FERMARSI E ACCOGLIERE IL CAMBIAMENTO.

Step 3: l’amore 
di Rossana Becarelli


Vi abbiamo proposto negli articoli precedenti il testo di un intervento di Rossana Becarelli, medico, antropologa e filosofa della scienza. Di seguito trovate la terza e ultima parte del suo discorso. Sperando possa essere strumento di consapevolezza e supporto a molte persone, che in questo periodo si stanno ponendo domande sul senso della situazione che ci troviamo ad affrontare.
(Se vi siete persi le prime due parti, potete trovarle qui: Il cambiamento e Lo stop)



Per molto tempo abbiamo fatto riflessioni sul cancro, la malattia che prima del Covid19 era l'incubo della nostra civiltà, arrivando a comprendere che la malattia è un avvertimento profondo per spingere la persona a fare un cambiamento reale. Che la malattia oncologica sia un avvertimento – a cui si può reagire a condizione di sovvertire lo stato in cui si è interiormente costretti – l'abbiamo sperimentato in alcune occasioni straordinarie in cui abbiamo ascoltato dei pazienti guariti parlare della loro esperienza attraverso la tempesta della malattia. La malattia produce sempre una tempesta interiore, che può spingere l’individuo a riconoscere e ad elaborare i motivi profondi che hanno dato origine a quello stato. Se non lo si fa, spesso succede che, mantenendosi in quella medesima condizione, la malattia porti alla morte, mentre invece affrontando tali motivi e risolvendoli la malattia si può superare.
Osservando il significato recondito delle malattie mi sono balzati agli occhi i due momenti della vita nei quali ognuno di noi si confronta coi valori essenziali dell’esistenza.

Il primo momento è quando nasciamo.
Dalla nascita e per tutta l'infanzia un bambino non ha bisogno di niente se non dell'affetto di sua madre. Agli inizi degli anni Sessanta, un esperimento riportato da Bowlby nel suo libro Attaccamento e perdita ha portato alla conoscenza elementi sorprendenti dello sviluppo del bambino. Si osservò con stupore che, strappando un cucciolo di babbuino alla madre ed esponendolo a due possibili alternative (una struttura d'acciaio con un biberon tiepido che poteva essere preso direttamente dal babbuino per nutrirsi o una specie di peluche nel quale andare a rannicchiarsi per godere di quel contatto), il babbuino preferiva il peluche al latte tiepido.
L’esperimento contraddiceva l’aspettativa della nostra mentalità funzionalista, che è il frutto della cultura occidentale dall'Ottocento in poi (quando ci siamo convinti che la “funzione” è più importante di ogni altro valore), e cioè nel caso specifico che il cucciolo avrebbe scelto il latte tiepido che gli garantiva la sopravvivenza. Per il nostro sistema valoriale, ancora attuale, siamo convinti che la cosa più importante sia sopravvivere nel corpo. Il cucciolo di babbuino, nella sua inconsapevolezza innocente, preferiva invece l'abbraccio del peluche a rischio della sua stessa sopravvivenza.
Noi abbiamo cominciato a comprendere da lì che il bambino, ancor più del nutrimento, ricerca il contatto della madre perché ha bisogno della speciale relazione fisica e affettiva, nella quale si sviluppano due cose fondamentali: la fiducia e l'amore.

Il secondo momento è quando moriamo.
Alla fine della vita, persone con enormi ricchezze, con enorme potere (ne abbiamo visti tanti colpiti ad esempio dal cancro), ritornano com’erano al tempo della loro infanzia. Alla fine della vita, quando stiamo per trapassare la soglia, abbiamo bisogno delle stesse cose che erano importanti alla nascita.
Alla fine della vita si torna esattamente nella condizione di natura, in cui sparisce la necessità di tutte le sovrastrutture, delle cose futili come case bellissime, barche, aerei, potere, titoli di studio. Al momento di varcare la soglia c'è bisogno, come all'inizio della vita, di qualcuno che ti tenga saldamente dentro ad un abbraccio e ti faccia sentire accompagnato con tenerezza e fiducia.

I valori essenziali della vita non sono accumulare ricchezze, avere potere o grandi onori. All’inizio e alla fine della vita (fosse anche per dieci giorni o per pochi minuti) il cerchio dell’esistenza si chiude: si entra nella vita attraverso un canale stretto e piuttosto tormentoso e si esce dalla vita, come dice il Bardo Thodol, attraverso un altro canale.
Nascita e morte sono due momenti delicati, come lo è questo periodo.
Questo momento delicato del nostro oggi è come una malattia: solo che è una malattia collettiva.
 Una malattia che ci chiama fortemente alle nostre responsabilità per riscoprire i nostri valori più interiori, quelli più profondi, quelli che contano.

Ho sentito molte cose sulla malattia prodotta dal Coronavirus, ipotesi più o meno fondate, opinioni varie. Oggi qui esprimo anche la mia. In questo momento, abbiamo ricevuto un messaggio dalla Terra che ci sta dicendo una cosa precisa: "Avete rovinato l'ecosistema, avete abbattuto tante piante riducendole alla metà di quello che prima era il minimo necessario... non respirerete più".
E dunque dove siamo stati colpiti? Nei polmoni. Questo Covid pare dia una polmonite bilaterale.
Prenderei nota di questo messaggio. Ci viene detto in maniera esplicita: "state attenti". L'umanità è in pericolo.
Non respirare più è peggio che non mangiare. Si può sopportare un lunghissimo digiuno, potrebbe perfino farci bene, ma, se non si respira, in pochi minuti si muore. Dunque teniamo conto dei messaggi che ci arrivano, niente è mai per caso.
Abbiamo ascoltato tanti dubbi: sarà un virus naturale? Sarà un virus creato in laboratorio? Viene dai pipistrelli? Dai serpenti? L'hanno creato i russi? I cinesi? L'hanno creato gli americani? L'hanno creato per sterminarci? L’hanno fatto per vendere un vaccino?
La mia personale opinione su questo virus riguarda la “moltitudine inarrestabile”. Moltitudine inarrestabile è un’espressione coniata da Paul Hawken, che aveva identificato già molti anni fa un mondo in marcia, consapevole, risoluto, responsabile, che stava cominciando a prendere le distanze dal modello di sviluppo e dai valori dell'Occidente.
Cos'ha fatto questa moltitudine inarrestabile? Ha proiettato il suo pensiero.
Tutti insieme hanno proiettato un’immagine per ottenere una cosa meravigliosa. Volevano fermare questa accelerazione che non aveva nessuna benefica finalità se non quella di abbattere foreste, massacrare popolazioni, distruggere la Terra e l'ecosistema; la loro intensa immaginazione collettiva ha creato il Covid.

Noi siamo quella moltitudine. Noi siamo quel pensiero. Noi vogliamo cambiare!
Noi vogliamo che la terra respiri di nuovo, perché se non respira la Terra non respiriamo neanche noi e quindi, se non è oggi, in una qualunque rianimazione, saremo morti presto domani.
Condanniamo i nostri figli, i nostri nipoti, i nostri pronipoti a una vita orribile!
Questo è un meraviglioso messaggio che ha obbligato i più grandi della Terra, come la Cina, gli Stati Uniti, l'Europa, a fermare tutto.
Gli osservatori dell'ESA (Agenzia Spaziale Europea) stanno guardando dall'alto la Terra e non l'hanno mai vista così splendente! Sono bastate poche settimane di fermo e la Terra è tornata meravigliosa.
Ma noi siamo la Terra! Noi, l’umanità, non siamo solo dei parassiti.
Perché se dovessimo essere solo dei "parassiti" o, come diceva oggi un mio amico, dei "vampiri" di questa Terra, sarebbe un’immagine in cui ci piacerebbe riconoscerci?
Noi siamo parte delle stelle, siamo parte del mondo, il virus è cosa nostra.
Ho sentito dire che i virus ci "abitano"... appunto! Ci abitano: tutto è dentro di noi, tutto nasce e tutto finisce qui, dentro di noi.

Quindi stiamo sereni. Secondo me, siamo in pace.
Guardiamo la tempesta dentro di noi, guardiamola bene, affrontiamola dentro di noi, perché è venuta a dirci qualcosa su di noi e sullo stato generale delle cose.
In questo momento non siamo nella solitudine di un malato di cancro, che purtroppo ha vissuto la sua malattia in totale e vero isolamento.
Noi siamo un’intera comunità, in questo momento; una comunità responsabile e attiva che deve andare nella giusta direzione. E la giusta direzione è che dobbiamo volere il bene degli altri perché serve a noi, e il nostro bene perché serve agli altri.

Per tanti anni, quando ho cominciato a capire qualcosa di come funzionavano i sistemi di interrelazione, dicevo ai miei operatori in ospedale: "È necessario che voi stiate bene, perché se state bene voi farete stare bene anche gli altri. E siccome voi vi occupate della salute degli altri, voi non dovete pensare che lo stare bene sia un problema egoistico. Voi sarete altruisti se starete bene". Dunque pensate adesso la metafora com'è semplice: "Dobbiamo evitare il contagio per noi per evitarlo agli altri".

Tutte queste cose sono chiare davanti a noi, sono metafore esplicite che ci dicono in che direzione dobbiamo andare, cosa dobbiamo fare; e per farlo la nostra volontà non era sufficiente.
La moltitudine inarrestabile ha capito che la volontà non era sufficiente, quindi ha creato un agente potentissimo che si è inserito, come dicono alcuni virologi, come un software nel sistema.
Noi siamo parte del sistema. Il software lavora prima dentro di noi e poi fuori di noi.
Se qualcuno in questo momento sta meglio di altri è perché ha fatto una vita più sana, perché ha fatto quelle cose che rafforzavano il suo sistema immunitario, e ha fatto del bene a tutti. A sé e agli altri.
Ma dobbiamo saperlo: ogni nostra azione ha un effetto sulla collettività, sulla comunità in cui viviamo. Noi non venivamo da un sistema sano. Noi venivamo da un sistema profondamente malato e questa fermata per noi è provvidenziale.
Non eravamo in grado di staccare la spina da soli a questo meccanismo infernale del movimento in continua accelerazione. Non eravamo in grado perché il nostro sistema adrenergico funzionava in modo così automatico che fermarlo diventava impossibile e quindi, come tossicodipendenti, abbiamo avuto bisogno di una fermata dall'esterno, una fermata che potesse permetterci di staccare dalla dipendenza della droga. Abbiamo avuto bisogno di un distacco dall'esterno per fermare il nostro sistema adrenergico, per non riconoscerci più in quei valori, per non essere più intimamente convinti che quelli fossero valori.

L'ipercinesia, il consumismo, la finanza, lo spreco, lo sperpero di suolo, la deforestazione non sono segni di civiltà, bensì conseguenze di un meccanismo automatico che si replicava ormai quasi da solo e che non saremmo stati in grado di fermare.
Ma noi siamo stati potenti, noi abbiamo creato quest'immagine, noi abbiamo creato questo virus.
Io non so in quale parte meravigliosa, di noi o della Terra madre che ci dà la vita, si sia creato questo congegno così potente e così piccolo. Questo piccolissimo Davide che ha fermato il mostruoso Golia.
D'ora in avanti però accogliamo ogni "istruzione" che viene da dentro di noi, ascoltiamoci, ascoltiamo che cosa dirà la nostra tempesta, facciamo calare la bonaccia e prendiamo da dentro di noi tutte le istruzioni per costruire il mondo nuovo. Un mondo mirabile.
Un mondo in cui si affermino la fratellanza fra gli esseri umani, le cose che contano, i valori che servono, ciò che presiede alla nascita e alla morte.
Noi siamo esseri senzienti, consapevoli; la nostra civiltà è la nostra espressione. Ora è giunto il tempo di provare che questa civiltà saprà operare questa transizione pacifica verso la trasformazione che serve all’umanità intera.

Per concludere, traggo un’osservazione da un libro che oggi ho aperto a caso, intitolato Gesù Cristo e il Cristianesimo di Piero Martinetti, che è stato docente dell'Università di Torino all'inizio del Novecento, uno di quei pochissimi docenti universitari che non giurarono per il fascismo, e quindi venne espulso dall'Università nel 1931.
Agli inizi del Novecento si era laureato con tesi sui Veda (era veramente un antesignano). In questo libro Martinetti dice che le differenze insorte fra le religioni, che si oppongono al principio unitario della natura e dell'universo e quindi di Dio, dipendono dal fatto che gli uomini hanno creato valori surrettizi che li hanno spinti a contrapporsi e a mettersi in contrasto l'uno con l'altro: all’origine non c’è differenza, il Tutto converge all’Uni-verso.
La convergenza è inevitabile. Quando noi ci ricongiungeremo al futuro oltre la porta stretta, riscopriremo che c'è un fondamento unico e unitario. Non c'è bisogno di preoccuparsi.

Ho assoluta certezza che se oggi io dovessi "transitare" (con il Covid o senza il Covid) dall'altra parte mi aspetterebbe qualcosa di luminoso e di meraviglioso. Ma, dunque, perché non farlo anche qui?
Perché non farlo tutti insieme, visto che possiamo, visto che è nelle nostre capacità?
Visto che la nostra civiltà, e l'Italia in particolare, è un esempio molto luminoso di tante cose?
Vi lascio con queste parole: come sapete tutte le strade portano a Roma perché i romani sono stati i fondatori del diritto, e anche grandi creatori di strade per far marciare le loro legioni e andare a conquistare il mondo. La ragione per cui tutte le strade, che erano poi le vie proconsolari, portano a Roma è perché le strade si dipartivano tutte da Roma. Ma poiché il significato esoterico del nome Roma è Amor, non abbiamo dubbi che noi ci troviamo nel posto giusto, perché tutte le strade portano all'Amore. E uniti ce la faremo!