FERMARSI E ACCOGLIERE IL CAMBIAMENTO

Step 2: lo stop
di Rossana Becarelli


Dopo il cambiamento impostoci, le riflessioni sullo stop forzato di queste settimane hanno riempito le nostre menti. L’intervento di Rossana Becarelli, medico, antropologa e filosofa della scienza, continua e ci porta nel profondo del nostro essere per cercare di comprendere le motivazioni che ci spingevano a condurre una vita piena di impegni e senza tempo per nulla.
(Nel caso ve la siate persa, a questo link la prima parte dell’intervento).

I primi sentimenti che ho provato, nel momento in cui sono stata costretta a fermarmi, sono stati la frustrazione e la delusione per gli eventi già organizzati a cui all’improvviso dovevo rinunciare. Mi sono dispiaciuta per tutto il lavoro di organizzazione già fatto e le tante aspettative che sarebbero rimaste insoddisfatte. Ho avvertito la mancanza di incontrare gli organizzatori, di conoscere i relatori, di condividere.
Poi, però, mi sono anche confrontata con un altro sentimento molto profondo... una verità mai emersa e confessata a me stessa: che io non ero più capace di dire di no.
Non ne ero capace, perché mi sembrava una scortesia, ma soprattutto perché anch'io ero vittima di quest'accelerazione frenetica per cui il mio senso di esistere, la mia presenza al mondo, il mio valore non derivavano più da me, da ciò che io sono, da come agisco o da come mi manifesto, ma dal numero di azioni che riuscivo a collezionare in un brevissimo tempo, magari spostandomi freneticamente da un luogo all'altro, cercando di incastrare eventi fra la mattina e la sera, fra treni, aerei, eccetera...

Ho capito all’improvviso che dentro di me agiva a mia insaputa una competizione con un modello ideale, che non aveva nulla di buono: non è moltiplicando le azioni che noi miglioriamo il nostro stare al mondo e neanche la qualità delle cose che possiamo dire, comunicare e condividere.
Quindi ecco la caduta delle vele della mia barchetta, dovuta al rientro rapido in porto all’annuncio della quarantena.
Nel momento stesso in cui il vento è caduto e la mia barca si è fermata, ho avvertito che dentro di me aveva agito una voce, uno stimolo, che non era mio, ma esterno: sociale, derivante dalle convenzioni attuali, da valori che noi ordiniamo in una gerarchia.
Ho capito che, inconsapevolmente, ero sospinta da una sorta di competizione con me stessa o con qualcun altro, una figura “ideale” che riusciva a fare più di me, a muoversi più di me, ad “agitarsi” più di me.

Questa scoperta mi ha messa di fronte allo specchio, perché noi non siamo mai completamente chiari con noi stessi: noi siamo perlopiù come foglie trascinate dal vento.
La nostra vita precedente alla quarantena ce ne dà un’esatta rappresentazione. Siamo stati delle foglie trascinate in un vento, quello sì tempestoso, che purtroppo però portava con sé molte cose non buone, non belle. Quel movimento incessante di individui e di folle si accompagna al consumo di suolo, all'uso di mezzi che vanno troppo veloci, inutilmente veloci, e che nello stesso momento consumano energie, inquinano, aumentano la CO2 del pianeta.
Io ero già in precedenza d'accordo con Giuliana Conforto che la Terra volesse imporsi a noi con un arresto, con una sospensione globale, perché quel nostro frenetico movimento la stava distruggendo, stava distruggendo tutto l'ecosistema al quale l'uomo si è adattato e che consente all’umanità di vivere.
La Terra sopravvivrà a noi nei milioni di anni a venire, ma la specie umana è in profondo pericolo ed è in profondo pericolo la sua sopravvivenza, la sopravvivenza delle nostre generazioni future. Questa è una responsabilità di tutto il pianeta: è una responsabilità soprattutto di noi occidentali.
Dobbiamo scrivercela, questa responsabilità. Noi siamo stati una civiltà capace di cose straordinarie, grande cultura, grande arte, musica, poesia, ma negli ultimi cinquant'anni abbiamo fatto veramente un uso scriteriato di tutte queste cose meravigliose. Abbiamo compromesso la nostra vita, la vita del pianeta, la vita degli altri. Abbiamo massacrato popolazioni, abbiamo usato malamente i nostri fratelli, li abbiamo usati per fare cose inutili che servivano a noi. Abbiamo finito per credere che i nostri privilegi fossero diritti, che la nostra libertà fosse quella di fare scempio di questa terra.

E adesso molti di noi, privati all’improvviso del loro movimento incessante, manifestano gli stati tipici dell'astinenza da tossicodipendenza.
Questa intolleranza esasperata della segregazione e dello stop imposti sono proprio tipici delle persone che hanno una dipendenza da droga, nella quale, quando si deve interrompere lo stato di dipendenza, si passa un periodo molto faticoso e doloroso, in cui la disassuefazione mette di fronte a tutti questi stati tempestosi.
Non si tratta di un fenomeno banale o metaforico: esso ha molto a che vedere con il nostro sistema neurofisiologico, che in questa fase attiva insieme due cose molto interessanti.
Sia la paura che il panico (che certamente attanaglia gran parte della popolazione, con pensieri del tipo "mi contagerò, potrei ammalarmi e morire”, eccetera) hanno le stesse caratteristiche e le stesse vie fisiologiche dell'iper-accelerazione.
Quando ci manteniamo sempre molto attivi, molto eccitati, molto gagliardi, noi sosteniamo tutto il sistema adrenergico e il sistema simpatico, ma quel sistema, continuamente sollecitato da un movimento incessante, è proprio lo stesso sistema endocrino che sostiene il sistema dell’ansia e della paura.
Ecco quindi perché reagiamo con intolleranza anche fisica a una fermata come questa, che invece potrebbe mantenerci in uno stato di quiete che ci potrebbe fare molto bene.

Certo, qualcuno di noi in questi anni ha guardato all'Oriente, dove sicuramente sono nate e si sono conservate, in parte, antiche tradizioni di carattere filosofico e anche pratico che propugnano il silenzio interiore, la contemplazione, la quiete del corpo (anche se purtroppo ormai anche l’Oriente, India, Filippine, Giappone, Cina hanno adottato le abitudini più deprecabili del mondo occidentale e si muovono ormai esattamente con gli stessi ritmi che devastano e inquinano la terra, allo stesso modo, e anche peggio, di come accade in Occidente).
Le pratiche tradizionali orientali hanno radici più salde nell'accettare con più fatalismo, e quindi con più resilienza, l'ordine naturale delle cose. Esse si sono diffuse nel tempo anche fra noi occidentali, che abbiamo appreso a coltivare la pratica del respiro, il rilassamento, la contemplazione, tanto che oggi alcuni di noi sono in grado di praticarle molto utilmente. Esse ci aiutano proprio a far fronte alle reazioni più acute del nostro sistema adrenergico, quello che va in crisi in questi momenti: cioè quando un brusco arresto del movimento mette in evidenza gli alti livelli di cortisolo e di adrenalina che noi continuamente produciamo nel nostro corpo e che agiscono letteralmente come una droga molto potente che ci tiene iperattivi, e che, come una droga, danno dipendenza.
Fra gli effetti dell'iperstimolazione del sistema adrenergico, c’è anche quello di rendere la nostra amigdala molto sviluppata.
Joseph LeDoux, un grande neurofisiologo americano, molti anni fa nel suo libro Il cervello emotivo ha mostrato come si generi in Occidente l’iper-sviluppo dell'amigdala (che è un piccolissimo organo all'interno del nostro cervello): essa aumenta di dimensioni perché, con il movimento frenetico, teniamo continuamente attivato il sistema adrenergico.
Il movimento senza requie stimola i surreni, da cui partono degli ormoni che conosciamo molto bene, fra cui il cortisolo e l'adrenalina, che vanno a loro volta a stimolare in continuazione l’amigdala, aumentando così le sue dimensioni, fino a renderla molto più grossa di quella, per esempio, degli orientali che praticano sistematicamente la meditazione.

I grandi meditanti, cioè coloro che hanno svolto una pratica meditativa di moltissime ore nella vita, all’esame con la Risonanza Magnetica Funzionale, che indaga l’attività del nostro cervello, presentano un'amigdala molto più piccola della nostra e un basso livello di cortisolo e adrenalina nel sangue. Per questa ragione neurofisiologica i meditanti sono in grado, per esempio, di tollerare a lungo uno stato di immobilità del corpo.
Noi occidentali, invece, abbiamo molto valorizzato e premiato l'iperattivismo e svalorizzato l'inattività, l’ozio, la lentezza: abbiamo tutta una costellazione di comportamenti considerati deteriori come la pigrizia, la fannullonaggine, l’essere scansafatiche, lo svegliarsi tardi, fare la siesta a mezzogiorno. L’iperattivismo produce quindi un effetto diretto di trasformazione del nostro corpo, creando così un circolo vizioso. Siamo così iperattivi perché non possiamo più frenarci, perché l'iperattività accende in noi questo sistema ormonale simile alla droga di cui poco alla volta non possiamo più fare a meno, perché ne traiamo effettivamente un grande stimolo.
Questo però non è bello, non è buono, non è sano e non è saggio.
Questo stesso sistema sostenuto e mantenuto dall’iperattivismo segue le stesse vie neurofisiologiche della paura. Insieme, l’accelerazione e la paura sollecitano l’amigdala.
L’effetto paradossale, che ha dimostrato Joseph LeDoux con le sue ricerche, è che noi abbiamo paura perché abbiamo un’amigdala ipersviluppata e non perché esistono buoni motivi per aver paura.

La frase del Mahatma Gandhi che introduce questa serie di conversazioni ci indica come in realtà il sistema dei nostri valori non è né oggettivo né tantomeno buono, ma è il frutto finale di una serie di abitudini mentali che sono state stimolate in primis dalle nostre emozioni e dai nostri bisogni a livello sociale; abitudini divenute delle convenzioni e poi trasformate in valori a cui obbedire.
All'inizio di questa epidemia, noi occidentali ci siamo sentiti migliori degli altri popoli lontani già colpiti, ci siamo creduti naturalmente indenni perché implicitamente ci consideriamo più robusti, più intelligenti, più capaci, più potenti, più onniscienti.
Anche il ritardo con cui abbiamo messo in azione le necessarie misure contenitive del contagio è derivato dalla convinzione implicita che l'Occidente sia più furbo degli altri, più sano, più ricco, più capace di reagire alle tempeste.

E ora invece ci accorgiamo che è bastato un piccolissimo virus per mettere in crisi tutte le nostre (false) credenze e certezze.
Questo virus (che esista, che non esista, che sia falso, che sia un'invenzione, poco importa) ha messo letteralmente in ginocchio l'Occidente: l'ha messo di fronte alle sue fragilità e insieme anche alle sue necessità più profonde.
Quando avremo guardato davvero in faccia i sentimenti che ci animano, avremo scoperto che questi sentimenti non sono totalmente “nostri” e soprattutto non sono tutti benefici, ma sono invece sentimenti indotti dalle abitudini nelle quali noi siamo immersi. Abitudini a cui siamo così assuefatti da essere convinti della loro oggettività fino a ritenerle parte integrante di noi, della nostra identità, della nostra qualità di vita, eccetera.
Se ci poniamo ad osservare che il nostro comfort occidentale, a partire dagli Stati Uniti per passare attraverso l'Europa, consuma da solo il 70% delle risorse del mondo, capiamo che noi da soli stiamo sperperando le risorse della Terra, che non sono infinite. E le stiamo sperperando senza alcuna consapevolezza, e così facendo condanniamo la maggior parte della popolazione mondiale alla fame, alla miseria, alla morte.

Noi crediamo di poterlo fare liberamente e legittimamente, perché abbiamo più denaro degli altri da spendere. Ci è sembrato finora che il denaro potesse comprare tutto ciò che serviva alle nostre futili comodità, ma dovremo presto comprendere che il denaro non rimpiazza le vere “ricchezze” della Terra che abbiamo dilapidato.
Dico questo perché anche tutte le pressioni psicologiche che riceviamo adesso sul crollo dell'economia occidentale sono false: non è vero che crollerà l'economia. Distinguiamo le cose.
In questo momento ciò che potrebbe crollare (e a me farebbe molto piacere che crollasse) è un'economia malata; perché non è un'economia sana, quella da cui veniamo. L'economia nella quale abbiamo vissuto sperpera le risorse del pianeta, inquina e produce aria irrespirabile, riduce la portata idrica globale che ci servirà per sopravvivere, inonda la terra di rifiuti perlopiù tossici, la copre con l'asfalto impedendo alla terra di respirare, deforesta il pianeta al punto che da 6 miliardi di piante siamo oggi arrivati a 3 miliardi, e le piante sono il polmone collettivo che permette di respirare a tutta l'umanità.
Non eravamo sulla strada giusta: ci trovavamo su una strada del tutto sbagliata!
Sento dire oggi che la nostra salute viene dopo l'economia; che, se non ci ammaleremo per il Covid, moriremo dell'economia.
Abbiamo detto la stessa cosa anche per l'ILVA di Taranto; lì si muore per il lavoro, anche se ci vogliono dai 10 ai 20 anni, oppure si muore subito di fame perché se non si lavora non si ha nulla da mettere sotto i denti.
Ma davvero non pensiamo al fatto che il mondo è andato avanti per millenni e millenni senza che ci fosse la Borsa, senza che ci fossero i titoli quotati, senza che ci fosse la finanza, senza che ci fossero i fondi-avvoltoio? L'umanità se l'era cavata alla grande, era andata avanti benissimo. 
Ci sono popolazioni indigene, quelle pochissime rimaste, che conducono l’esistenza all'interno dei loro villaggi, ma nascono, vivono, muoiono senza preoccuparsi
se hanno il conto in banca o il bancomat, se vanno a lavorare, se avranno o no la pensione alla fine della vita.

Evidentemente si può fare. Tutti gli animali del mondo non hanno il conto in banca eppure vivono alla grande. Persino Cristo dice ai suoi apostoli: "Guardate i gigli nel campo, non tessono e non filano, il Padre provvede a loro".
Ci sono ragioni culturali, razionali, simboliche, spirituali per ritenere che il nostro sistema globale di valori, quello nel quale eravamo immersi, al quale molti di noi credevano, debba essere messo del tutto in discussione per cambiare la nostra vita. Perché la nostra vita deve cambiare!
È dal 1990 all'incirca che le cose sono andate sempre peggio: da quando abbiamo creduto necessario adottare le grandi trasformazioni, quelle avvenute anche nel nostro paese, e che ci hanno portato tutti quanti a credere che bisognasse privatizzare tutto, che lo Stato non potesse più permettersi strutture pubbliche, e lo stesso per gli asset nazionali più strategici come telefonia, le banche, l'energia, eccetera.
La parola economia l'ha inventata Aristotele, o per meglio dire l'ha "concettualizzata", intendendo con essa l'economia domestica, cioè quella che si svolge all’interno delle case.
Nelle nostre case, quelle dove adesso siamo relegati, chiusi agli "arresti domiciliari", si svolge la maggior parte dello sviluppo dell'economia sana della Terra: dentro alle case viene vissuta la vita della famiglia, vengono procreati ed educati dei figli, spesso vengono anche assistiti gli anziani. All'interno della famiglia, così come pensava Aristotele, si svolge la maggior parte dell'economia naturale. La comunità è poi una sommatoria di questi eventi naturali.

Oggettivamente noi non avevamo affatto bisogno di comprarci magliette a un euro, di trovare le fragole a dicembre, di mangiare degli avocado che vengono dall'altra parte del mondo, di deforestare, per fare queste cose, enormi parti della grande riserva del respiro mondiale che sta in Amazzonia e in Africa. Non ne avevamo bisogno per niente!
Vivevamo benissimo anche prima. Eravamo assolutamente nelle condizioni di vivere felici.
Non è che la felicità è solo quella di oggi perché abbiamo un cellulare in mano e possiamo guardarci l'un l'altro attraverso internet.
Facendo un po’ di pulizia psicologica all’interno di noi stessi, ritornando alle cose che contano, forse potremmo riconoscere, nella storia dei nostri popoli e nella nostra storia personale, che ci sono stati momenti in cui altri valori hanno prevalso.