Che siamo timidi o spavaldi, sicuri o imbranati, molti di noi avranno provato almeno una volta nella vita quel brivido che ci percorre la schiena prima di dover parlare in pubblico. Poco importa se siamo saliti sul palco per uno spettacolo del nostro gruppo di teatro amatoriale o ci siamo esibiti a Broadway, se abbiamo discusso la nostra tesi di laurea o presentato una ricerca che ci candida di diritto al Premio Nobel, parlato a un’assemblea scolastica o preso il microfono in mano in evento con centinaia di migliaia di persone. La sensazione è all’incirca la stessa: panico, eccitazione, paura. O, per dirla con un’immagine più evocativa, “Mani Sudate e Farfalle nello Stomaco”. Che è anche il titolo di un libro pubblicato in italiano da Amrita che prova a spiegarci come fare a superare - o per meglio dire sfruttare, come vedremo più avanti - queste sensazioni e diventare degli oratori provetti.

La sua autrice, Judy Apps, è una coach specializzata in corsi sulla comunicazione in pubblico, e ha individuato 25 strategie per aiutarci a migliorare le nostre doti nel parlare in pubblico. Le abbiamo fatto qualche domanda.

Come mai abbiamo così paura di parlare in pubblico?

Siamo sempre spaventati di fronte a qualcosa che per noi è importante. Succede con tutto: comprare una casa, fare un colloquio di lavoro, esibirsi in pubblico. La nostra adrenalina inizia a circolare a più non posso quando vogliamo ottenere a tutti i costi un risultato positivo, così diventiamo nervosi, siamo eccitati, abbiamo paura. Ovviamente è molto più complicato di così, questa è una spiegazione puramente biologica, che non ci dice niente sulla radice del problema. Spesso incontro persone in cui il problema si è generato nella prima infanzia, attraverso i messaggi scoraggianti che arrivavano dagli insegnanti, dalla famiglia, come "non sei capace di parlare bene", "non sai esprimerti", e così via.

Da dove nasce il tuo interesse in questo argomento?

Quando avevo diciotto anni volevo diventare una cantante. Lo volevo davvero moltissimo, e cantavo molto bene. Vinsi una borsa per studiare in Italia e feci un’audizione molto importante nel bellissimo teatro di Treviso. Ero su quel palco, impressionante, ed ero terrorizzata. Non superai il provino, ma sapevo che il risultato non aveva a che fare con la mia tecnica. Dipendeva dal nervosismo che si impossessava di me ogni volta che mi esibivo. Fu allora che capii che buona parte dei risultati che riusciamo o non riusciamo a conseguire dipendono dal nostro stato mentale, più che dalla tecnica.

Perciò, una volta tornata in Inghilterra, decisi di dedicarmi con tutta me stessa allo studio degli aspetti psicologici che stanno dietro alle performance. E a dire il vero dietro a qualsiasi cosa.

Ci vuoi dare qualche consiglio pratico? Ovviamente chi vuole approfondire può comprarsi il libro.

Resto dell'idea, come dicevo anche nel primo video realizzato per Amrita, che il respiro sia davvero importante.

Aspetto curioso, dal momento che tutti respiriamo...

Già, non smettiamo mai di respirare, e ci sembra assurdo dover "imparare a respirare". Ma la maggior parte delle persone non lo fa nella maniera più corretta. Ad esempio, spesso pensiamo che respirare, pensare, parlare abbia a che fare solo con la testa e la parte superiore del corpo. In effetti sembrerebbe abbastanza intuitivo: pensiamo con il cervello, inspiriamo col naso, parliamo con la bocca. Tutto in alto. Invece respirare è un'attività che coinvolge tutto il corpo.

Vi faccio un esempio: se facciamo qualcosa di fisico, usiamo il respiro. Se dobbiamo piantare un chiodo enorme in un pezzo di legno duro, con un martello, faremo un grosso sforzo, e quando alziamo il martello inspiriamo profondamente, e poi espiriamo rumorosamente per accompagnare e facilitare lo sforzo. Oppure quando saltiamo in una piscina tiriamo in su le braccia per permettere alle costole di prendere un grosso respiro, e poter trattenere l’aria più a lungo sott’acqua. Sono tutte cose che facciamo inconsapevolmente ma che sono funzionali a respirare in maniera coerente con l’attività che stiamo svolgendo.

Ecco, in maniera simile, c'è bisogno di respirare prima di parlare. Solo che in quel caso la faccenda si fa più complessa, perché ha a che fare con l'energia della nostra voce. Se vedo un agnellino in un campo e voglio dire qualcosa, farò un respiro piccolo e gentile, e la mia voce uscirà morbida nel dire "guarda che agnellino!" Ma se qualcuno mi fa una domanda la cui risposta è un secco "No!", senza nemmeno pensarci il mio respiro sarà breve ma pieno, e così la mia risposta. Perciò il mio respiro contribuisce a determinare il tono della mia voce.

Il respiro è la radice di tutto, e dobbiamo usarlo bene se vogliamo che la nostra voce sia coerente con il messaggio che vogliamo mandare.

Giusto, ma come possiamo imparare a respirare meglio?

Spesso, la prima cosa che faccio con le persone, soprattutto se sono giovani e in forma, è chiedere loro di saltare in alto e poi, mentre atterrano con le ginocchia piegate, emettere un suono a scelta. Ecco, Poiché la persona fa naturalmente un buon respiro per saltare, e rilassa le ginocchia mentre atterra, è sempre sorpresa di sentire quanto liberamente e forte risuoni il suono. Dimostra che sanno già respirare!   

Generalmente un buon respiro inizia all'altezza del nostro ombelico, mentre tantissime persone, soprattutto quelle molto mentali, tendono a respirare più in alto. Se sei uno che pensa in fretta, dalla risposta pronta, tenderai a respirare in alto. Ma non sempre è una buona idea.

Imparare a pensare piano è un ottimo esercizio: puoi stenderti per terra, far finta di dormire e osservare cosa succede quando ti rilassi completamente. Vedrai che inizierai a respirare più in basso, la tua pancia si solleverà e si abbasserà ritmicamente, come quando dormi. Poi quando ti alzi e provi a respirare correttamente prima di parlare, puoi chiedere alla tua pancia di prendere parte a quell’azione. Attenzione però: senza esagerare. Un mio amico tenore mi raccontava di come il suo insegnante saltasse violentemente sul suo stomaco per rafforzare il suo respiro e la sua voce. Quello è decisamente troppo. Perciò la risposta è moderazione, sempre.

Mi è capitato di incontrare spesso la convinzione, o il pregiudizio, che apprendere tecniche per comunicare meglio, soprattutto in pubblico, abbia a che fare con la manipolazione degli altri. Che ne pensi?

Capisco quello che dici, ed è vero. Ma ti dirò una cosa: i migliori oratori sono quelli che parlano col cuore. Non è retorica, anzi è qualcosa di assolutamente spaventoso, al punto che in molti preferiscono non farlo. Perché ha a che fare con l'essere vulnerabili.

La famosa attrice Judi Dench dice spesso che per recitare bene deve essere molto spaventata, e correre un rischio.

Spesso i discorsi sono più potenti quando improvvisamente diventano veri. Si rompe la voce dell’oratore per un istante, fa un errore. Lui penserà che sia un disastro, perché un pezzetto della sua vulnerabilità è emerso. E invece è proprio questo elemento quasi impercettibile che tocca il cuore del pubblico e improvvisamente c'è una connessione.

Cerchiamo quasi sempre di evitare la fragilità nel parlare in pubblico, ma così facendo sacrifichiamo il nostro essere reali, che è l’unico segreto.

Quindi le nostre emozioni giocano un ruolo importante?

Fondamentale. E’ l'emozione che muove le persone, come dice la sua stessa etimologia. Perciò mettiamo in moto le persone attraverso le cose che muovono noi.

E c’è di più. Nel mio ultimo libro, l'Arte della comunicazione, ho parlato del fatto che quando ci connettiamo con qualcuno, i nostri cuori iniziano a battere all'unisono. E’ stato testato scientificamente, i battiti si sincronizzano sulla stessa lunghezza d'onda elettromagnetica, quindi il modo di dire "essere sulla stessa lunghezza d'onda" ha un significato molto letterale. Perciò se vuoi entrare in contatto con qualcuno, prima devi entrare in contatto con ciò che è più vero dentro di te.

Ma la maggior parte delle persone evitiamo di farlo, perché le cose che ci emozionano sono così vicine alla paura. Ogni volta che dovevo affrontare una prova importante mia madre mi diceva: "Non preoccuparti piccola, sii te stessa e basta". E io dentro di me pensavo: "Che cosa stupida da dire! Essere me stessa significa sentirmi terrorizzata e tremante in questo momento”.

Ma c’era una profonda verità dentro alle sue parole. Essere veri è la chiave per una reale comunicazione, solo che è la cosa più difficile da fare. Nascondiamo cose costantemente a tutti, al nostro partner, ai nostri colleghi. Nascondiamo pezzetti di noi, pezzetti diversi a persone diverse. Ma se nascondi troppo, e sei un performer, non hai niente da offrire. Sì, puoi essere un ottimo performer, molti dei nostri politici lo sono. Ma nessuno crede loro veramente, perché non hanno modo di connettersi con le persone. Ti connetti solo mostrando qualcosa di vero, di te.

Nell'ultimo anno e mezzo ci siamo abituati a parlare molto online, per via della pandemia. Ci sono differenze sostanziali fra parlare dal vivo, su un palco, e in diretta su qualche piattaforma web?

E’ una domanda davvero centrale in questo periodo. Sì, ci sono differenze, che riguardano principalmente la dimensione spaziale. Quando parliamo attraverso uno schermo, lo spazio è a tutti gli effetti molto più piccolo. Sono molto vicina allo schermo e di conseguenza molto vicina al mio interlocutore. In uno spazio così piccolo il tipo di comunicazione diventa più intimo, farò respiri meno profondi, userò un tono di voce più tenue, e anche il linguaggio del corpo sarà diverso. Non avrò quelle gestualità ampie che avrei su un palco. Devo essere consapevole che mi trovo in uno spazio completamente diverso.

Inoltre alcune piattaforme mostrano la tua immagine alla stessa dimensione degli altri, che è strano, tende a distrarci. Ci concentriamo sui dettagli del nostro aspetto, su come abbiamo i capelli quella mattina. Ho addirittura incontrato persone che non utilizzano certe piattaforme perché odiano vedere la propria immagine mentre parlano.

E’ un argomento interessante e stimolante, potrei scriverci un libro!

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