IL FIGLIO “PREFERITO”

vismara3


Conoscenti e amici: «Per te i tuoi due figli sono uguali?»; «È possibile avere un figlio preferito?»
I figli: «Mamma, perché preferisci sempre Matteo!?»; «Mamma, vuoi più bene a me o all’Alice?»
Avessi ricevuto un euro ogni volta che ho sentito una di queste domande, non avrei dovuto accendere un mutuo per comprare casa.

Il dibattito sulla preferenza tra figli credo sia una costante, un passaggio obbligato nelle case in cui la famiglia si allarga da tre a più di tre, anzi, per esprimerlo dal punto di vista del figlio maggiore, da “sono il re indiscusso del mio universo familiare” a “…c’è qualcuno che punta alla mia corona!”.

Per quello che riguarda i figli stessi, a meno che questi siano già abbastanza grandi da capire il contesto e percepire da soli il cambiamento che sta subentrando, l’unico modo che hanno per capacitarsi di cosa sta succedendo è chiedere a noi genitori conferme sul loro ruolo e sul nostro amore. Possibilmente, ci chiedono di quantificarlo: «Ma a me vuoi bene cento? Come l’universo?… Di più del mio più?» (Ecco, quest’ultima citazione avviene dopo aver guardato Rapunzel); e soprattutto: «… Più che a mio fratello/mia sorella?»

I bambini sono fantastici. Sapeste quante volte i miei mi hanno aperto le braccia a più non posso, tendendo perfino le dita all’inverosimile per fare della loro apertura alare quella di un'enorme aquila, solo per dirmi: «...Ma tanto così!?» Ebbene, a parte la tenerezza della scena e la meraviglia per ciò che la loro fantasia riesce a produrre per esprimere un sentimento, e a parte cercare di tranquillizzare entrambi che, sì, voglio loro un bene da apertura alare di pterodattilo, senza indugiare sul “ma di più a chi?”, l’idea che loro me lo chiedano non mi lascia sorpresa. Mi stupisce invece che queste domande, anche se con una dialettica diversa, me le pongano i “grandi”, le persone adulte, e soprattutto chi ha intenzione di avere un secondo figlio, o chi ha un girovita che già ne promette uno. Mi fa tenerezza che un adulto sia insicuro su quello che può essere il suo affetto, come se l’amore già consolidato per un figlio potesse vacillare all’arrivo del secondo.

Inoltre, la cosa buffa è che ai miei figli e ai sopraccitati grandi mi trovo a dare risposte molto differenti. Con i figli subentra sempre un forte senso di fair play che fa sì che la mia risposta sia: «Voglio bene a tutti e due nella stessa maniera, perché tutti e due siete i miei amori», e visto che ne ho la possibilità (avendo un maschio e una femmina), me la cavo quasi sempre con un: «Tu, cara Ali, sei la mia figlia preferita, e tu, caro Matte, sei il mio figlio preferito»; data l’età che hanno, normalmente accolgono la risposta di buon grado e se ne vanno via felici (chissà se funzionerà tra dieci anni?). Ma con i grandi non riesco a rispondere così, perché semplicemente non è vero, o almeno il discorso è più complesso.

Amare i figli è naturale, come ho già ripetuto in diverse occasioni: non è una cosa che si può decidere, ma è insita nell’essere genitore. È la ragione per cui, per esempio, non si può decidere di smettere di amare un figlio; per lo stesso meccanismo, amare entrambi è normale.

Invece, “non avere un preferito”, quello no, non è così scontato.

L’affetto in generale è un sentimento che nasce dalle relazioni, tra amici, compagni, genitori e figli… e le relazioni si evolvono, sempre. Per questo credo che un preferito non solo ci possa essere, anzi, ci sia sempre. Solo che, semplicemente, non è sempre lo stesso!

Mi spiego meglio. Immaginate di andare a prendere all’asilo il vostro cucciolo biondo dagli occhi azzurri e che la maestra vi dica che quel giorno non solo ha fatto a botte, ma ha anche morso ben due bambini. Vi posso garantire che istantaneamente l'angelico putto, fino a quel momento portato in palmo di mano, precipita in classifica. Come può succedere al fratello o alla sorella quando non obbedisce, ci risponde male, ci ferisce o semplicemente ha un comportamento che non risponde alle nostre aspettative. Tutte queste cose provocano in noi un senso di frustrazione, uno cambiamento del modo di vedere e valutare il figlio, anche minimo o momentaneo, ma quel tanto che basta per far sì che in quel momento l’ago della bilancia si sposti e in un attimo, nonostante l’amore non vacilli, nella “classifica del preferito” il pargolo scali dal primo al secondo posto. Quindi, cari genitori e/o figli, state attenti, perché in un secondo potreste trovarvi a fare dello… step emotivo!

Marta Vismara