CAMPIONI SI DIVENTA?

Il dottor Stefano Testi, psicologo cognitivo-comportamentale e psicologo dello sport, pensa di sì. Ha appena pubblicato con Amrita Edizioni un libro sui meccanismi psicologici utili ad affrontare lo sport (e non solo!) nel migliore dei modi. Lo abbiamo intervistato per saperne di più.


Stefano, di cosa parla il tuo libro?
Il libro parla di psicologia dello sport, in chiave divulgativa.
Ho scelto questo linguaggio perché credo che ci siano già molti manuali per addetti ai lavori; spesso, però, incontro persone al di fuori del mio ambito che mi rivolgono domande relative a queste tematiche. Ho scritto questo libro per rispondere, dunque, a queste domande. Nel libro si trovano sia informazioni tecniche sia alcuni casi specifici che mi sembravano esempi perfetti per comprendere appieno l’argomento trattato.

In cosa si differenzia uno psicologo che si occupa di sport da uno tradizionale?
Lo psicologo dello sport lavora sul qui e ora, cercando di rinforzare le abilità specifiche della persona, dunque la sua parte sana, e aiutandola ad utilizzare la propria mente come uno strumento al suo servizio (e non una zavorra).
Le due specializzazioni si fondono, perché determinati vissuti personali si riflettono sulla prestazione dell'altleta, sia in allenamento che in gara. In terapia si andranno quindi a trattare anche argomenti extra sportivi. È importante capire bene a chi ci si affida. Vorrei invitare dunque le persone a verificare sempre che i professionisti a cui si rivolgono siano davvero preparati, perché se così non fosse si rischia ad andare incontro a danni più che a soluzioni.

campioni1In che modo si diventa campioni e cosa intendi tu per campione?
Per rispondere a questa domanda credo sia importante prendere in considerazione innanzitutto il punto di partenza, il talento con cui si nasce: alcuni atleti arrivati a livelli molto alti credo siano nati con un grande talento (che ovviamente hanno poi anche coltivato); mi vengono in mente, per esempio, LeBron James o Lionel Messi.
Ci sono però molti altri atleti, forse dotati per natura di un talento un po' meno eclatante, che hanno saputo farlo crescere e maturare, arrivando a traguardi che mai si sarebbero potuti aspettare. Sono esempi di persone che hanno saputo sfruttare al meglio le loro abilità, sia fisiche che mentali.

campioni2Fin da piccoli ci viene ripetuto che “l’importante non è vincere, ma partecipare”, ma gran parte degli sport punta molto alla competitività: qual è il rapporto tra sport e competizione?
L’atteggiamento competitivo è innato e umano: tutti noi abbiamo dentro questa attitudine, che può essere più o meno sviluppata. Credo sia fondamentale avere un focus sui settori giovanili sportivi e su come essi vengono gestiti. È giusto che ci sia uno stimolo a fare meglio, ma il confronto dovrebbe essere sempre verso se stessi e non verso l’altro. Spesso questo viene meno, soprattutto nei giovani, che vengono spinti a vedere gli altri come avversari. Ci dimentichiamo, però, che ognuno di noi è fatto in maniera diversa e che forse quel giovane atleta non raggiungerà mai i livelli che noi abbiamo immaginato per lui, semplicemente perché è un’altra persona e dovrebbe confrontarsi esclusivamente con le proprie abilità. Sono convinto che si diventi campioni quando si sfruttano le proprie capacità, indipendentemente dal confronto con quelle degli altri, perché se ti capita in squadra un giovane LeBron James sarà molto difficile arrivare alle sue stesse progressioni atletiche. Gli obiettivi, dunque, devono essere realistici e proporzionati alle proprie capacità.
I genitori dei giovani atleti a volte tendono a esercitare troppa pressione sui figli: questo rappresenta uno dei maggiori motivi di drop out, cioè di abbandono dell’attività sportiva in età giovanile.

Nel libro riporti molti esempi, affrontando diversi sport sia individuali che di squadra, come per esempio la pallacanestro, lo sci, il tiro a segno, il baseball. Li hai scelti per qualche motivo specifico?
Ho cercato di ricoprire tutti gli ambiti dello sport, ovvero dalle categorie giovanili, agli sport di squadra, agli sport individuali sino a categorie particolari, come il baseball, che personalmente definisco “il gioco di squadra più individuale che c’è”, in quanto gli allenamenti sono svolti sulle prestazioni dei singoli giocatori.

La figura del Mental Training è diffusa e ben accettata in tutti gli sport con i quali hai avuto a che fare, o hai notato alcune resistenze?
Sicuramente ci sono diversità di approccio nel campo sportivo. Ho notato che alcuni sport sono più propensi a questo supporto: tendenzialmente, nella mia esperienza, le discipline sportive che nascono in palestra e che prevedono una preparazione di un certo tipo, che probabilmente porta ad un’apertura mentale più ampia. Altri sport, più radicati, fanno un po' fatica, probabilmente perché arrivano da una cultura diversa. L’allenatore, forse, in alcuni casi rischia di sentirsi prevaricato da figure come la mia. Sarebbe invece auspicabile una totale collaborazione. La regola generale dovrebbe essere: ognuno agisce sino a dove gli compete. Non mi metterei mai a dare informazioni tecniche, mentre l’allenatore ha la possibilità di appoggiarsi a figure come la mia per la gestione del gruppo o del singolo caso.

campioni3Nel tuo lavoro, trovi che ci siano differenze di approccio o di problematiche a seconda che l'atleta sia maschio o femmina?
Le dinamiche sono molto simili, con la differenza che in alcune donne a un certo punto, plausibilmente, sorge il desiderio di maternità e di conseguenza cambia totalmente il loro approccio allo sport. Non solo, dunque, si trovano a dover accettare i cambiamenti fisici ai quali vanno incontro, ma anche il ritmo e l’intensità dell’allenamento dovranno per forza rallentare. Sono più complicati i primi mesi di gravidanza, perché è la fase dove il fisico non ha ancora avuto cambiamenti esterni rilevanti e mentalmente le atlete si sentono in grado di affrontare lo stesso allenamento di prima. La bravura di queste atlete è accettare il cambiamento che sta avvenendo e riuscire a reinventarsi, trovare altri modi per mantenere l’allenamento attivo, come lo yoga, il mindfulness o altri tipi di attività che possono aiutare ad accompagnare la donna sino al concepimento.

campioni4Nel tuo libro c’è un approfondimento molto interessante sul tema della respirazione. Perché?
Credo sia fondamentale la respirazione, anche quando le persone non se ne rendono conto.
La questione non è respirare o meno, ma come lo facciamo: respiriamo con il diaframma? O solo a livello toracico? La respirazione fa parte del metabolismo del nostro corpo e consente alle energie di fluire più liberamente nel corpo. Se questo non accade, lo stress e i blocchi energetici restano fermi a livello muscolare, rendendo il muscolo poco reattivo ed elastico. Parlando di sport, dunque, l’infortunio, ad esempio lo strappo muscolare, è più probabile in questa condizione. Ecco perché una corretta respirazione porta dei vantaggi a livello sportivo, ma ovviamente non solo.

Perché qualcuno dovrebbe leggere il tuo libro?
Lo dovrebbe leggere chi crede che il concetto di “atleta non pensante” sia ormai obsoleto. Una volta si pensava che l’unica parte da tenere in considerazione dell’atleta fosse il fisico. Oggi sappiamo che tutta la parte mentale ha una grandissima influenza sulle prestazioni. Se i lettori sono interessati a uno dei due aspetti che vengono trattati nel libro, ovvero la psicologia e lo sport, o a entrambi, e vogliono vedere come si integrano, attraverso il mio libro possono avere una visione d’insieme e trarre degli spunti di riflessione. È un libro rivolto ai giovani atleti, alle famiglie, ma non solo.

Che cos’è Amrita per te?
Amrita per me è un’opportunità, colei che mi ha dato la possibilità di dare alla luce quella che io definisco “la mia creatura”, ovvero questo libro!