A tutti noi è capitato, durante una telefonata, un corso o una lezione un po' noiosa, di ritrovarci a scarabocchiare su un foglio di carta. Questi disegni, ad una prima occhiata poco significativi, nascondono una connessione diretta con il nostro inconscio e possono essere messaggeri importanti del nostro stato d’animo, delle nostre aspirazioni o delle nostre frustrazioni. Il libro Lo scarabocchio è frutto delle accurate ricerche di un’esperta grafologa, Marisa Paschero. L'autrice ci guida alla scoperta dei significati nascosti dietro i nostri segni e quelli delle persone a noi vicine.




Marisa Paschero, il suo libro parla del "tratto d'unione" tra noi e il nostro inconscio. Ce ne vuole parlare?

Sì, quando scarabocchiamo facciamo affiorare dei contenuti che non appartengono al mondo razionale e consapevole, bensì al nostro inconscio, al nostro serbatoio di immagini, ricordi ed emozioni.
Lo scarabocchio possiede un proprio linguaggio che ritengo essere molto interessante e che nei miei trentadue anni di ricerca e studio ho cercato di decifrare: si tratta di un codice non lineare che somiglia molto a quello dei sogni. Potremmo infatti dire che lo scarabocchio è fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni.

scarabocchioCome si differenzia questo libro da altri che trattano di studi sulla calligrafia?
La calligrafia, cioè la bella scrittura, consiste nel piacere di produrre un bel tracciato: il calligrafo, ovvero il maestro di scrittura, insegnava l'abilità di scrivere in modo esteticamente pregevole. Il grafologo, invece, si occupa dello studio della scrittura in quanto rivelatrice del carattere e delle peculiarità specifiche di una persona. La calligrafia che segue un modello definito, quindi, risulta essere meno spontanea, meno espressiva, di conseguenza meno interessante per un grafologo, il cui oggetto di studio è la quantità di segni che affiorano durante la scrittura, indipendentemente dal contenuto di essa.
La grafologia è una materia molto complessa. Quando mi trovo a dover studiare un documento, solitamente come prima cosa guardo il testo nel suo insieme, come se fosse un'unica grande immagine. Lo osservo proprio come farei davanti ad un quadro. Non ha importanza cosa vi è scritto, bensì come appare nel suo complesso. È così che, contemplando il quadro, iniziano ad affiorare ad uno ad uno i singoli segni, che verranno poi analizzati. Lo studio della grafologia risulta essere più semplice per persone dall'intuito sviluppato. Oltre a richiedere una capacità di analisi, che viene sviluppata dalla nostra parte razionale, la grafologia sollecita anche la funzione che Spinoza diceva esser la più importante fra tutte: l’intuizione. Per farvi solo un piccolo esempio di ciò che un grafologo può "vedere", una traccia curvilinea molto espansa è segno di un temperamento comunicativo estroverso, che potremmo definire sanguigno; mentre tratti piccoli possono essere collegati ad un temperamento più nervoso.

Quali di questi segni dovrebbero confortare e quali preoccupare una persona?
In generale nulla deve preoccupare: scarabocchiare fa bene, è salutare. Stimola l’immaginazione e stempera l’ansia facendola emergere in diversi modi: scarabocchi molto ripassati o fatti con una pressione eccessiva denotano, ad esempio, uno stato d'ansia, una tensione accumulata. Nella pressione, infatti, si può simbolicamente “leggere” la nostra energia vitale: chi tende a scarabocchiare con un tratto leggero, di solito, è una persona particolarmente sensibile o con un'energia vitale più bassa; chi, al contrario, ha un tratto spesso, generalmente ha un'energia vitale maggiore, ma quando è eccessivo può rivelare un'aggressività soffocata, un disagio o una sofferenza.


Cosa rappresentano gli scarabocchi “ricorrenti”?

Rappresentano uno schema che si ripete e sono un elemento rasserenante: tutto ciò che ripetiamo ci rassicura e ci tranquillizza. Va tenuto presente che i simboli, indipendentemente da quali essi siano, non hanno mai un significato univoco, ma sono sempre ambivalenti: per questo motivo non è mai immediato interpretarli. Se compaiono ripetutamente in uno scarabocchio, assumono un maggior interesse per il grafologo che lo analizza.

Qual è il rapporto tra scarabocchio e firma?
Ci sono teorie che interpretano la firma come rappresentazione dell'“io sociale” e la scrittura come quella dell'“io privato”, ma personalmente penso che anche nella firma ci sia molto del nostro privato.
La firma rappresenta, infatti, una piccola biografia. In essa sono contenute informazioni sulla nostra storia, la nostra famiglia, il rapporto con nostro padre, l'infanzia, oltre all’immagine che vogliamo offrire di noi al mondo. Il più delle volte, infatti, capita che la nostra firma venga “costruita” nel periodo dell'adolescenza, o poco dopo, e che venga conservata a lungo sempre uguale. Alcune persone, ad esempio, tengono molto al loro nome e scarabocchiano solo il cognome, e viceversa. Un tempo c’erano signore che valorizzavano molto il cognome del marito e altre l'esatto opposto. Essa cambia molto meno rispetto alla nostra scrittura estesa, proprio perché è un elemento creato e costruito (magari prendendo anche come esempio qualche altra firma vista in giro). Una delle regole della grafologia è, quindi, leggere la scrittura e la firma insieme: mai l'una senza l'altra.

cuoricinoPuò farci qualche esempio delle figure di scarabocchi più significative?
Certo. Ce ne sono di ricorrenti come i cuoricini, i fiori. Una volta, invece, era molto usato il paraffo, ovvero un segno aggiunto alla firma, per lo più come prolungamento dell’ultima lettera. Esso è molto vicino allo scarabocchio e si interpreta con gli stessi criteri come, ad esempio, quello del simbolismo spaziale. Secondo questa teoria, ognuno di noi si porterebbe dentro dei simboli arcaici, delle associazioni mentali che ci orientano nella vita e che si possono riscontrare nella nostra scrittura. Alcuni esempi sono:
- il punto di partenza della scrittura, che rappresenta l'origine e, simbolicamente, nostra madre;
- il lato destro che rappresenta l'incontro con gli altri, il futuro e sempre simbolicamente il padre;
- la parte alta dove sono contenuti i sogni e l'intuizione;
- la parte bassa, dove sono contenuti gli istinti, il sesso, ma anche il senso pratico, il possedere e l’amore;
- il rigo di base che rappresenta la realtà.

Qual è lo scarabocchio che l’ha colpita di più?
A me colpiscono gli scarabocchi ripetuti: ripetendo diamo vita ad una modalità scrittoria solo nostra, che connota la scrittura e la rende riconducibile solo a noi. È rassicurante e ci riporta a qualcosa che conosciamo bene.

Scorrendo il suo libro, gli scarabocchi diventano sempre più disegni: ha senso chiamarli ancora scarabocchi?
Il confine in effetti è molto sottile: è chiaro che quando si parla di scarabocchi figurativi si sconfina nel disegno. Ho voluto mettere molti esempi nel libro proprio per stimolare la creatività di chi legge.
Un disegno che per noi è insignificante può avere una sua bellezza e un suo significato; quando si scarabocchiano oggetti, animali, essi sono sicuramente anche disegni. La differenza sta nell'intenzione: se faccio un disegno tecnico esso sarà intenzionale, ma se al contrario, disegnando, seguo il flusso, non attenendomi volontariamente a nessuna tecnica, ne uscirà uno scarabocchio, che potremmo anche chiamare “la scrittura della nostra anima”.

Perché ha deciso di scrivere questo libro?
Avevo notato che c'era molto materiale disponibile sull'interpretazione dello scarabocchio del bambino, ma ben poco su quello dell'adulto e credo siano importanti entrambi, seppur in modo differente. Per il bambino lo scarabocchio è una tappa evolutiva, lo aiuta a prendere confidenza con gli strumenti a disposizione e con la motricità; mentre per l’adulto scarabocchiare non è un'azione cognitiva, bensì rappresentativa di un momento piacevole in cui si abbandonano tutti i freni razionali: un viaggio nel mondo dell'inconscio alla scoperta di elementi che chiedono di essere guardati e che prendono vita sulla carta.
Con questo libro ho voluto rendere accessibile questo mondo a tutti, anche a chi non ha dimestichezza con la scrittura o con il disegno, ma è curioso di interpretare i propri “scarabocchi”.

Perché qualcuno dovrebbe leggere il suo libro?
Per prendere contatto con una parte di sé di cui ignora l'esistenza, i contenuti, il linguaggio e la bellezza.
Spero che, attraverso questo libro, possa nascere un piccolo innamoramento tra i lettori e le loro tracce lasciate sulla carta. Vorrei imparassero ad amare lo scarabocchio, questo linguaggio molto affascinante e ancora troppo sottovalutato.

Cosa è Amrita per lei?
Amrita per me rappresenta una vecchia amica che ho ritrovato, ma allo stesso tempo anche molto giovane, visto che ha compiuto “solo” 30 anni: quindi tanti auguri, piccola Amrita!