ll 2019 è l'anno di Leonardo Da Vinci. Il 2 maggio si celebra, infatti, il cinquecentenario della sua morte: centinaia le manifestazioni, le mostre, gli eventi. Eppure, ancora oggi molte delle sue scoperte restano ignote ai più. Negli scorsi giorni abbiamo visto il suo lavoro sull'alimentazione e la salute. Oggi approfondiamo un'invenzione che in pochissimi riconducono al grande artista: i fori stenopeici alla base di molti moderni “occhiali”. Abbiamo intervistato Loredana De Michelis, che ha scritto per Amrita Edizioni il libro “Preferisco vederci chiaro”: il primo testo ad affrontare, in iIalia, il metodo Bates e più in generale il tema della vista “recuperata”...

Loredana, di cosa parla il tuo libro? Parla del metodo Bates, elaborato da William Horatio Bates, un medico oculista di origine statunitense morto agli inizi del ‘900. Aveva portato avanti una serie di ricerche scientifiche, tra cui alcune in ambito oculistico. Secondo Bates l’abbassamento della vista, che in quei tempi iniziava a diventare endemico, era dovuto a un’alterazione della tonicità muscolare dell’occhio, allo sforzo e all'innescarsi di errate modalità percettive. Bates pensava, dunque, che l’abbassamento della vista fosse variabile e spesso reversibile… e per queste sue convinzioni venne espulso dalla comunità scientifica. All’epoca non esistevano gli strumenti che abbiamo oggi e le teorie di Bates sembrarono infondate; oggi sappiamo, invece, che la percezione influenza l’attività muscolare e la coordinazione oculare, ma soprattutto conosciamo la modalità con cui il nostro cervello utilizza e interpreta le informazioni derivanti dagli occhi. Bates aveva notato, durante i suoi esperimenti, che i pazienti con problemi visivi presentavano un funzionamento atipico nei muscoli esterni al bulbo oculare (che sono sei e si chiamano muscoli extra oculari), creando una tensione muscolare anomala. La conclusione che ne trasse era che lo sforzo, intenzionale e mentale, nel cercare di vedere creasse uno stato di tensione e irrigidimento di questi muscoli. Al fine di migliorare questo irrigidimento, dunque, mise a punto una serie di esercizi: all’epoca apparvero parecchio strani, ma con le scoperte scientifiche del giorno d’oggi in campo psicologico e neurologico sono molto più comprensibili.

Parliamo di qualsiasi difetto visivo o solo alcuni?
Alla fine dell’800, in campo medico, Bates godeva di una grande considerazione da parte dei suoi pazienti: si era ritrovato ad essere seguito da molte persone che nutrivano estrema fiducia nelle sue ricerche. Questo faceva sì che seguissero in maniera ligia e precisa le indicazioni da lui fornite, garantendo il raggiungimento di risultati davvero eclatanti. Affermava di aver risolto casi di cataratta, di glaucoma; non solo casi, dunque, di semplici vizi di refrazione, ma vere e proprie malattie oculari. Ne trasse la conclusione che il metodo da lui studiato potesse essere applicato a qualsiasi disturbo visivo, con modalità differenti a seconda dei casi. Ad oggi il metodo Bates viene applicato solo ai vizi di refrazione (come la miopia, l’ipermetropia e l’astigmatismo); ha ottimi risultati, però, anche applicato a problemi causati da stanchezza visiva e dalle mosche volanti (ovvero piccole ombre percepite guardando superfici luminose).

Tu sei una psicoterapeuta: da dove nasce questo tuo interesse?
Mi sono sempre occupata di un ramo della psicologia molto particolare, che è la psicologia della percezione, la quale si occupa di studiare le modalità con cui il cervello utilizza le proprie capacità, come ad esempio la memoria, l’apprendimento e la mobilità. Si possono dedurre informazioni molto utili, ad esempio, su come vengono percepite le distanze e le profondità. Mi trovavo a Londra (dove Bates è molto popolare) quando vidi per la prima volta dei corsi su questo metodo. Frequentai dunque uno di questi corsi formativi: ero l’unica iscritta che non aveva problemi legati alla vista. Capii, grazie a questa esperienza, quali fossero le abitudini sbagliate legate alla vista: ad esempio, fissare un punto senza mai battere le palpebre, o non muovere lo sguardo per mettere a fuoco qualcosa, o ancora stringere i denti nello sforzarsi di vedere. Siamo convinti che la normalità sia vedere sempre tutto a fuoco, come alla televisione, ma non è così. Chi non vede bene nutre spesso aspettative su cosa significhi vederci bene che non sono reali, e questo può peggiorare la sua qualità percettiva. Non so se queste aspettative fallite scatenino poi un peggioramento in termini di diottrie, ma so che persone con il medesimo difetto visivo accertato mostrano abilità molto diverse se vengono lasciate senza occhiali: c’è chi con un difetto minimo è completamente perso e chi invece se la cava benissimo.

Si può davvero recuperare la vista?
Sì, si può recuperare la vista e ve lo posso confermare perché è una cosa a cui ho assistito di persona! Ciò che non si sa è perché non funzioni con tutti: persone con lo stesso problema visivo possono avere decorsi completamente diversi. Ci sono, ad esempio, persone a cui, dopo anni di problemi visivi, è stata tolta la prescrizione degli occhiali alla guida. Nella mia esperienza, la cosa più strana che ho notato è che è molto più facile che siano persone con grossi difetti visivi ad avere un sollievo immediato, rispetto a persone con prescrizioni minori. Non sono mai riuscita, infatti, a portare una persona con una mancanza visiva di 0,25 ad eliminarla, mentre sono riuscita a recuperare 2 o 3 diottrie in persone che partivano da mancanze ben maggiori. Credo che concorrano diversi fattori: chi ha vizi di refrazione più consistenti potrebbe avere minori abilità percettive, che una volta acquisite portano ad un miglioramento più veloce. Altro elemento importante è la motivazione che spinge la persona.

Cosa si intende per abilità percettive?

Le abilità percettive sono ad esempio imparare a tenere gli occhi mobili, che è una cosa che in particolare i miopi hanno problemi a fare, o battere le palpebre con regolarità. Ricordo un caso che mi è rimasto particolarmente impresso: un test, il cui obiettivo era esplorare come le diverse aree del cervello reagissero in caso di sordità, prevedeva l’applicazione di elettrodi ai pazienti, per comprendere come l’area dell’udito si accendesse al presentarsi di determinati suoni. Un giorno arrivò una signora che non rispondeva al test: ai suoni nessun area si accendeva. Tutto sembrava dimostrare che fosse sorda. Dopo un po’ ci avvicinammo per capire se la signora sapesse di non sentirci, essendo senza apparecchi acustici, e a quel punto lei ci disse: “Ora non ci sento, ma se mi passate gli occhiali ci sentirò”. Come si mise gli occhiali, infatti, si attivarono automaticamente tutte le aree cerebrali. Da un punto di vista percettivo c'è una spiegazione: alcune aree del cervello si aiutano l’una l’altra. Possiamo ipotizzare che le aree di udito e ascolto di questa signora fossero connesse con quella della vista; quindi tolti gli occhiali l’area del cervello legata all’udito non riusciva a captare ed interpretare in maniera adeguata i suoni. Si può, dunque, dire che noi tutti abbiamo uno schema di apprendimento e qualunque interferenza con esso potrebbe peggiorare il nostro rendimento. È importante individuare questo schema per cominciare a smontarlo.

Questo libro è rivolto a chiunque?
Il libro è rivolto a tutti gli adulti. Con i bambini ho notato che è preferibile creare giochi che prevedano l’allenamento dei muscoli oculari, aiutando il cervello ad esercitare il collegamento occhi-mani: giochi con la palla, sfide di mira, cadere, sbagliare, apprendere. Non credo che funzionino i classici esercizi che costringono il bambino, che passa spesso molto tempo a casa, a qualcosa di molto rigido. Probabilmente scriverò un libro di esercizi per i bambini in quest’ottica.
Molti pensano che gli esercizi proposti da Bates vadano seguiti come una medicina, ma in questo modo ci appaiono dopo pochissimo tempo parecchio noiosi. Ciò che secondo me non viene spesso colto è che questi esercizi promuovono abitudini che dovrebbero andare a correggere e sostituire le nostre: è come cercare di imparare a camminare in modo diverso. È la parte che ritengo più difficile da far comprendere di questo metodo.
Viviamo in un epoca consumistica in cui vogliamo tutto e subito. Spesso le persone pensano di cambiare dall’oggi al domani abitudini che si portano dietro da quarant'anni anni, ma non è così. La scuola, inoltre, favorisce la rigidità, perché costringe i bambini a stare fermi. Quando i bambini dondolano o si muovono per concentrarsi, vengono rimproverati; mentre il bambino miope che sembra attentissimo in realtà spesso dorme dietro gli occhiali. Ci sono persone che non sono in grado di seguire un oggetto in movimento. Immaginate, ad esempio, la scena di una amico che dimentica le chiavi e che gli vengono lanciate perché le afferri al volo. La persona che ci vede bene inquadra le chiavi che volano, le segue con lo sguardo mentre si avvicinano; il suo cervello organizza e interpreta una quantità di dati importanti, come la distanza, la velocità, con il risultato che l'individuo tende la mano e afferra le chiavi. Ci sono persone che non riuscirebbero a farlo: reagirebbero guardando fisso il viso dell’amico. La cosa è di scarsa importanza se stiamo, per esempio, dando l’esame di maturità, ma se stiamo guidando in strada il fattore della rigidità oculare diventa molto pericoloso: credo, infatti, che molti incidenti siano causati da questo genere di problemi. Queste persone vivono come in un tunnel; tuttavia, spesso, specialmente in strada, il pericolo arriva di lato: se il tuo cervello accetta l’ostacolo solo se esso è di fronte a te, è un problema. La funzione della vista periferica non è quella di mettere a fuoco le immagini, ma di farci percepire eventuali pericoli: in questo modo possiamo girare lo sguardo subito, ma contemporaneamente agire per evitare il danno. Il metodo Bates aiuta a risolvere questa rigidità (e lo fa in modo per nulla noioso).

Cosa c'entra Leonardo con il metodo Bates e gli occhiali a fori stenopeici?
Con il metodo Bates, Leonardo c'entra poco... con gli occhiali a fori stenopeici di più! Per chi non li conoscesse, sono degli occhiali le cui lenti presentano una fitta serie di piccoli fori, che consentono di vedere meglio perché impongono una sorta di ginnastica passiva e rilassano i muscoli oculari. Leonardo Da Vinci fu uno dei primi a capire il funzionamento del foro stenopeico. Usato già dai nostri antichi, agisce come il diaframma di una macchina fotografica: riduce in modo circolare l’apertura attraverso cui passa la luce, permettendo una maggiore messa a fuoco e profondità di campo. Già centinaia di anni fa, all'epoca di Leonardo, esisteva una tecnica di pittura che prevedeva l'uso di una grande cabina scura in cui veniva praticato un foro: con l'aiuto di un'iluminazione predisposta ad hoc, lo scenario esterno veniva proiettato sulla parete opposta della cabina, capovolto (come peraltro succede anche sulla nostra retina), e il pittore copiava l’immagine da riprodurre proprio da lì. Si era già scoperto, infatti, che il foro stenopeico, grazie alle sue caratteristiche, permette di vedere meglio, più a fuoco, che a occhio nudo. Se il foro è di dimensione sufficientemente ridotta, collocato vicino alla pupilla consente a chi ha difetti visivi di vederci meglio. Gli occhiali stenopeici hanno più fori perché gli occhi, in questo modo, possono spostarsi da un buco all’altro.

Questi metodi sono a tutt’oggi un’avanguardia terapeutica?
Lo sono. Più progrediamo con le scoperte scientifiche, infatti, più scopriamo che Bates aveva intuito molti aspetti che la psicologia della percezione, prima, e le neuroscienze, ora, stanno dimostrando. Bates aveva intuito che l’aspetto emotivo potesse influire sulle capacità visive, ma anche l’importanza degli schemi di comportamento che andavano modificati per consentire il funzionamento spontaneo del sistema. Sforzarsi di vedere è come sforzarsi di digerire, non è qualcosa che possiamo fare. Se siamo in un bar dove molte persone chiacchierano, posso chiedere al mio vicino di prestare attenzione a quello che dicono al tavolo a fianco. Lui sa che per riuscirci deve isolare dal rumore di fondo le voci interessate. Dal punto di vista visivo, invece, succede questo: quando una persona vuole vedere un determinato particolare, sforza la vista anche su tutto il resto. Se voglio vedere bene qualcosa non solo devo orientare bene gli occhi, ma devo focalizzare bene l’attenzione.

Perché si parla così poco dell’alternativa agli occhiali?
Credo che incida una componente economica: il mercato degli occhiali rende bene. Inoltre gli occhiali sono una soluzione applicabile a tutti, alla portata di tutti, di moda, indolore, semplice e che funziona quasi sempre.
Il metodo Bates e la rieducazione visiva invece no. La soluzione non è eliminare gli occhiali: andrebbe insegnato fin da bambini il modo giusto di vedere.

Tu tieni corsi in tutta Italia. Come sono organizzati?
Si tratta di gruppi solitamente fra le dieci e le venti persone. Il mio lavoro è cominciare a studiare il gruppo, quali difetti visivi sono presenti, se sono omogenei o opposti. Il corso è basato sull’osservazione degli altri e delle relative abitudine visive, ci si esercita insieme. Vedo il seminario come un seme piantato: a volte è solo curiosità fine a se stessa, altre volte si innescano cambiamenti immediati, e altre ancora passano anni.

Perché qualcuno dovrebbe leggere il tuo libro?
Intanto perché ho cercato di... scriverlo bene: ho tentato di renderlo il più possibile facile e anche piacevole da leggere. Inoltre, contiene alcuni esercizi pratici illustrati: ho tradotto personalmente i libri di Bates, che sono molto più difficili da leggere, ma Bates non spiegò mai gli esercizi. Credo quindi che il mio possa essere un buon testo di introduzione a chi è interessato a questo approccio.

Il tuo è stato il primo libro pubblicato in Italia su questo tema e, come sai, vanta molti tentativi di imitazione. Perché secondo te?
Perché è scritto in modo un po’ simpatico e perché sono molti anni che rimane in testa alle classifiche del settore. In molti si credono i massimi esperti di un argomento e pensano che sintetizzare qualcosa detta da qualcun altro sia un buon modo per trattare un argomento, ma non basta.

Cosa è cambiato da quando hai scritto questo libro ad oggi?
Pensavo che ci sarebbero stati grandi mutamenti, ma in realtà non è cambiato nulla. Quando lo scrissi arrivavo da esperienze all’estero, dove questi argomenti erano molto più conosciuti che in Italia. Qui è un argomento di nicchia, o almeno lo è stato sino ad ora. Comunque, se dovessi scriverlo ora avrei moltissime informazioni da aggiungere, soprattutto per le diverse esperienze che ho accumulato in questi ultimi anni.