In questi giorni mi è capitato di frequentare un ambiente lavorativo diverso dal solito e mi sono trovata a descrive più volte la mia famiglia. Diverse persone mi hanno chiesto se ho figli ed io ho sempre risposto: “Sì, ne ho una grande e uno piccolo…” e a forza di sentirmi ripeterlo mi sono chiesta da quanto tempo rispondo così, e la risposta è stata semplice se non scontata: da quando è nato il mio secondogenito.

Questo però mi ha fatto venire in mente quanto sia labile il confine tra “grande” e “piccolo”. Dall’arrivo del fratellino Matteo, la mia primogenita Alice è diventata “la grande” e questo alla tenera età di due anni e mezzo, mentre lui che ora ne ha quattro e mezzo è tuttora non solo “il piccolo” ma piccolo davvero.
Sicuramente Alice non era grande quando ha acquisito questo ruolo, ma ai nostri occhi un po’ lo era: alla fine, se li mettevi vicini e li confrontavi anche solo fisicamente, era proprio così; lei riusciva a tenerlo in braccio, a contenerlo interamente tra le sue braccia, la sua testolina era più grande e il suo sguardo più “intero”, consapevole. Inoltre per noi era una comodità pensarlo, perché, se un figlio è grande, è più gestibile e gli si possono richiedere più cose, quali autonomia e capacità di comprendere e aiutare. Se Alice voleva stare nel lettone, o voleva un gioco, o voleva attenzioni nello stesso momento del fratello, e in quel frangente non si potevano accontentare entrambi, era lei che doveva rinunciare, era naturale, era “la grande”.
Come tutti i genitori abbiamo cercato di non far cambiare troppo le abitudini di Alice, abbiamo cercato di ritagliare dei momenti solo per lei, per evitare che si sentisse messa in secondo piano, perché capisse che per noi era sempre la nostra bambina, ma non so se siamo riusciti appieno nel nostro intento, perché ovviamente un neonato impegna molto e lascia poco tempo per la cura di qualsiasi altro impegno o relazione.

L’arrivo di un fratello è sempre uno shock, soprattutto se il primogenito è nella fase di crescita in cui è abbastanza grande per aver appreso i vantaggi essere un “figlio unico”, che si traducono nell’essere pienamente consapevole del ruolo di “unico e solo centro di gravità per genitori”; ma non abbastanza grande per capire che, nonostante i cambiamenti che avverranno, sarà sempre un figlio, ed in quanto tale sarà amato incondizionatamente.
Inoltre, un altro fattore che influenza il nostro modo di identificare i figli è l’occhio esterno, distaccato, di chi ci capita di incrociare sulla nostra strada, o che ci scopriamo ad avere noi verso altri nuclei familiari. Quando incontro qualcuno con un bimbo di tre/quattro anni, che magari in un momento di sfogo mi spiega che è insopportabile e fa i capricci, non dorme, eccetera, la prima cosa che penso è “ma è piccolo, è normale!”. Ecco quindi che la normalità altrui non si rispecchia nella... normalità che vorremmo per noi. Ai figli degli altri tutto è concesso, anche essere piccoli, quando ai nostri non lo è.

A dire il vero non so bene dove sia la verità, ci aspettiamo o semplicemente speriamo che i nostri siano più grandi, probabilmente perché crediamo che da grandi saranno più facili da gestire, quindi bramiamo in ogni modo che ciò avvenga il prima possibile.
Risulta molto semplice essere indulgenti con bambini “degli altri” che una volta chiusa porta di casa non ti girano fra i piedi, con quelli che non devi inseguire mezz’ora con lo spazzolino in mano e che non ti chiamano dalla loro camera da letto dieci volte a sera prima di riuscire a addormentarsi. Sì, ve lo posso garantire: risulta molto, ma molto più semplice!
Tutto questo per dire che è normale trovarsi impreparati su quello che i figli possono e riescono a fare: le aspettative, anzi i desideri che abbiamo a riguardo ci fanno vedere una realtà distorta. E, in questo strano mondo in cui è difficile sopravvivere con un paio di figli da crescere ed educare, può risultare normale il controsenso di aver avuto una “figlia grande” a due anni e mezzo e di avere un “figlio piccolo” di più quattro!
Rasserenatevi, siamo tutti in buona compagnia.