavo e mettevo a punto la tesi di dottorato che avevo a lungo elaborato in un periodo di frequentazione di biblioteche e dell’università.
Per tre anni della mia vita, dunque, sono stata chiusa in una casa, soltanto in compagnia di me stessa, in compagnia dei libri, in compagnia delle cose e delle musiche che amavo.
Da quel momento in poi, cioè dal 1985 in avanti, ho fatto diversi lavori nella mia vita, ho viaggiato, ho vissuto in paesi molto diversi, sono stata a contatto con tanta gente e ho fatto una vita molto frenetica, piena di contatti sociali, sempre occupata a gestire strutture e ospedali.
Ho sempre avuto, però, un grande rimpianto per gli anni della mia segregazione: ho avuto nostalgia, desiderio di tornarci. Personalmente questo stato ricompone delle parti di me che si erano disgregate perché il contatto con gli altri è stimolante, è avvincente, è gratificante, però è anche una continua distrazione dalle cose che poi veramente contano.
Niente di quello che conta è fuori di noi, ma dentro di noi!

Dentro di noi c'è un nucleo preziosissimo, che è il punto di contatto che ci lega a tutto nell'universo: è la verità ultima, la goccia di significato estrema, il punto di coagulo in cui tutti i valori vengono a decantare affinché poi nella nostra vita noi riusciamo a manifestare ed esprimere un principio generatore universale.
Noi siamo parte costitutiva ed espressioni dell'universo intero, siamo manifestazioni singole dell’universo. Noi siamo come la singola goccia nel mare: siamo insieme sia gocce che mare.
Per ritrovare questo nostro essere goccia all'interno del mare non dobbiamo andare fuori di noi ma, di volta in volta, dobbiamo tornare dentro di noi.
Devo dire che questa società non facilita affatto questo stato, non lo incoraggia, non lo ispira: anzi, non fa che contraddirlo e contestarlo.
Noi chiamiamo con tanti nomi sgradevoli lo stare chiusi dentro di noi: si chiama a volte psicosi, nevrosi, autismo; c'è anche una sindrome giapponese, l’hikikomori, che costringe i ragazzi a restare sempre chiusi in casa solo in compagnia del cellulare e del computer.
Certo immagino che la reclusione, condotta in modo troppo continuativo, ci sottrae e ci stacca dal resto della comunità e probabilmente se vissuta con sofferenza non è un'esperienza positiva.

Ogni tanto, però, nella ricerca di equilibrio fra le forze della tempesta che ci agitano, la necessità di restare fermi rappresenta un'occasione straordinaria per rientrare in contatto con noi stessi.
Uno dei sentimenti che ho sentito di più (anche più della paura, che non ho troppo rilevato fra le persone che io conosco) è stata la rabbia. Una reazione anche trasgressiva, come se questa imposizione dall'esterno fosse un vincolo che fosse ingiusto tollerare e opportuno disobbedire.
Negli anni della mia adolescenza sono stata una grande estimatrice di Don Lorenzo Milani, il fondatore della scuola di Barbiana, l'autore di Lettera a una professoressa, che ha marcato una generazione (forse anche più d'una) di studenti e di militanti nel '68. Don Lorenzo Milani scrisse anche un’altra famosa lettera, L'obbedienza non è più una virtù, ai cappellani militari, per invitarli al disarmo e alla pace universale.
Riconosco, quindi, il problema della trasgressione e della disobbedienza a "leggi ingiuste".
Lo sento molto e lo trovo un sentimento che condivido; l'ho anche probabilmente praticato in molta parte della mia vita.

Perché dunque in questo momento apprezzo l’obbedienza alla regola di restrizione?
Per due ragioni fondamentali: la prima è che ho capito che se non ci fosse stato un vincolo dall'esterno non avremmo trovato più le condizioni predisponenti a fermarci; la seconda è che la nostra cultura valorizza solo la continua accelerazione, l'impulso all'ipercinesia, all'accumulo delle azioni, ma non presta attenzione alla “qualità” delle azioni, anzi disprezza la riflessività e l'in-azione.

danzare con la tempesta