La mattina, prima di uscire di casa, ci facciamo la doccia, ci laviamo i denti, ci pettiniamo i capelli e scegliamo che vestiti indossare. Forse alcuni si alzano prima per meditare, ma la maggior parte di noi esce di corsa, quale che sia l’umore del momento. E se invece considerassimo “pettinare” la nostra energia importante quanto pettinarci i capelli?

Anni fa, il Dalai Lama è venuto ad Amsterdam e io sono stata tra i fortunati che sono riusciti a conquistarsi un biglietto per un incontro più intimo rispetto alle affollatissime apparizioni pubbliche. Quel giorno Sua Santità, per via di tutti i suoi impegni, era leggermente in ritardo, perciò le circa duecento persone presenti sedevano pazientemente in attesa, in silenzio o parlando tra loro, con lo sguardo diretto alla sedia dove presto il Dalai Lama si sarebbe seduto, affiancato dal suo traduttore. Passò mezz’ora, poi tre quarti d’ora. Nella sala non c’era nessuna impazienza, solo attesa, ma mentre il tempo scorreva le voci cominciarono a salire di volume. Poi, all’improvviso, calò il silenzio e tutti smisero di parlare. Non c’era stato nessun segno da parte di qualcuno, eppure un brivido palpabile aveva percorso lo spazio: avevamo avvertito l’avvicinarsi del venerabile monaco. Qualche secondo più tardi il Dalai Lama entrò da una porta in fondo alla stanza, la quale era ormai immersa nel silenzio. Nessuno di noi si voltò per vederlo entrare. Piuttosto lo percepimmo, sentendoci avvolti dalla sua energia di profonda connessione con lo spirito.

Quel giorno, come accade spesso, il discorso del Dalai Lama riguardava la compassione e non ho un ricordo preciso delle parole che disse. Però ripenso spesso a come sentimmo la forza della sua presenza ancora prima che fosse entrato nella stanza. Da allora ho sempre fatto particolare attenzione alla qualità della presenza delle persone. Quando entro nella casa di qualcuno mi prendo un momento per far caso a come quello spazio, che non è riempito solo dai mobili ma anche dall’essenza di chi vi abita, mi fa sentire. Faccio caso a quando qualcuno arriva a una festa: come cambia l’atmosfera con l’ingresso di quella particolare persona nella stanza? Soprattutto, ho preso l’abitudine di essere consapevole dell’energia che sono io stessa a portare. Così, quando mi vesto per una riunione di lavoro o un incontro tra amici non mi limito a sistemarmi i capelli, ma mi prendo cura anche della mia energia.

Le mie compagne preferite
Ovviamente, il quattordicesimo Dalai Lama non è una persona come tutte le altre.
Lui si alza tutte le mattine alle tre. Appena sveglio ricorda l’insegnamento di Buddha: l’importanza della gentilezza e della compassione, di desiderare il bene degli altri, o almeno di ridurre la loro sofferenza. Poi ricorda che tutto è collegato, cioè l’insegnamento dell’interdipendenza. E stabilisce la sua intenzione per la giornata: che quello sia un giorno significativo. Per lui, significativo vuol dire aiutare gli altri e mettersi al loro servizio, se questo è possibile, e se non è possibile, almeno non fare del male agli altri.

Questa è davvero una buona domanda: cos’è che rende un giorno significativo per noi?
Voglio confessarvi una cosa. Quando si tratta di meditazione, non posso considerarmi una vera praticante. Non è che non ci abbia provato. Ci sono stati diversi periodi nella mia vita in cui mi alzavo la famosa mezz’ora prima e sedevo in silenzio, seguendo un metodo o un altro, ma non sono mai riuscita a perseverare. Mi piace troppo dormire. Mi piace svegliarmi riposata, quando la terra ha girato a sufficienza perché fuori ci sia luce. Ho cercato di ritagliarmi la mia mezz’ora durante la giornata, ma il mio lavoro mi sembrava sempre troppo importante. Ho fatto dei tentativi di meditare la sera, ma poi gli amici mi invitavano a cena e la mia pratica si interrompeva di nuovo.
Perciò non mi è restato altro da fare che approcciare la vita in modo meditativo. La cosa che funziona meglio per me è cercare di iniziare ogni mattina inducendomi una sensazione di gratitudine. Appena mi sveglio, faccio in modo di essere pervasa da questo sentimento. Sdraiata, con gli occhi ancora chiusi, entro in uno stato di gratitudine per il fatto di essere viva, di avere davanti un nuovo giorno, un’altra tappa nello svolgersi della vita. Stuzzico la mia stessa curiosità: chissà se quella certa persona ha risposto alla mia email; chissà cosa scriverò oggi... Quello che mi spinge ad alzarmi dal letto è l’impazienza di dare il mio apporto personale allo spettacolo che chiamiamo mondo. E anche nel corso della giornata, quando aspetto che l’acqua del tè cominci a bollire o che si carichi una pagina web, o perfino mentre sono in coda al supermercato, riporto alla mente sia la gratitudine che la curiosità e mi lascio pervadere di nuovo da queste due qualità.
È così che gratitudine e curiosità sono diventate le mie compagne preferite, ma persone diverse potrebbero avere altre preferenze. Magari vi piace che le vostre giornate siano pervase di amore e servizio, gentilezza ed empatia, entusiasmo e gioia di vivere.
O forse preferite variare a seconda delle circostanze e invocare un senso di efficienza quando siete al lavoro e di leggerezza quando siete a casa. O viceversa. Non ci sono regole in questo gioco. Le qualità che possiamo far emergere sono infinite e non siamo vincolati a nessuna in particolare. Possiamo variare scegliendone una un giorno e un’altra il giorno dopo, o rimanere fedeli a una qualità in particolare per un lasso di tempo più lungo. L’unico problema è che questo genere di programmazione positiva tende a indebolirsi se non le prestiamo attenzione e non la rinnoviamo di quando in quando nel corso della giornata.

Scegliere il proprio umore
Recentemente mi è capitato di ascoltare due giovani donne in un bar che parlavano tra loro di quanto il modo in cui si svegliavano influisse sulla loro giornata.
«Quando mi sveglio triste, so già che tutta la giornata è andata», diceva una di loro,
e l’altra annuiva. Concordavano sul fatto che l’umore con cui si svegliavano la mattina sarebbe durato per tutto il giorno, a meno che qualcuno o qualcosa non fosse intervenuto a tirarle su di morale. Un po’ affrante, mescolavano i loro cappuccini, con i capelli lunghi che coprivano il viso e le tazze. La conversazione si è bloccata. D’altra parte, come proseguire dopo la cupa conclusione che siamo completamente in balia delle emozioni che il caso vuole che proviamo quando apriamo gli occhi la mattina?
«Chi è che comanda qui?», avrei voluto chieder loro, ma proprio in quel momento è arrivata la persona che stavo aspettando e ci siamo immersi nella nostra conversazione. Però, mi è rimasta la voglia di dire alle persone che credono di essere alla mercé dell’umore con cui si svegliano la mattina che simili disposizioni d’animo di tristezza o di rabbia, che sono legate al caso, non devono per forza rovinarci la giornata.
Lo faranno, se glielo lasciamo fare, ma non siamo obbligati a seguirle, proprio come non seguiremmo il primo estraneo che incontriamo per strada. Abbiamo molta più scelta che non la condizione mentale in cui ci capita di trovarci al risveglio.

Diciamo che ci svegliamo tristi, come le ragazze di cui ho sentito per caso la conversazione. Forse il nostro dolore ha le sue ragioni. Abbiamo perso una persona cara, abbiamo litigato con un amico o abbiamo perso uno dei nostri orecchini preferiti mentre ballavamo. O magari non abbiamo nessuna ragione specifica per sentirci così, eppure avvertiamo con forza una sensazione di tristezza. Significa che la nostra giornata è finita? Abbiamo bisogno di un’altra notte di sonno per avere la possibilità di svegliarci più felici la mattina dopo? Non credo.
Quasi tutte le difficoltà possono essere risolte guardandole da una prospettiva più ampia. Il classico esempio delle due sorelle che litigano per l’unica arancia presente in casa vede la fine del litigio quando entrambe espongono le proprie ragioni.
Una vuole utilizzare la scorza per fare una torta, mentre l’altra vuole farsi una spremuta. Entrambe possono avere quello che vogliono ed essere soddisfatte e in pace l’una con l’altra.

Allo stesso modo, possiamo anche provare un sentimento di tristezza, ma noi non siamo la nostra tristezza.
Se stiamo soffrendo per la perdita di qualcuno o qualcosa, possiamo 
ampliare la nostra prospettiva per renderci conto che siamo ancora vivi, che diamo valore alla persona con la quale abbiamo litigato, che siamo stati felici di ballare e indossare quell’orecchino, per il tempo che è durato. Possiamo lasciare che sgorghi dentro di noi un senso di gratitudine per ciò che è, per ciò che abbiamo. Allargare la nostra prospettiva in questo modo ci farà comprendere che abbiamo a disposizione più di un’emozione da provare e che possiamo scegliere l’umore con cui iniziare la giornata invece di lasciarci sopraffare dall’umore del momento.

“Pettinarsi” le energie
Una delle mie frasi preferite è che non abbiamo bisogno di credere a tutto quello che pensiamo. Questo sembra strano a chi ha l’abitudine di prendere tutto quello che gli passa per la testa per oro colato. Invece, i pensieri sono momentanei. Ci attraversa un ricordo, poi un’idea, e non siamo tenuti a dargli seguito, così come non siamo tenuti a seguire tutti i gatti che incontriamo per strada.
I pensieri, però, possono essere persistenti, come spiego nel mio libro L’ho creduto sin da bambino. Le cinque convinzioni limitanti che ci portiamo dietro dall’infanzia.
E sono particolarmente insistenti le cinque categorie dei pensieri che continuiamo a formulare su noi stessi da tempo immemore. Prendiamo ad esempio un pensiero segreto che abbiamo in molti e che a nessuno piace condividere in pubblico, e cioè quello di non essere abbastanza bravi. Derivando da una convinzione che ci siamo creati quando eravamo molto giovani, molti di noi si ripetono in continuazione che non hanno abbastanza esperienza, che non hanno studiato abbastanza, che non sono abbastanza sicuri di sé o coraggiosi, che non sono abbastanza belli o gentili, o semplicemente che non sono abbastanza bravi. Quante volte vi capita che una variazione su questo tema vi passi per la testa, ogni singolo giorno?
Soprattutto quando affrontiamo una situazione nuova, questo pensiero può tormentarci o farci balbettare o inciampare. Cosa che, ovviamente, non farà che rafforzarlo.

Quando pensiamo di non essere all’altezza, le nostre spalle cominciano a incurvarsi, chiniamo la testa e il nostro livello di energia cala. Siamo portati a mollare tutto, tanto comunque non saremmo in grado di farlo. Penso che tutti noi sappiamo bene di cosa sto parlando. Quando questa sensazione di non essere abbastanza prende il sopravvento, però, non dobbiamo cederle. Nel libro fornisco un semplice esercizio per capovolgere questa e altre quattro categorie di pensieri. Un altro modo per interrompere il flusso di pensieri autodistruttivi è spazzolare la nostra energia proprio come facciamo con i capelli la mattina o prima di uscire.
Se vogliamo spazzolarci i capelli cominciamo guardandoci allo specchio: è lo stesso se vogliamo cambiare consapevolmente la nostra energia. Quando ci accorgiamo di essere preda della convinzione di non essere all’altezza, possiamo prendere una spazzola immaginaria e muoverla lungo il nostro corpo. L’immaginazione è potente tanto quanto il tipo di pensieri che abbiamo coltivato per la maggior parte della vita. Usando le mani, possiamo immaginare di spazzare via tutti gli episodi in cui ci siamo sentiti inadeguati e possiamo scegliere di sostituire i nostri pensieri distruttivi con pensieri gentili come: «Ho abbastanza, sono abbastanza».
Può sembrare strano, ma vi assicuro che vale la pena provarci.

Dopotutto, perché non prenderci cura della nostra energia come facciamo con i capelli, spazzolandola prima di uscire, o “strigliandola” e tirandola a lucido prima di andare a dormire come facciamo con i denti?

Una presenza positiva
L’ingresso del Dalai Lama è stato spettacolare, e non tutti possiamo raggiungere il suo livello di presenza consapevole, ma il minimo che possiamo fare per noi stessi e per gli altri è essere consapevoli del tipo di energia di cui siamo portatori. La vita è piena di persone e di cose per cui essere grati o entusiasti. Anche quando abbiamo le nostre buone ragioni per essere tristi o spaventati possiamo trovare momenti di piacere. Un fiore, una farfalla, un sorriso da parte di un estraneo. E se, con tutte le nostre insicurezze, fossimo noi a essere quell’estraneo per le persone che incontriamo? Se, con la nostra semplice presenza, potessimo ricordare agli altri per un attimo ciò che di buono c’è nella loro vita, in questo nostro mondo inquieto? Tutti noi abbiamo la nostra inconfondibile presenza. Quando entriamo in una stanza, qualcosa cambia, la conversazione si modifica, i gruppi si riformano. Ci preoccupiamo dei vestiti da indossare, ma se pensassimo anche al tipo di presenza che portiamo con noi non potremmo fare che del bene. Prima di uscire di casa, proviamo quindi a ripetere a noi stessi che siamo parte di questo mondo, che siamo abbastanza, che siamo creativi, affidabili, autentici. Questo ci aiuterà a sentirci meglio e grazie al senso di fiducia in noi stessi che ne deriverà susciteremo l’interesse degli altri, perché non abbiamo bisogno della loro approvazione. Una presenza positiva costruisce un presente positivo. Spazzolare la propria energia richiede solo pochi minuti di attenta consapevolezza. Essere consapevoli che siamo più forti dell’emozione che ci capita di provare, che siamo benvenuti esattamente così come siamo... Pensateci, la prossima volta che vi pettinate i capelli.